La partita paradigma della prima esperienza di Zdenek Zeman alla Roma si giocò a Milano il 25 ottobre 1998. Era la sesta giornata del campionato, il secondo con il boemo in panchina, e la Roma era partita di slancio, vincendo tre partite, pareggiandone una e perdendone un'altra, a Genova con la Sampdoria, dopo un primo tempo dominato e vanificato da due errori difensivi nella ripresa. L'anno precedente, al suo esordio con la Roma dopo l'esonero vissuto con la Lazio, aveva raggiunto il quarto posto finale alternando buoni risultati ad altri molto negativi, tra cui i quattro derby persi tra campionato e coppe che sollevarono molte perplessità tra i tifosi.

Ma ai blocchi di partenza della stagione successiva sembrava ci fossero davvero tutti gli elementi per un campionato di vertice. E la gara con il Milan rappresentava il primo esame stagionale di una certa rilevanza. I rossoneri di Zaccheroni non erano partiti bene e dopo cinque giornate erano dietro la Roma: nessuno realmente immaginava che alla fine della stagione avrebbero conquistato il titolo tricolore. E quel giorno a Milano la squadra di Zeman non fu affatto inferiore ai rossoneri.

La Gazzetta dello Sport, quotidiano sportivo meneghino, scrisse a chiare lettere quanto il risultato fosse stato ingiusto: «Il 3-2 finale è frutto di una somma incredibile di episodi, quasi tutti sfacciatamente favorevoli al Milan. La Roma esce da San Siro ingiustamente battuta, per come gioca e soprattutto per il numero delle occasioni da gol sciupate». Andò proprio così e in questi giorni di clausura abbiamo ritenuto opportuno andare a rispolverare i ricordi di quella gara vissuta da cronista, sempre approfittando dell'archivio di footballia.net per le immagini integrali (nel caso specifico accompagnate da una telecronaca in russo) e dell'impagabile lavoro dell'avvocato Lorenzo Contucci e del suo sito asromaultras.org per la parte documentale.

A Milano senza paura

Di bello le squadre di Zeman avevano quest'atteggiamento a metà tra la presunzione e la smisurata autostima che finiva con il contagiare tutti i giocatori. Milano, campo storicamente avaro di soddisfazioni per la Roma di ogni tempo, aveva il valore dell'Olimpico o del campetto di provincia da razziare, almeno al momento di scendere in campo. Nessun timore, anzi. Fischia l'arbitro e si va all'assalto. Eppure il confronto tecnico almeno sulla carta tra le squadre pendeva a favore dei rossoneri.

Al canonico orario invernale delle 14,30 e agli ordini del mitico Collina, scesero in campo da una parte, ordinati con il 343 di Zaccheroni, Rossi, N'Gotty, Andrè Cruz e Maldini, Helveg, Albertini, Boban e Ziege, Leonardo, Bierhoff e Weah, dall'altra, nell'inevitabile 433 zemaniano, Chimenti (Konsel era out per un'operazione al tendine d'Achille), Aldair, Petruzzi, Zago e Wome, Tomic, Tommasi e Di Francesco, Paulo Sergio, Delvecchio e Totti. Un po' come accadrà anni dopo a Spalletti, Zaccheroni si era posto all'attenzione del calcio italiano conquistando a suon di grandi prestazioni sorprendenti risultati sulla panchina dell'Udinese (10', 5' e addirittura 3'), soprattutto grazie al suo modulo innovativo con tre difensori e tre punte vere (Poggi, Bierhoff e Amoruso).

Alle prese con la rifondazione del suo Milan dopo il disastro della seconda gestione Capello, Berlusconi pensò proprio al tecnico romagnolo, magari con la speranza di rinverdire l'era Sacchi, ma in realtà lo scudetto di quell'anno fu un evento piuttosto casuale. Determinanti, ai fini del punteggio finale (il Milan raggiunse e staccò la Lazio di un punto proprio nelle ultime giornate della stagione), si sarebbero rivelati i tre punti presi il 25 ottobre con la Roma.

