Allora, c'è il calcio e poi c'è la Roma. Ovviamente non in quest'ordine. Edin Dzeko appartiene a entrambi i discorsi visto che produce calcio dallo spazio e gol con la maglietta giallorossa. Ne ha fatti quanti Piedone Manfredini, che vuol dire tanta storia nostra, e proprio nel giorno in cui la Roma ricorda un suo mitico numero 9 - Pierino Prati - con la fascia al braccio.

Un paio di perle buttate lì, quasi come un dono al tempo che mendica attimi e gesti del genere. Due spioventi diamanti, due assist come due stelle prese e incastonate in una collana da regalare al primo passante. Fai una giravolta, poi fanne un'altra, un uno-due come una filastrocca, una doppietta quasi giocando a battimuro col cielo, guardando soltanto in su, più in alto, dove è giusto che finiscano le sue reti da pescatore di asterischi.

E dire che era iniziata veramente male: lo stadio vuoto (e quello resta un male), pessime notizie che arrivavano da altre parti (chissà da dove), e subito, in contemporanea la Roma quasi immediatamente sotto, un gol che forse sarà giusto annullare per regolamento ma non per buon senso, che uno aveva veramente voglia di abdicare al mainagioismo e stilare giù un trattato su quanto vanno male le cose se sei della Roma. Ma non è mai vero questo (pure quando va male) perché essere della Roma resta un privilegio e un'emozione persino pure in una serata di questo calcio che le emozioni non le prevede a tavolino.

Il calcio post o nell'era del Covid, con i distanziamenti in tribuna e i mucchi selvaggi in campo, per un baraccone che forse sarebbe saltato se non avesse trovato il tempo di giocare 124 partite in 45 giorni d'estate (!) soprattutto senza pubblico, continua a non avere senso: senza il destinatario finale manca il messaggio da spedire.

Perché la bellezza del pallone resta nei tifosi, nel campanilismo, nell'attaccamento ai colori, nell'amore nei confronti di una storia che ti ha preceduto e che sai ti sopravviverà, nelle rivalità, perché anche in quelle c'è il rispetto dell'antagonista e il senso dello sport, nel fatto - per esempio - che un tifoso romanista ieri non ha pensato al quarto posto, al piazzamento Champions doveroso-imprescindibile-obiettivo del calcio azienda (ed è così, non c'è sarcasmo, purtroppo è così), eppure è andato a dormire contento nel momento di un gol e poi di un altro che ha allontanato prima di un punto e poi di altri due quello che dovrebbe essere un traguardo.

Questo forse vale per il calcio, ma non per la Roma, che non fa di conto e resta una passione talmente tanto profonda da bucare schermi e mascherine e ci fa sentire uniti anche nell'epoca in cui dobbiamo starci e starle lontano. Ieri Dzeko l'ha tirata giù dalle stelle.