Un'organizzazione mafiosa quella dei Fasciani. Dalla Cassazione arriva il «riconoscimento del carattere mafioso del gruppo» che fa capo a Carmine Fasciani.

Sono state pubblicate ieri le motivazioni con le quali la Suprema Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Procura generale di Roma contro la sentenza di appello che aveva fatto cadere l'aggravante mafiosa nei confronti degli imputati. Questi erano stati ritenuti responsabili solo di associazione a delinquere, riducendo così nettamente le condanne che in primo grado erano state pesantissime, con pene complessive di oltre 200 anni di carcere.

«La sentenza di appello -si legge nelle motivazioni depositate - ha violato il precetto penale espresso dall'articolo 416 bis del codice penale» e «si e' sottratta all'obbligo di motivazione pervenendo ad una conclusione contraddittoria quando non, per alcuni rilevanti aspetti, apodittica». Il «disconoscimento del carattere mafioso del gruppo facente capo a Carmine Fasciani da parte della Corte di merito», osservano ancora i supremi giudici, oltre a «violare la norma incriminatrice», è contraddittorio «quando non manifestamente illogico» anche «rispetto alle acquisizioni probatorie date per conseguite dallo stesso giudice».
La Corte d'appello di Roma, dunque, in diversa composizione, dovrà riesaminare la vicenda e «a partire dal carattere mafioso del gruppo» rivalutando ogni questione «circa la partecipazione, con il relativo grado e consapevolezza, degli imputati al predetto sodalizio».

Una presenza, quella della mafia a Ostia, che la sentenza della Cassazione nel processo ai Fasciani ribadisce ancora una volta, annullando il precedente verdetto in appello pronunciato a giugno del 2016 a che invece aveva negato quella presenza, riducendo la figura di del boss Carmine Fasciani, capo clan, a un malavitoso ordinario.

Questo con tutte le conseguenze che tale sentenza avrebbe avuto, se passata in giudicato: in primis sui sequestri preventivi degli stabilimenti balneari controllati dai Fasciani che erano stati sottratti alla gestione delle cosche proprio in virtù del riconoscimento dell'aggravante mafiosa.

Ci risiamo dunque. Carmine Fasciani era stato condannato in primo grado a 28 anni, in secondo solo a dieci e adesso si vedrà. La decisione della Suprema Corte è un segnale netto che viene guardato con ottimismo da parte di chi è convinto che la mafia esiste, nonostante la nota sentenza recente su Mafia Capitale che ha asserito il contrario di quanto invece si erano detti convinti i magistrati della Dda.

D'altra parte, tutti gli altri tronconi del processo ai Fasciani – contro imputati affiliati al clan che avevano scelto il rito abbreviato – erano finiti con il riconoscimento per tutti dell'aggravante dell'articolo 7, cioè per aver favorito la mafia di quegli stessi Fasciani poi ritenuti non mafiosi dalla corte d'appello. Non a caso il pg Amato, nel suo ricorso, aveva fortemente criticato quel verdetto così in contraddizione con i precedenti. «Un suicidio logico -aveva definito il pg la sentenza- che lascia "dolorosamente perplessi" anche perché ci si trova davanti a una serie impressionante di atti intimidatori».

La sentenza che aveva negato la mafiosità dei Fasciani, secondo l'accusa, ha infatti sottovalutato il potere acquisito da Carmine Fasciani sul Municipio X: ottenuto con la forza delle armi ma anche economico, frutto del traffico di droga e incrementato dalla massiccia infiltrazione dell'economia locale. Un potere riconosciuto da Cosa Nostra, che attraverso un suo emissario arrivato dalla Sicilia partecipò a una riunione a Ostia per definire gli equilibri sul litorale di Roma.