Quant'è grande il cielo sopra Roma-Torino? È talmente grande che ci sono entrate tutte quelle bandiere. L'8 maggio era già successo tutto – la Roma aveva vinto lo Scudetto, era Campione – il 15 maggio cos'altro sarebbe dovuto o potuto capitare? Cosa puoi aggiungere alla gioia di Genova per noi? Si può? Sì. Se sei romanista e hai vinto lo Scudetto, trasformi la tua città nel colore del tuo cuore, festeggi per mesi, balli a Testaccio, improvvisi concerti, disegni murales, pitturi facce e facciate, e non finisce mai, strappi al tempo il tempo per fermarlo. E non finisce mica il cielo dopo Genova, e quello sopra Roma-Torino è una bandiera. Ce n'erano, come non ce n'erano mai state di bandiere quel giorno allo stadio. Con uno sguardo, per difetto: centomila. «Ogni persona ce ne aveva una», dirà Ancelotti. Almeno una.

Eravamo tutti ragazzini, anche i più anziani: è come se avessero abbonato a qualsiasi romanista 41 anni. Facevamo non enghé, ma olè da una settimana, eravamo appena nati campioni. Anche il papa… festeggerà la Roma: «Mi congratulo con i campioni della Roma che non vedo l'ora di accogliere», sono parole di Woityła. Vedo la Santità del Cuppolone e la maestà del Colosseo sdraiate vicino al Circo Massimo, che contiene trecentomila persone per il concerto da "Grazie Roma" di Antonello Venditti. Grazie Roma, cos'altro può succedere? L'8 maggio era già successo tutto, il 15 maggio 1983 bisognava solo festeggiare la Roma, e bisogna farlo ogni 15 maggio della nostra vita (anche perché nel 1989 a Bangui è nato Yanga Mbiwa). Il 15 maggio è la data ufficiale della Roma Campione d'Italia 1982/83, la data da Albo d'Oro, eppure la cerimonia, eppure anche quel giorno – fra presidenti e papi – è stata soprattutto cuore. La sintesi è nel volantino che gli Ultrà della Roma avevano fatto e distribuito: «RINGRAZIAMO I CAMPIONI per la grande gioia che ci hanno regalato NON INVADENDO IL CAMPO. Abbracciamoli anche a nome della città. Tutta Italia ci guarda».

Gli Ultrà erano la forma perfetta quel giorno. (...) Il presidente Viola dagli altoparlanti invita i centomila dell'Olimpico, ma l'impressione è che non ce ne fosse nemmeno bisogno. Gli ultrà erano i cerimonieri, Viola lo speaker. Dirà queste parole ai tifosi: «Vi ringrazio, vi abbraccio, voi siete la grande forza di questa squadra. Non invadete il campo, non guastate questo sogno cullato per tanti anni». Nessuno nemmeno lo riga col pensiero quel sogno. È tutto perfetto, la Roma ha vinto anche quest'ultima con il Torino, 3-1, rigore di Pruzzo, uno in allungo di Falcao, poi Conti dopo un gol di Hernandez a Superchi senza guanti; la Roma è Campione, era come se quello stadio si trovasse in un altrove. In un posto sospeso e incantato, dai colori della luce, perché più del rosso, è il giallo delle bandiere che si fa vedere. Il cielo sopra Roma-Torino è incantato, al punto che la sera, il servizio della "Domenica Sportiva" si apre solo con immagini e suoni dal vivo, prima di entrare col commento dopo 2' e 21'', tempi geologici per la tv. Le parole, accompagnate dal sottofondo di "Grazie Roma", hanno anche queste come la premura di non invadere il campo, basta quello che si vede: "Alla fine c'era gente che si abbracciava e piangeva di felicità, a proposito l'organizzazione ha funzionato a meraviglia; l'invasione del campo non c'è stata, tutti i centomila dell'Olimpico sono rimasti al loro posto per permettere il giro d'onore alla squadra, accompagnata dal grido campioni-campioni. In un'atmosfera surreale i giocatori giallorossi alla fine della partita hanno ringraziato il pubblico percorrendo anche il giro di campo con la bandiera tricolore".

