Mi piacerebbe avere tutte le tessere del puzzle per raccontare questa storia, ma purtroppo ne ho solamente alcuni brandelli e per completarla mi sono dovuto addentrare in un campo fatto anche di supposizioni. Ma partiamo dai fatti. In un'intervista rilasciata a Giampaolo Murgia di Giallorossi nel novembre 1982, Gigi Riva, il simbolo vivente del Cagliari dichiarò: «A 25 anni avrei potuto trasferirmi a Roma, è vero. Ero a un bivio della mia vita, non solo della carriera. Roma, i romani mi sono sempre piaciuti, per il calore genuino, per la competenza della folla, per una specie di comunione d'intenti manifestatasi tante volte. Ma scelsi la Sardegna, terra che è diventata anche mia». Gigi Riva avrebbe potuto trasferirsi nella capitale? Detta così è una notizia estremamente interessante, quantomeno da approfondire. Nato il 7 novembre 1944, Riva compì 25 anni nel 1969. In quel periodo, effettivamente, la Roma di Alvaro Marchini si era data molto da fare per acquistare una punta. Il 25 luglio 1968 Helenio Herrera rilasciò un'intervista al Corriere dello Sport in cui fece il punto di tutte le trattative che erano state portate avanti sino a quel momento. La Roma si era mossa su Ivano Bosdaves del Napoli, ma i partenopei avevano preferito cedere la comproprietà della giovane punta al Brescia e il discorso si era bruscamente interrotto. A quel punto il club giallorosso aveva iniziato a cullare l'opzione, assai suggestiva, di un clamoroso ritorno nella Capitale di Giampaolo Menichelli che aveva lasciato la famiglia giallorossa cinque anni prima e che a Roma sarebbe tornato anche a piedi. La richiesta arrivò però alla Juventus troppo tardi. Per l'esattezza 15 minuti di troppo. Tanto era passato, infatti, da quando i bianconeri avevano ceduto Gigi Simoni al Genoa. A quel punto, la squadra degli Agnelli non avrebbe potuto rinunciare ad un'altra punta in organico e gli emissari del presidente Marchini erano stati respinti con un rammaricato: «Ci dispiace, ma non possiamo proprio aprire la trattativa». A quel punto Herrera aveva ripiegato su un suo vecchio pallino, Lucio Bertogna del Venezia, ma ancora una volta aveva dovuto masticare amaro: era stato ceduto in comproprietà alla Fiorentina e anche quella era diventata (almeno per il momento), una strada non percorribile.

Una soluzione percorribile

Nel pomeriggio di quel 24 luglio Herrera partecipò a una riunione (assieme al Presidente Alvaro Marchini, ad Aldo Pasquali e a Gaetano Anzalone), per cercare di trovare una soluzione percorribile. È in quella circostanza che si parlò di Riva? Lo riteniamo fortemente improbabile. Rombo di tuono era un pezzo forte di quel calcio mercato, all'Hotel Gallia (dove si tenevano le contrattazioni del calcio mercato) si parlò molto di lui, ma in relazione all'interessamento della Juventus, non certo di quello della Roma, che non avrebbe avuto i mezzi per portare realisticamente avanti un discorso del genere. E allora, la testimonianza di Gigi Riva? A nostro avviso lo snodo a cui si riferiva è legato non all'estate del 1968 o del 1969, ma a quella del 1973. In quella stagione la Roma, dopo una sofferta riflessione, era arrivata a designare Manlio Scopigno alla guida della squadra (il ballottaggio era stato sostenuto dal «filosofo» con un certo Nils Liedholm). Scopigno, grande timoniere del Cagliari dello scudetto, avrebbe portato in giallorosso quello che era un suo storico pretoriano, vale a dire Domenghini. È assolutamente plausibile (anche se riscontri oggettivi ci mancano), che Gaetano Anzalone, prima di chiudere l'acquisto di Pierino Prati, abbia fatto un sondaggio con il Cagliari, trovando tutt'altro che un muro nella controparte dirigenziale sarda. Se Scopigno parlò con Riva per proporgli l'avventura romana non lo sappiamo, solo Riva potrebbe smentirlo o confermarlo. Una cosa è certa, Riva ha dichiarato di aver preso in considerazione l'idea di approdare a Roma e nel marzo 1974 Anzalone, facendo un punto su quello che erano le prospettive future del club dichiarò, sempre a Giallorossi: «Se i tifosi mi chiedono Riva […] difficilmente riuscirò ad accontentarli». Era un'osservazione disincantata e priva di ogni attinenza con dei sondaggi reali? Possibile. Ma può anche darsi che il numero uno giallorosso avesse fatto riferimento a un passo reale compiuto per stabilire quali possibilità ci fossero di portare il bomber numero uno del calcio europeo a Roma. Non c'è che dire, la questione ha un suo fascino perché Riva è stato uno dei più grandi campioni della storia del calcio italiano.

