Il 26 gennaio 1975 si gioca la partita più importante, fino a quel momento, della stagione della Roma. Una Roma che ha iniziato malissimo un campionato nato malissimo, dato che la Lazio ha sul petto una toppa che non le appartiene. La svolta è arrivata proprio nel derby dell'1 dicembre 1974, vinto con gol di De Sisti. Da quel momento in poi la squadra di Liedholm ha infilato una serie di 6 vittorie consecutive, che però si è interrotta la domenica prima, il 19 gennaio, a Terni, con un pareggio per 2-2. Terni è l'anagramma di Inter, che è l'avversario che arriva all'Olimpico proprio il 26 gennaio, pari merito in classifica al terzo posto con la Roma, a 17 punti. La Lazio ne ha 20 e la Juventus 21. L'Olimpico è tutto esaurito. Lo era con la Roma nei bassifondi della classifica, figuriamoci ora. E al 10' lo stadio esplode, perché la squadra giallorossa è già in vantaggio. Al termine di una delle fughe sulla fascia sinistra, Rocca crossa verso il centro. La difesa dell'Inter non ha fatto in tempo a piazzarsi, ma Pierino Prati sì. Di testa anticipa tutti, manda fuori giri anche Bordon, e segna il gol dell'1-0. Erano anni in cui chi andava in vantaggio si chiudeva in difesa per tutta la partita, o almeno fino all'eventuale pareggio degli avversari, sperando invece di raddoppiare in contropiede. Non la Roma di Liedhlom, la squadra della ragnatela, quella del "se la palla ce l'abbiamo noi, gli altri non possono segnare". Il possesso palla ancora non si misura, ma c'è da credere che grazie alla rete di passaggi tra Cordova, De Sisti e Morini, si sfiori il 100%. È quello l'unico modo che la squadra giallorossa conosce per difendersi: attaccare. Così per tutto il primo tempo, finché proprio al 44' Cordova, dopo l'ennesima finezza della sua partita, si libera di due avversari e tira in porta. Il pallone rimpalla su un difensore, prende un effetto che disorienta Bordon, che riesce a bloccarla, molto probabilmente stando però dentro la porta. Non ci sono né assistenti di porta, né goal line technology, né Var, né altre diavolerie tecnologiche (di quelle che in ogni caso anche oggi, se c'è Roma-Inter, non si usano...). Il guardalinee indica il centro del campo. L'arbitro no. Il direttore di gara si chiama Picasso e scatena una Guernica che accompagna i giocatori negli spogliatoi. Ci manca poco e non finisce come con Michelotti qualche anno prima, in un altro Roma-Inter.

Nel secondo tempo però entra in campo una Roma che dimostra di non aver perso la testa. Che continua a tenere palla e sfiora il raddoppio con Di Bartolomei, Cordova e Prati, su cui è bravo Bordon. A un minuto dalla fine, però, in una delle rare sortite offensive dell'Inter, sembra materializzarsi il disastro. In quel momento però entra in scena un protagonista che fino ad allora praticamente non si è visto mai, perché la palla l'ha tenuta sempre la Roma. In quel momento, a un minuto dalla fine, Paolo Conti dimostra a tutti chi è.

