A un bivio. Forse il più complesso della sua carriera. Daniele De Rossi adesso è chiamato a compiere una scelta fra la dedizione esclusiva a sola maglia - la sua, quella della Roma - e lo sdoppiamento con quella azzurra, che pure ha sempre dimostrato di amare. Anche nel giorno amaro dell'eliminazione dal Mondiale, quando ha mostrato tutto il suo attaccamento invitando Ventura a far entrare un attaccante per sbloccare la gara, anziché se stesso; poi andando personalmente a scusarsi con i giocatori svedesi per gli inopinati fischi milanesi al loro innoComportamenti da Capitano - pur senza fascia - proprio nel momento del commiato. Parziale o definitivo, questo è il dilemma. 

È invece di dominio pubblico la stima che il nuovo ct Mancini nutre nei suoi confronti. Ora ha la possibilità di farne la chioccia per i giovani che comporranno la sua Nazionale. Con Buffon (quasi) fuori dai giochi, sarebbe proprio il romanista il leader ideale per il tecnico jesino. Che non da oggi lo avrebbe voluto con sé: non è un mistero che avrebbe fatto carte false pur di portarlo nel suo City.

Daniele aveva il contratto in scadenza, la Roma attraversava la difficile fase del cambio di proprietà e di certezze ne esistevano poche. Le sirene inglesi (accompagnate da assegni a tanti zeri) e un campionato che è sempre sembrato cucito su misura per De Rossi per intensità, spirito combattivo, forse anche atmosfere, avrebbero potuto tentarlo facilmente. Soprattutto in un periodo nel quale erano in pochi a riconoscerne le doti, ottenebrati da campagne infami tese a screditarlo come persona prima ancora che come giocatore. Eppure lui ha scelto la via del cuore. Anche in quel caso accompagnata da assegni, chiaro, che è l'altra assurda accusa che gli veniva mossa contro. Come se gli altri - tutti - avessero mai giocato gratis.

Ma il numero 16 non si è mai nascosto, ha sempre detto che avrebbe mirato a strappare (legittimamente) il massimo dai suoi contratti. Perché lui è così: non è mai stato portato ad arruffianarsi la gente; al contrario, ha sempre fatto della schiettezza un tratto distintivo. A costo di farla sfruttare dai populisti che gli si sono schierati contro. Anche per questo è amato da chi ama la Roma. Non ha avuto bisogno di "comprarlo" quell'affetto. Se lo è sudato sul campo. Insieme con la maglia amata. Fino all'ultimo secondo di questa stagione, che lo ha riproposto ad altissimi livelli anche in campo internazionale. E quelle parole a finale appena sfumata («D'ora in poi bisogna provare a vincerla la Champions») valgono più di una promessa. Sono una dichiarazione d'intenti. Pienamente romanista. Perciò qualsiasi sia la decisione che prenderà, resterà sempre uno di noi.