All'Ollimpico da avversario

In quel 1973/74, però, rimase saldamente al suo posto, alla guida dell'attacco sardo. Visitò lo stadio Olimpico da avversario il 19 maggio 1974. Quel giorno, davanti a 60 mila spettatori, la Roma fece una gran bella partita (per ironia della sorte in giallorosso c'erano sia Domenghini, ex di lusso e campione d'Italia con i sardi, che, seduto in panchina, Franco Selvaggi che in Spagna, nel 1982, si laureerà Campione del mondo da tesserato del Cagliari). La Lazio aveva appena conquistato lo scudetto e i lupi avevano l'obbligo di congedarsi dal pubblico di casa con una vittoria. Dopo pochi minuti è Spadoni, con uno spunto rabbioso, a battere Albertosi, ma Tomasini, appostato sulla linea salvava la sua porta. Il Cagliari risponde con una fucilata da calcio di punizione di Riva che lascia Santarini (immolatosi sulla traiettoria), tramortito per alcuni secondi. La Roma, verso la mezz'ora, colpisce nuovamente i legni (questa volta la traversa), con un colpo di testa di Morini. Al 36' è Domenghini, animato nella giornata dal fuoco sacro dell'ex, a seminare in slalom tre difensori avversari. Nell'ultimo passaggio della sua serpentina, si innesca un rimpallo che finisce per favorire Prati. Il bomber romanista, trova il varco giusto e mette in rete. Nella ripresa, grande e sapiente regia di Cordova (assieme a Francesco Rocca il migliore in campo), con un Cagliari che sfiora almeno in tre occasioni la rete del pareggio, poi a due minuti dal termine Spadoni con un bel diagonale chiude il match. Dopo il triplice fischio finale i tifosi invadono il campo per celebrare, udite, udite, l'ottavo posto in classifica. Le immagini di Liedholm, sorridente, letteralmente circondato e sommerso dall'amore e dall'entusiasmo dei tifosi, sono particolarmente significative. Fanno comprendere quanto sia cresciuto l'ambiente romanista, quanto gli obiettivi si siano enormemente innalzati negli ultimi quarant'anni e come il pubblico romanista sia diventato, giustamente, più esigente verso i propri beniamini. E il discorso di Gigi Riva con la Roma? Dal punto di vista calcistico, la commovente, irremovibile e leggendaria determinazione dell'attaccante a sposare i colori sardi lo legheranno per sempre a quella maglia.

Chiamato da Viola

Il discorso, si riaprirà, però, inaspettatamente nel 1985, quando Riva, dimessosi dal suo ruolo di presidente del Cagliari, verrà contattato da Dino Viola, che ne sondò la disponibilità a trasferirsi a Roma e assumere la responsabilità di dirigente del club romanista. Come confidò lo stesso Campione d'Europa del 1968 a Silio Rossi (sulle pagine de La Roma nel dicembre 1989): «Mi telefonò Viola in persona. Avevo fatto le mie esperienze nel Cagliari, anche come presidente e consigliere. Tra alterna fortuna. La chiamata mi lusingò. Significava che, ricordandosi qualcuno di me, la gestione del Cagliari Calcio non era stata poi così disastrosa. Viola mi disse che aveva bisogno di un uomo con la mia immagine da mettere al fianco di Eriksson, ma solo per rendergli meno gravoso il rapporto con lo spogliatoio. Nuovo dell'ambiente, giovane, con idee rivoluzionarie in fatto di schemi e gestione della squadra, aveva ricevuto qualche resistenza all'interno del gruppo […] la cosa mi parve interessante e nell'insolita veste, ma non troppo, mi ci vedevo. Poi l'esonero di Eriksson mandò all'aria ogni discorso. Peccato, perché sentivo che avrei potuto lavorare bene. E visto che non era stato possibile arrivarci da calciatore, mi avrebbe fatto immensamente piacere venire a Roma da dirigente».