Paolo Conti è proprio un portiere con i baffi. Con due mani grandi così, mani nude, è ancora così all'epoca. Tutti, quando tirano contro di lui, provano a inquadrare la porta. Ma lui non è inquadrabile. Non cercate di incastonarlo in qualche categoria già usata per i calciatori o per i portieri. Lui è uno al quale la vita ha proposto di fare il portiere e che giocava a calcio solo per divertirsi, anzi, fino a 18 anni era un attaccante e non solo non aveva bisogno di diventare un portiere, ma neanche di diventare un professionista, dato che l'attività di famiglia, un albergo, gli consentiva di guardare al futuro senza preoccupazioni. Gli proposero poi di tesserarsi col Riccione. Ma sì, dai. Una volta, invece: provi in porta? Ma sì, dai. La prova dev'essere andata bene se è vero, anche se lo ricordano in pochi, che alla vigilia dei Mondiali del 1978 tutti invocavano lui titolare al posto di Zoff. E anche dopo, viste le incertezze del portiere titolare nelle partite decisive con Brasile e Olanda... E che orgoglio per i romanisti, che non avevano un loro giocatore convocato ai Mondiali con l'Italia dal 1966... Già, perché ciò che ha veramente cambiato la vita di Paolo Conti è la Roma. «La decisione di diventare professionista l'ho presa solo a 23 anni – ha raccontato lui – quando mi ha preso la Roma». Cioè l'unica cosa che poteva sconvolgere la vita a un ragazzo che avrebbe potuto smettere quando voleva e che non tifava per nessuna squadra. «Tra le tante cose non capivo, prima di venire a Roma, come si potesse impazzire per il calcio, mi sentivo lucido, capite? Ero distaccato, ma non freddo, questo mai. Roma m'è rimasta nel sangue, e io sono rimasto romanista». Si è fatto amare per tante grandi parate, si è fatto maledire ogni tanto per qualche papera, come tutto sommato capita a tutti (anche a Zoff, anche ai Mondiali...). E lui, che non aveva avuto maestri perché faceva l'attaccante, è stato un maestro per Franco Tancredi, non solo tecnicamente, perché ha dimostrato come due portieri che in teoria sono rivali per un posto possono esserlo anche senza impedirsi di essere amici e soprattutto leali compagni di squadra. Sapeva benissimo, Paolo Conti, che veniva dal Riccione, che quel ragazzo con i ricci che veniva dal Rimini era destinato a togliergli il posto. Bè, lui non lo ha ostacolato, lo ha semplicemente accompagnato finché non è stato pronto per mettersi a difendere la porta della Roma. Forse è proprio nel suo ultimo periodo in giallorosso, cioè quando ha iniziato a vedersi di meno, che è stato invece veramente romanista. Anche perché dopo tanti anni il suo era un romanismo consapevole, scelto, voluto e che ha continuato a coltivare nel tempo, pur senza ostentarlo. Per quanto anche oggi, che fa il procuratore, non si nasconde e se qualcuno gli chiede per chi batte il suo cuore, lo dice. Per la Roma.

Sua è una definizione rimasta celebre: "La Roma è un fenomeno di autocombustione". Avrebbe iniziato a prendere fuoco dai baffi, lui che grazie ai baffi si sentiva unico. "Tutti i portieri si sentono unici". E forse è una delle tante cose che affascina del ruolo. Unico non solo per i baffi: fu il primo a vestirsi con colori diversi dal grigio e nero. L'arancio, quanto gli stava bene... E il primo a mettersi i parastinchi, perché usciva dai pali, sui piedi degli avversari. E i calci fanno male. "Portiere moderno, olandese", dicevano di lui. Era molto più semplice: si ricordava di quando era stato attaccante. «E dovevo coprire i miei limiti: sentivo la mancanza di aver fatto il portiere senza una scuola alle spalle».

Alle spalle di Paolo Conti, quel giorno, c'è la Curva Sud. Che a un certo punto, all'ultimo minuto, dopo essersi goduta una bellissima Roma, vede con terrore un altro baffo. Quello di Sandro Mazzola. Ciò che accade è descritto così dal Corriere dello Sport: «Mazzola, che da qualche minuto stava dando l'anima in campo, raccoglieva un rimpallo al volo e batteva a rete. Sembrava fatta. Ma Conti si inarcava come un gattopardo, uno scatto di reni prodigioso, e arrivava lì, nell'angolo dove il pallone beffardo di Mazzola stava per infilarsi, deviandolo in angolo. Perché beffardo? Perché la Roma non avrebbe assolutamente meritato di perdere un punto dopo aver controllato la partita per l'intera sua durata».

Paolo Conti ricorda molto più le emozioni che i dettagli, della sua carriera. Ma una parata se la ricorda. Quella. «Eravamo all'Olimpico, c'era Roma-Inter, e quell'Inter era forte. Vincevamo noi 1-0. All'ultimo minuto Mazzola tira, all'incrocio dei pali. Come ho fatto a prendergliela non lo so proprio. Me la ricordo ancora, quella parata. Chissà, forse la più bella parata della mia vita. Uscendo dal campo Sandro mi fece i complimenti e mi disse: "vieni all'Inter?". Però, quella parata non l'ho mai sognata, io non ho mai più sognato Paolo Conti in porta che para, vola da palo a palo, non ho più regalato al sonno il mio passato di portiere della Roma».

È la Roma della ragnatela. Mazzola voleva toglierla dall'incrocio dei pali, Paolo Conti ce l'ha lasciata.