In quel campionato invece la squadra giallorossa arriverà quinta, uscendo dalla Coppa Uefa contro l'Atletico Madrid e soprattutto contro l'arroganza del panciuto arbitro olandese Van der Ende, protagonista di una direzione arbitrale nella gara di ritorno con gli spagnoli davvero bizzarra. Così in quella stagione si consolidò il pensiero che qualcuno nelle stanze che contano remasse contro la Roma. Se ne convinse anche il presidente Sensi che alla fine dell'anno non rinnovò il contratto con Zeman e fu indotto ad assumere Capello, un uomo - disse testualmente il presidente giallorosso - decisamente «più gradito al palazzo». Ma questa è un'altra storia.

Il settore ospiti di San Siro

Grazie Zeman

Meglio tornare a San Siro e a quella sfida aperta e vibrante, giocata a viso aperto tra due squadre di concezione offensiva, in cui purtroppo si videro tutti insieme i pregi che facevano delle squadre di Zeman degli assoluti capolavori di fase offensiva e i difetti che invece ne riducevano di molto le potenzialità. Fa quasi rabbia a pensare a quali vette avrebbe potuto raggiungere il boemo nella sua carriera se non avesse lasciato l'organizzazione della fase difensiva all'approssimazione mostrata anche dalla Roma quel giorno a Milano. Ma forse era lo scotto da pagare a squadre concepite con tanta verticalità, non solo nelle giocate col pallone, ma anche nella gestione della fase di non possesso.

La difesa "in avanti", concetto ripreso e rifinito quasi alla perfezione da Guardiola, ha avuto in Zeman il precursore forse più convinto. Il problema è che a volte la "salita" dei difensori veniva fatta in maniera scriteriata, insensata, senza alcuna interpretazione del momento. E così anche la sfida col Milan, stravinta sul piano del gioco, è stata alla fine persa proprio per certa propensione suicida del reparto difensivo. Ma Zeman era così: prendere o lasciare. Le sue idee hanno rivoluzionato il calcio tanto che schiere intere di allenatori hanno studiato i suoi tagli offensivi per anni eppure a un certo punto ha come smesso di aggiornarsi. Ha ritenuto che bastasse ripetere all'infinito la sua formula innovativa, senza rendersi conto che nel frattempo gli altri gli erano passati avanti. Ma non si può ignorare il valore, soprattutto morale, di certe sue battaglie. E almeno di questo dovrebbero essergli riconoscenti gli sportivi di tutta Italia.

La cronaca del primo tempo

La Roma partì all'assalto anche quel giorno, cogliendo subito impreparato il Milan. Ogni giocata era impostata in verticalità. Il concetto di palleggio anche all'indietro per preparare le giocate sul lato debole degli avversari non era neanche contemplato. Per lui il lato debole era quello su cui si poteva immediatamente attaccare la squadra avversaria non appena riconquistato il pallone. Intorno al 6' minuto ce ne sono due prove: prima Tommasi ruba palla e con tanto spazio avanti da guadagnare preferisce cercare subito Totti, pochi secondi dopo Zago comincia l'azione sulla propria trequarti e anche lui effettua un lancio di 60 metri per Totti (esterno sinistro per Zeman) sbagliando però la misura.

Ma al 9' proprio questa necessità di verticalità favorisce il vantaggio, grazie alle tre doti migliori dei tre protagonisti: la razionalità di Aldair che interrompe un palleggio avanzato di Boban, medita sulla scelta migliore da fare ed effettua un taglio rasoterra di sinistro in diagonale che manda Totti nello spazio vuoto, il genio dell'attaccante romanista che porta il pallone senza far perdere passi alla sua corsa e poi al cospetto di Sebastiano Rossi cerca di batterlo con un cucchiaio dei suoi, l'opportunismo di Delvecchio che ha seguito tutta l'azione e può deviare il pallone appena sfiorato dal portiere milanista dentro la porta vuota. Il Milan va subito in difficoltà, prova a uscirne col palleggio, ma Delvecchio porta un pressing indiavolato e per poco non inganna proprio Rossi. Zeman viene inquadrato in panchina mentre fuma paciosamente (allora era consentito), intanto la sua difesa comincia a salire su ogni possibile ripartenza rossonera e tiene la zona davanti a Chimenti sempre pulita.

