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Ventiquattro anni di Roma, Alicicco si racconta: «Io, Viola, Ago, Nils e Falcao»

Pubblichiamo la prima parte dell'intervista. «Un presidente irripetibile, un allenatore straordinario un Capitano fantastico, un Divino grande ma pauroso»

PUBBLICATO DA Piero Torri
01 Giugno 2018 - 10:53

Quartiere Prati. Mattinata avanzata. Bar d'angolo. Il Cupolone a un passo. Il traffico di Roma. Chi scrive ed Ernesto Alicicco seduti a un tavolo di un bar, un caffè, un cappuccino, un bicchiere d'acqua per riprendere fiato. Perché per chi non lo sapesse, e ci riferiamo soprattutto alle nuove generazioni, questo professore che ora insegna medicina dello sport all'università di Tirana, per ventiquattro anni è stato il medico della Roma. Da quella indimenticabile della decade ottanta fino ai primissimi anni del terzo millennio, poi un fax di licenziamento firmato da Capello a chiudere una storia che ci e gli fa inumidire gli occhi. L'abbiamo voluto incontrare per regalarci e speriamo regalarvi, un tuffo nella nostra storia. Il Professore ne ha attraversato un quarto di secolo. Ce lo ha raccontato.

Ernesto da dove vuoi cominciare?
«Dalla Lazio».

Non cominciare, anche se sappiamo che sei stato un grande narratore di barzellette.
«Ma quale barzelletta».

Allora che vuoi dire?
«Che la mia storia come medico sportivo è cominciata proprio con la Lazio».

Con tutto il rispetto, un errore di gioventù.
«Non direi proprio così. Il fatto è che io sono stato un portiere. Feci il secondo pure alla Lazio. E quando smisi, il mio maestro Renato Ziaco, medico dei biancocelesti, mi offrì di andare a lavorare con lui».

Un portiere laureato, strano per quei tempi.
«Non avevo scelta».

Addirittura.
«Mio papà era un generale dei bersaglieri. Mi disse: se prendi un cinque in pagella o sei bocciato a un esame, smetti di giocare».

Il risultato?
«Ho preso la maturità a sedici anni e mezzo, mi sono laureato in farmacia a ventuno, poi pure in medicina e quattro specializzazioni».

Sempre con il pallone in testa.
«Sempre. E quando arrivò la Roma...».

Come arrivò?
«Nel mio studio privato, curavo diversi giocatori giallorossi: Peccenini, Santarini, Paolo Conti e Agostino».

Chi ti chiamò alla Roma?
«Agostino, persona meravigliosa. Quando lo curavo, mi diceva sempre, "e dai, vieni alla Roma". Ero tentato. E allora...»

Allora?
«I rapporti con Ziaco non erano più quelli dell'inizio, pensava che gli volesse fare le scarpe. Gli dicevo, "guarda che me ne vado alla Roma". Lui non ci credeva. Era il 1977. Lo sfidai. Chiamai Agostino, andai da Anzalone, firmai».

E iniziò una grande avventura di ventiquattro anni.
«Meno i due con presidente Ciarrapico. Quella non era la mia Roma».

Con Anzalone hai lavorato poco, quasi subito arrivò Dino Viola come presidente.
«Ingegnere, non presidente. Sai perché te lo dico?».

No, spiegami.
«Nel 1978 si cominciò a parlare di Viola presidente. Si scriveva che avrebbe cambiato tutto, medico compreso. Il mio contratto scadeva il trenta giugno. Andammo a fare un'amichevole di fine campionato a Monte San Biagio, il paese di Carnevale. All'uscita degli spogliatoi, trovai Viola. "Buongiorno presidente", mi corresse "no, ingegnere". Mi chiamò vicino a lui con il classico gesto che faceva con il dito».

Cosa ti disse?
«Sapeva tutto. "Avrai letto che non sarai più il dottore della Roma. Non dargli retta, sappi che continuerai con noi". Feci un altro anno di contratto e poi altri ancora, vivendo la meravigliosa avventura degli anni ottanta».

Uno scudetto, quattro coppe Italia e tanti rimpianti.
«I rimpianti erano legati soprattutto a quel gol di Turone. Viola ne era ossessionato».

Spiegati meglio.
«In quegli anni andavamo in ritiro a Riscone. L'ingegnere c'era sempre. Mentre la squadra correva, io e lui camminavamo intorno al campo. Un giorno mi disse: se vinciamo lo scudetto, ti faccio un regalo».

Te lo ha fatto?
«Sì. Io me ne ero dimenticato. Dopo aver vinto lo scudetto, una mattina arrivai a Trigoria e il portiere mentre entravo mi disse che Viola mi voleva nel suo ufficio. Andai di corsa. Come entrai mi disse "anche se sei più giovane di me, hai scarsa memoria". E mi regalò un piatto d'argento con al centro lo scudetto dorato della Roma. È ancora in bella mostra a casa mia. E quel ricordo ancora mi commuove. Come il ricordo di tutta la famiglia Viola. Meravigliosi».

