Certe partite o le lasci così, intatte, o le devi aggredire per provare a scalare una montagna di bellezza e arrivare almeno a un passo dalla cima. A un punto. A un palo. A un urlo. Da qualcosa di persino più grande.

Un punto è quello che, dopo questa partita, era rimasto fra Roma e Inter. Un punto da quattordici (14!) che ce n'erano. Uno soltanto, con tutte le sue rette ma anche le possibilità infinite che lo attraversano, soprattutto dopo averne guadagnati 13 in un girone a quella che sarà l'Inter del Triplete, con quella che era l'ex Roma di Spalletti, sostituito dopo 4 anni e due giornate da Claudio Ranieri. Un punto sulla nostra storia. Il 27 marzo 2010 è questo. Intatto ancora adesso. Un punto esclamativo, come la silhouette di Luca Toni, come l'urlo di tutto lo stadio al suo gol della vittoria 2-1 contro l'Inter di Mourinho che si guardava intorno. Un punto, era dove eravamo finiti e sentivamo che potevamo attraversare tutte le possibilità, tutte le rette infinite o a zig zag, come il tiro sghembo di Rodrigo Taddei al minuto 71 e 58'', finito tra le gambe lunghissime di un giocatore arrivato a gennaio e finito sotto la Sud della nostra storia.

Una Curva non una retta è questa partita, una curva della nostra memoria. Con lo stadio gonfio come non capitava dalla finale di Champions fra Barcellona e Manchester United, ma questa per noi valeva di più. Valeva uno striscione all'entrata in campo, ore 17.58: «Grinta, voce, cuore… Roma tricolore». Si inizia alle 18 del 27 marzo, circoletto rosso sul calendario messo in segreto da tanto tempo, da quando questa squadra, condannata dagli altri all'anonimato e alla rassegnazione, ha cominciato a macinare punti e avversari, e i tifosi chilometri con la voglia di stringersi un po'… e quel pomeriggio eravamo stretti stretti, a fine partita lo eravamo di più: a un punto da loro, un punto dallo scudetto, un punto dal sogno. Un Triplete di ricordi: il vantaggio di Daniele De Rossi al 16', il tempo della sua maglia in scivolata, dopo la papera di Julio Cesar che forse, con quel nome, davanti al popolo di Roma s'è un po' commosso. Ma mai come Daniele De Rossi e il gol al suo minuto, l'urlo col cuore sulle tonsille e le labbra a baciare un'immagine sacra sui parastinchi, quella di sua figlia Gaia: una, due, tre volte, dopo aver baciato una sola per istinto lo stemma sulla maglia. Gol, 1-0. Un gol e siamo già a buon punto. A un punto.

Poi Vucinic e Riise sfiorano il raddoppio, ma pure Sneijder e Samuel, che prende una traversa sotto la Sud. Battimuro. Intervallo. Si riprende e si canta quel «Voglia di stringersi un po» che è stata la colonna sonora di una rincorsa impossibile anche soltanto a pensarla, così come nel 1986 quel «Siamo i tifosi della Roma, siamo del Commando Ultrà» aveva accompagnato la Roma e ogni romanista fino alla vetta. Questo Roma-Inter del 2010 sapeva di più di Scudetto di quel Roma-Juve del marzo 1986. Sapeva di grandi cose. Belle o brutte, ma comunque grandi. Così, al minuto bestiale, il 66', l'Inter pareggia col suo principe delle tenebre, Diego Milito, che non era solo in fuorigioco, ma molto più che fuorigioco: uno perché c'erano altri due di interisti oltre all'ultimo difensore romanista (anche Pandev, che partecipa all'azione), due perché il fuorigioco sarà stato almeno di tre metri. Netto, chiaro, patente, clamoroso, evidente… L'arbitro non vede, nemmeno il guardalinee. L'Inter fa l'1-1, ma il punto non è questo.

È quello che ci mette Luca Toni e tutta la Roma sulla partita: che ci mette 6' per rigirarla un'altra volta. Sotto la Sud. Non c'è niente di più esclamativo. Quello di questo gol di Toni è uno dei boati più grandi che si ricordi, un rumore sordo come il palo dell'Inter alla fine, al minuto 49 e 15'', paff bum-palo. Palo! Un minuto e finisce. Palo!. Roma-Inter 2-1, Inter 63 punti-Roma 62. Palo! Un punto solo. Un altro palo. Palo al 94', come a dirci non solo che stavolta è andato tutto bene, ma che stavolta andrà tutto bene. Almeno quel pomeriggio sembrava così. Ed era così. Era così punto e basta.