In testa c'è Agostino Di Bartolomei, che prende a bordo campo non un fiore, ma un vaso pieno di fiori, e lo lancia ai tifosi. Era il troppo che aveva dentro Agostino, era la troppa attesa, la troppa gioia, forse il troppo amore di ogni tifoso della Roma per la Roma, e in particolare per quella Roma. In quel giro di campo non c'è Nils Liedholm: «Ho preferito lasciare la scena tutta ai miei ragazzi. È stato perfetto così». Uno dei paradossi meglio riusciti del Barone, forse primo artefice di uno Scudetto che ha avuto mille artefici. Una curiosità: la mattina Liedholm era andato al Francesco Gianni per festeggiare la Lodigiani in C2. Non c'era al giro di campo, ma al Francesco Gianni sì. Straordinario. Unico. Indimenticabile, come ogni cosa quel giorno. Si trova il tempo anche per questo (pagina 2 del «Corriere dello Sport» del 16 maggio 1983): «Arriva anche la notizia della Lazio che perde a Milano: com'è possibile dimenticare? Si alzano centomila braccia per festeggiare». Sì, tutto era perfetto, anche se poi si parlava di premio Scudetto (150 milioni) e Falcao diceva: «Non so se rimarrò, devo guardarmi dentro, ma lo spettacolo di questo stadio rimarrà tra le cose più belle della mia vita. Per due ore sono stato in Brasile».

Per due ore la Roma ha giocato chissà dove. Che poi questo 3-1 che nessuno racconta mai per la splendida inutilità del risultato (quasi la definizione di bellezza secondo Kant) è arrivato con Pruzzo che si fa il segno della croce prima di tirare il rigore che non voleva tirare. Ma perché? Qui c'è solo da festeggiare. È proprio questa la risposta: Pruzzo non vuole rischiare di graffiare quest'opera d'arte, non vuole nemmeno una macchiolina piccola in questo giorno grande. E poi, perché lui, lui che è Falcao, quando segna il 2-0 esulta sotto la Sud andando incontro al suo Brasile come dopo il gol con l'Avellino? Forse era il suo pegno d'amore, il suo punto d'onore. Aveva detto che avrebbe portato lo Scudetto a Roma in tre anni e quella era una liberazione: l'aveva fatto. Era stato di parola, ma ora non aveva le parole: «Quando sono arrivato a Roma un giornalista in conferenza stampa mi ha detto che era impossibile vincere uno scudetto a Roma, io gli risposi che era impossibile non vincere uno scudetto in una città come Roma».

Sotto al cielo di Roma-Torino l'impossibile e il possibile diventano concetti relativi: quel giorno in Curva Sud ritorna lo striscione del Commando Ultrà Curva Sud dopo tanto, troppo tempo. E grazie a Gilberto Viti, davanti a quello striscione, quel giorno, abbiamo rivisto Francesco Rocca. E tutti applaudivano a un quarto d'ora dalla fine di questa partita senza fine l'ingresso in campo di Paolo Giovannelli, giovane di assoluto talento e soprattutto l'autore del gol vittoria di un derby sentitissimo nel 1980, che si era rotto il crociato posteriore del ginocchio sinistro il 27 gennaio 1982 in allenamento a Trigoria, e in questo 15 maggio diventava anche lui campione d'Italia. Come Ancelotti, che in campo ripeteva: «Quante bandiere! Quante bandiere». In tribuna Pertini faceva tre con le dita come a Madrid. Aveva scherzato con Viola e si era complimentato, guidato nelle presentazioni da Agostino Di Bartolomei con ogni giocatore della rosa (anche con i "piccoletti" di Bruno Conti). Sembrava una benedizione. Sembrava una processione, quella fatta dai tifosi la notte prima al Pantheon da Mamma Azise (obrigadi per sempre) in tailler blu e camicia da seta, raccomandandosi di non far partire il figlio. Altro che parabole, quel giorno. Miracoli nel giorno del miracolo.

In tribuna c'era anche un tifoso non vedente, Bartolomeo Cossu, pensionato delle telefonie dello Stato. In curva il primo a entrare alle 9:53 di una partita che sarebbe iniziata alle 16 era stato un ragazzo di 17 anni, Claudio Fiocchetti. Alle 10 non c'era più posto. Tutti fermi a guardare la Roma Campione d'Italia che tiene per mano il drappo appena vinto. «Vanno correndo con la bandiera, piano, più piano: perché quel giro non finisca mai. Ci saranno altri giorni, altri trionfi; ma nessuno avrà il sapore di questo: il sottile tormento di un'attesa lunga quasi mezzo secolo», scriverà il giorno dopo Giorgio Tosatti sul Corsport. E scriverà bene. In quel giorno, in un'atmosfera surreale in cui i giocatori giallorossi alla fine della partita hanno ringraziato il pubblico percorrendo anche il giro di campo con la bandiera tricolore, in testa hanno Agostino Di Bartolomei, che lancia quel vaso pieno di fiori. Molti di noi stanno ancora cercando di raccoglierne i cocci.