Meravigliosi come Nils Liedholm.
«Allenatore e persona straordinaria. Stava avanti decenni rispetto a tutti gli altri. Aveva capito la forza della psicologia. Vuoi sapere una cosa?».

Anche due.
«Quando vedeva la squadra tesa o giù di morale, mi chiamava nello spogliatoio e mi diceva di raccontare ai ragazzi qualche barzelletta. Funzionava. Ricordo una volta prima di una partita contro il Cesena, nello spogliatoio c'era tensione. Mi chiamò, ci facemmo quattro risate, andarono in campo e fecero quattro gol».

Liedholm funzionerebbe ancora nel calcio di oggi?
«Assolutamente sì. Anzi, farebbe bene al calcio di questi giorni, lui era fantastico nello sdrammatizzare anche le situazioni più difficili. Vuoi che ti racconti un paio di episodi?».

Il primo.
«Ritiro a Riscone. I senatori del gruppo erano alloggiati in un albergo chiamato Royalino, ma per tutti era, scusatemi per il termine, il troialino. Una mattina un capo tifoso, famoso perché portava sempre un grande cappello, mi ferma e mi dice di aver visto un paio di giocatori rientrare alle tre di mattina. E mi invita a dirlo a Nils. Niente da fare, gli risposi, io non faccio la spia, se proprio vuoi diglielo te. Lo fece qualche giorno dopo. Nils ascoltò serafico e mi disse, "Ernesto bisogna multare questi ragazzi, avevo dato il permesso fino alle cinque di mattina". Fantastico».

Il secondo.
«Stavamo giocando a Catanzaro. Eravamo passati in vantaggio. La Juve, con cui ci giocavamo lo scudetto, era impegnata a Perugia. All'epoca in panchina si andava con la radiolina. A un certo punto qualcuno annunciò, "mister il Perugia ha segnato, la Juventus sta perdendo". Il Barone lo zittì subito, "silenzio, non farti sentire altrimenti ci danno un rigore contro". Uno così oggi dove sta?».

Anche uno come Falcao, dove sta?
«Grandissimo giocatore, un carisma unico, ma anche difficile da gestire. Era quello più sensibile agli infortuni. Una volta gli dissi che se avessero inventato il dolorometro per lui sarebbero stati guai».

Ci fu quella storia dell'unghia incarnita.
«Dovevi convincerlo ad andare in campo, magari pure con qualche trucchetto».

Tipo?
«Facendogli credere di curarlo con un farmaco che invece non somministrativi».

Ernesto, ma questa è una barzelletta.
«Ma quale barzelletta. Quando aveva quell'unghia incarnita, feci venire un collega mio amico, il professor Brunetti, e gli dissi che era il più grande esperto al mondo in fatto di unghie. Lo visitò, fece finta di fargli un'iniezione e problema risolto».

Peccato che tra Roma e Falcao sia finita male.
«Si erano deteriorati i rapporti tra il brasiliano e Viola. Aveva un problema al ginocchio. Lo portammo a far visitare anche negli Stati Uniti. I fatti ci hanno dato ragione. Tanto è vero che poi il vero Falcao non si è più visto».

Neppure sul dischetto del rigore nella finale della Coppa dei Campioni.
«Quella finale l'hanno decisa gli dei del calcio. I nostri rigoristi erano quasi tutti fuori: Maldera squalificato, Cerezo costretto a uscire per i crampi, Pruzzo costretto a rimanere negli spogliatoi nell'intervallo, ebbe una colica nervosa, gli feci un'iniezione di Buscopan, non rientrò, ma ero preoccupato, era pronta un'ambulanza per portarlo in ospedale».

Falcao era uno prudente dal punto di vista sanitario, chi al contrario è stato un giocatore che aveva una soglia del dolore superiore alla media?
«Ne dico due: Nela e Rudi Voeller».

Cominciamo da Nela.
«Devo svelare un segreto che all'epoca poteva portarci a una squalifica».

Sveliamolo, ormai è caduto in prescrizione.
«Un anno, per un certo periodo, Sebino giocò senza avere l'idoneità fisica».

Roba da processo.
«Il fatto è che Sebino aveva un cuore eccezionale e una soglia del dolore altissima. Doveva fare un esame al cuore, ma gli avevo detto di andare a Trento per evitare che qualcuno potesse equivocare. Solo che non trovavamo mai il tempo. E a Napoli rischiai di sentirmi male».

Che successe?
«Nela prese una gomitata, corsi in campo, era in arresto cardiaco. Gli feci il massaggio e lui si riprese. Ma per poco non mi sentii male io».

Voeller, invece?
«Meraviglioso tedesco. Capii subito che se aveva un dolore, era un dolore forte. Per dire: in ritiro una volta prese una stecca con tanto di taglio sulla gamba. Gli dissi, fermati. E lui con quella cadenza tedesca mi rispose "dottore, se ci fermiamo per cose di questo genere, non giochiamo più". E tornò tranquillamente in campo».

Leggi la seconda parte dell'intervista.

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