Al 23' c'è un'azione manifesto di Zeman: è sempre Aldair a interrompere un'incursione stavolta di Weah, resiste alla tentazione di liberarsi subito del pallone per rifinire invece un'uscita migliore, stavolta per Di Francesco che si invola sulla fascia sulla sua verticale, il futuro allenatore della Roma serve a sua volta ancora sull'esterno Paulo Sergio che partendo più centralmente guadagna lo spazio per superare sullo scatto sulla corsia nientemeno che Maldini, ed è un gran peccato che sull'immediato cross in area Delvecchio arrivi con una frazione di secondo di ritardo. Sembra l'essenza del contropiede, in realtà è il calcio di Zeman visto in pochi secondi.

Il pubblico di San Siro in questa fase della partita ammira una squadra meravigliosa, ma non è il Milan: al 24' Zago va in verticale ancora su Totti che scarica di prima per Di Francesco che stavolta è sulla fascia opposta, immediato il suggerimento verticale per Delvecchio che controlla spalle alla porta e scarica per Paulo Sergio che a quel punto ha tre possibilità diverse di rifinitura: a sinistra per Totti, centrale per lo stesso Delvecchio, a destra per Tomic in sovrapposizione, e quando vede che Maldini molla la zona centrale intuendo il passaggio esterno, lui va proprio da Delvecchio, che con un tocco morbido supera Rossi, ma la palla beffarda si infrange sul palo interno di sinistra e quando torna in campo Tomic la ricaccia in porta, prendendo però il palo interno di destra. Pessimo segnale.

La Roma vola e i fischi che alla mezz'ora piovono sul Milan da San Siro lo confermano impietosamente, ma il risultato è appena 1-0 nonostante il dominio incontrastato. Al 35' Totti con un destro improvviso coglie l'incrocio dei pali, Rossi si supera per deviare in corner. Il Milan sembra alle corde e invece succede l'imprevedibile: la difesa della Roma comincia a mollare qualcosa, invece di pensare alla sostanza estremizza ogni movimento in avanti, per due o tre volte semplici rilanci in avanti vengono fermati per millimetrici fuorigioco (alla fine della partita saranno addirittura 14), ma nessuno coglie il segnale di pericolo e, un attimo prima del fischio finale del tempo, Boban tutto solo in area raccoglie una torre di Bierhoff e segna il gol dell'ingiusto 1-1.

La cronaca della ripresa

Zaccheroni chiede più sostanza e inserisce Ambrosini al posto di Albertini, ma la Roma ha subito l'occasione per riportarsi in avanti, grazie al rigore fischiato da Collina che ha visto un fallo di Cruz su Delvecchio su un cross che il romanista non avrebbe potuto raggiungere: ma Totti si fa ipnotizzare da Rossi. E come spesso accade nel calcio è il Milan a portarsi in vantaggio, con un gol chiaramente irregolare, prima per la posizione assai dubbia di Ziege su una carambola di tacco tra Weah e Aldair, poi per il contrasto con Chimenti in uscita che determina un evidente tocco di gomito innaturalmente aperto dell'esterno tedesco.

Sembra il preludio di un crollo almeno psicologico per i romanisti che invece tornano a galla grazie a una bellissima giocata di Paulo Sergio a servire un taglio molto zemaniano di Delvecchio: 2-2 sotto la traversa e nuovo furore romanista. Ma tre minuti dopo, su un'ennesima palla giocata con troppa sufficienza in difesa e relativa punizione esterna, Weah salta alto tra Aldair e Zago e inganna Chimenti. Finirà tra cento rimpianti (compresa una clamorosa traversa di Totti) e mille nervosismi (espulsi Boban e Daniele Conti appena entrato). Zeman alla fine si dirà soddisfatto per la prova della sua squadra: la sua convinzione è sempre stata il suo limite.

Francesco Totti dal dischetto