Un precursore, con modi da gentiluomo. Così Piero Gratton descrive Gaetano Anzalone, scomparso ieri a 88 anni. Nel 1978 dettero vita a una piccola grande rivoluzione, che avrebbe cambiato il calcio italiano: Anzalone la mente, Gratton il braccio, anzi la mano, che disegnò il primo logo del calcio italiano, dando il via allo sfruttamento del merchandising. «Fummo i primi a fare un'operazione seria di sfruttamento del marchio: io disegnai lo storico lupetto, e lo depositammo, come un logo industriale. Fino a quel momento chiunque poteva prendere l'immagine della Roma, stamparla su sciarpe e magliette, e mettersi a venderle».

Un'operazione avveniristica.
«Che però rischiò di andare persa. Perché a Dino Viola il lupetto non piaceva. Probabilmente perché non era una cosa che si era inventato lui, e la cosa gli dava un fastidio da morire: mi ha chiesto più di una volta se potessi ridisegnarlo, stringendo le mandibole del lupo. E io ogni volta gli dicevo che no, non era possibile...».

Come era venuto in contatto con Anzalone?
«Lavoravo alla Rai. Ero il responsabile dell'immagine del Tg2, e della grafica, che infatti era una po' giallorossa... l'area di riferimento era il centrosinistra, i colori erano quelli, potevo facilmente adattarli a quelli della Roma. E poi il direttore, quel galantuomo di Andrea Barbato, era un grande romanista anche lui. Lavorando alla Rai, mi affidarono la veste grafica anche dei campionati Europei di atletica leggera, all'Olimpico. Il responsabile dell'organizzazione era Gilberto Viti, storico dirigente giallorosso. Gli piacque il mio lavoro, il coordinamento delle immagini, e mi disse che avrei dovuto fare anche qualcosa per la Roma. Non c'era niente, all'epoca: i biglietti per lo stadio sembravano quelli del tram. Una volta venni a trovarlo, buttammo giù qualche idea. In quell'occasione mi presentò Anzalone».

Prima impressione?
«Una persona squisita, come poche volte se ne trovano nel mondo del calcio. Un vero signore. Oltre che una persona piena di iniziative, che ha fatto tanto per patrimonializzare la Roma. Ricordo una volta che ero in sede, allora a Via del Circo Massimo, sempre con Gilberto Viti, e lui ci fece scendere. Salimmo sulla sua Mercedes, e ci portò a vedere Trigoria, in costruzione. A parte il campo sintetico, che ovviamente è degli ultimi anni, c'era tutto quello che c'è adesso, dalla piscina agli alloggi dei giocatori, il bar, il ristorante. La palestra era fatta con delle centine di legno, bellissime. D'altronde era una costruttore, aveva buon gusto e si era servito di professionisti. E pensare che quando ha ceduto la Roma ci sono stati due giorni di lite con Viola, che voleva comprare solo la Roma, non il centro sportivo. Non aveva capito che l'affare grosso non era la società, ma Trigoria...».

Non fu facile, per Anzalone, cedere la società.
«Fu straziante. Mi ricordo nella sala del consiglio, ebbe un sussulto di pianto tremendo. È stato un presidente che forse i tifosi non hanno apprezzato fino in fondo, mi sembra sia stato un po' dimenticato. Ma è stato l'uomo che ha posto le basi per tutto quello che è venuto dopo. All'epoca i presidenti dovevano metterceli di persona i soldi. E non bastavano mai... Anzalone era una persona onesta, un costruttore: le sue disponibilità economiche non erano illimitate. E il calcio era fatto per gente che aveva il pelo sullo stomaco: le persone perbene venivano massacrate, anche dalla stampa. Sensi si è rovinato con la Roma, Anzalone non è arrivato a quei livelli solo perché si è fermato prima».

Era un calcio diverso.
«Lavoravo alla Rai, ogni tanto la direzione mi chiamava quando dovevano stendere i contratti per i diritti tv. Li pagavano 15 milioni di lire l'anno: una miseria. E gli incassi del botteghino non erano quelli degli anni sucessivi: Ciarrapico, che era un bifolco, andava a prendere i soldi con un secchio... all'epoca di Anzalone si lavorava con fatture e postdatati. Gli sponsor sulle maglie ancora non c'erano e lo sponsor tecnico non dava una lira, solamente cambio merce. Tu giocavi con le loro maglie, e non prendevi nulla. Avevamo l'Adidas, ci dava delle cose di una qualità terribile: non le avrebbe messe neanche un netturbino. E quel contratto con l'Adidas ci avrebbe impedito di partire con la nostra iniziativa, con il nuovo logo e il nostro merchandising. Dovevamo rescinderlo, ci pensò il dirigente che avevamo appena preso, Luciano Moggi. Andò a Milano, tornò ed era tutto risolto: non sappiamo come ma fu molto efficace. Diciamo che una cosa buona l'ha fatta...».

È ricordato anche per l'acquisto di Pruzzo...
«A me l'acquisto di Pruzzo fa pensare a un'altra geniale intuizione di Gilberto Viti, sempre durante la presidenza Anzalone: gli abbonamenti vip, decennali. Era stato calcolato che per 10 anni sarebbe costato 5 milioni l'abbonamento allo stadio: bastò venderne 100 e saltarono fuori i soldi per prendere Pruzzo. Furono un successo: andavano di moda, i vip li compravano e li regalavano. A Dino Viola venne un colpo, quando prese la Roma, e si accorse che la tribuna era piena, ma i soldi erano già stati incassati. Era furioso, voleva mettere tutto in mano agli avvocati, e far annullare gli abbonamenti».

C'era un bel giro di persone, intorno alla Roma..
«Un presidente della Roma poteva riuscire a ottenere di liberare da vincoli dei terreni su cui costruire. Quando andavo da Viti, c'erano tutti gli autisti dei direttori di banca, che venivano a ritirare i biglietti omaggio. Sulle storie che succedevano là dentro, potrei scrivere un libro. Mi sono affacciato nel mondo del calcio, che non conoscevo, e fu come andare a vedere gli animali nel cratere di Ngorongoro...»

Anche Anzalone non era molto dentro queste dinamiche.
«No, appunto. Era un gentiluomo in un mare di mascalzoni. Ricordo quando lanciammo le maglie con il nuovo logo: il giorno prima la squadra era in ritiro in un alberghetto di lusso, dietro Piazza Don Minzoni. Mangiammo lì, ormai conoscevo l'ambiente, e temevo cosa sarebbe successo. Glielo dissi: «Guardi che se si perde, ci fanno a pezzi». «Non si preoccupi, so come tenerli buoni». Per fortuna andò bene: aspettavano qualunque pretesto per attaccarci. Conservo ancora degli articoli, mi pare su Repubblica ne uscì uno intitolato ‘Come ti spoglio il tifoso'. Era una nuova filosofia, che poteva portare altri soldi al club, per continuare a competere: Anzalone non aveva la Fiat dietro, non era facile...».

I fatti gli hanno dato ragione.
«Ma lui non se l'è goduta. Se lo sono dimenticato in tanti. Per lui cedere la Roma fu uno shock: promise che non avrebbe più messo piede allo stadio, e così fece. Si è messo in disparte: l'ho rivisto, certo. Ma negli ultimi anni ci si incontrava solamente ai funerali...»