Forse a distanza di trent'anni, visto che l'anniversario del derby che rappresenta quella stagione cade proprio oggi, si può dire: la Roma di Radice ha esaltato l'animo combattivo di una squadra che però sotto il profilo strettamente calcistico non era certo gran cosa. Con il Flaminio, lo stadio in cui si giocò quella strana stagione mentre l'Olimpico si rifaceva bello per le notte magiche dei Mondiali del '90, si creò un bel feeling, il contributo di Giannini, Desideri e Voeller soprattutto fu decisivo per raggiungere sesto posto e piazzamento nella Coppa Uefa (la mamma dell'attuale Europa League), Radice fu indubbiamente un tecnico molto amato, un uomo per bene, e un allenatore di ottimo livello, anche se prima e dopo abbiamo visto rose e prestazioni di livello migliore.

A rivederlo a trent'anni di distanza, grazie al ricchissimo archivio di footballia.net che in questi giorni ci consente di regalare ai nostri lettori questa nuova rubrica di rivisitazione "tattica e culturale" di alcune storiche partite della Roma, quel derby non è stato certo un bello spettacolo di calcio anche se a riguardare quell'esultanza sfrenata della squadra al termine dei 93 minuti di gioco frammentario e spezzettato, sotto quello spicchio di Tribuna Tevere destinato ai romanisti dentro uno stadio interamente biancoceleste, le emozioni corrono ancora sotto la pelle come ricorda bene chi era lì o chi vide la partita grazie alla diretta di Rai 3.

Gli scontri

Sì perché la gara fu vista al Flaminio da 14.318 spettatori e da tutti gli altri in tv: erano giorni complicati sotto il profilo dell'ordine pubblico, nel sabato di vigilia alcuni giocatori della Lazio erano stati aggrediti in piazza del Popolo mentre si recavano al cinema per trascorrere alcune ore della vigilia da alcuni tifosi romanisti e i tifosi della Lazio avevano promesso vendetta per il giorno dopo.

Diversi scontri ci furono nei viali intorno allo stadio alla vigilia della gara (il calcio d'inizio era fissato alle 15) e durante la partita dal gol di Voeller in poi si scatenò una vera e propria guerriglia in curva Nord, in qualche modo aggravata dalla decisione di irrompere sugli spalti da parte delle forze dell'ordine. Le immagini degli scontri, rilanciate in diretta Rai ancorché commentate con la consueta moderazione da Nando Martellini, sollevarono l'indignazione generale.

Su La Stampa, il giovane cronista Massimo Gramellini, scrisse: «Ancora un pomeriggio immondo per il calcio. Ancora quei tipi lombrosiani, quelle facce patibolari che ormai sembrano essersi assicurati l'esclusiva dei nostri stadi per trasformarli in altrettanti quartieri di Beirut e giocarvi una loro personalissima e insulsa partita, fatta di falò che alzano verso il cielo un fumo sporco e puzzolente, di scontri all'arma bianca con la polizia, di oggetti scagliati sul prato attraverso uno squarcio della rete di recinzione, di macchie di ultrà che retrocedono aprendo una chiazza bianca sulle gradinate e pencolando pericolosamente verso i parapetti per poi riprendere l'avanzata e "caricare" la polizia in un allucinante cambio di ruoli».

Il calcio romano

E sul campo? L'atmosfera non era tanto diversa. Le squadre romane vagavano in un mediocre stallo di metà classifica e ovviamente avevano demandato al derby il compito di stabilire chi meritasse quantomeno il riconoscimento dell'onore da parte della propria tifoseria. Se lo guadagnò la Roma, in capo a una partita priva di spunti tattici, povera di elementi tecnici, ricca solo di duri scontri e di plateali simulazioni. Nella capitale era il tempo del calcio "a uomo", Materazzi e Radice si affidavano alle marcature personalizzate e all'estro dei loro giocatori migliori per combinare qualcosa davanti, Di Canio e Ruben Sosa da una parte, Voeller e Giannini dall'altra.

Sacchi stava portando  un'aria nuova nel salotto buono del calcio, Maradona era l'unico in grado di contrapporvicisi, dal basso arrivava la spinta di Zeman e del suo Foggia dei miracoli. A Roma erano invece gli anni dei derby pareggiati a suon di schiaffi, poche reti e molte liti. Prima di questo derby la Roma era in astinenza da vittorie: erano sette anni che non ne conquistava uno. Il match winner fu ovviamente Voeller, su assist ovviamente di Giannini.

Rizzitelli nel secondo tempo prese un palo su una delle rare ripartenze di fronte allo sconclusionato assalto laziale, ma tutto era lasciato all'iniziativa personale. Impossibile stabilire, con l'occhio di oggi, quale sistema di gioco proponessero i due allenatori. Di sicuro schierarono entrambi squadre con quattro difensori, tre centrocampisti e tre attaccanti, ma poi in campo le posizioni dei giocatori nella fase di non possesso cambiavano a seconda della zona occupata dall'attaccante o dal centrocampista che si doveva seguire.

Non uno schema su calcio d'angolo, non uno schema su calcio di punizione, non un movimento organizzato nella zona di finalizzazione. Ecco perché i tifosi si affezionarono a quella squadra, nell'anno del Flaminio: perché in campo i giocatori davano tutto quello che avevano sotto il profilo agonistico, e gli eroi erano gli unici particolarmente dotati sotto il piano tecnico.

La cronaca del primo tempo

A scendere in campo agli ordini del baffuto Baldas di Trieste, che è quel signore che qualche anno dopo fu pizzicato a riverire Moggi nella sua veste di parzialissimo gestore della moviola della trasmissione di Biscardi, furono le seguenti squadre. Per la Lazio Orsi, Bergodi, Sergio, Pin, Gregucci, Soldà, Di Canio, Icardi (17' st Troglio), Amarildo, Sclosa (11' pt Marchegiani), Ruben Sosa. In panchina rimasero Fiori, Piscedda e Bertoni.

Per la Roma Tancredi, Berthold, Nela, Gerolin, Tempestilli, Comi, Conti (22' st Piacentini), Di Mauro, Voeller (38' st Pellegrini), Giannini, Rizzitelli. In panchina non entrarono Tontini, Impallomeni, Baldieri.

Non passano neanche tre minuti che Comi, colpito al volto da una pallonata cade nei pressi della curva Nord: la telecamera indugia sul malcapitato e sullo sfondo mulinano le braccia dei tifosi indiavolati, dietro le vetrate colorate dai colori sociali e da stemmi politici che all'epoca venivano ancora tollerati. Sul calcio d'angolo spizzato da un grappolo di giocatori il religioso centravanti brasiliano Amarildo prova un gol in forbice che avrebbe reso meno amara la sua permanenza in biancoceleste. Invece finisce alto e lì in pratica finisce quasi il derby della Lazio.

A impostare il gioco della Roma è Giannini, a rifinirlo si spera sia Voller: in mezzo non c'è molto altro. Quando Tancredi (il titolare era Cervone quell'anno, ma si era rotto il ginocchio pochi giorni prima) doveva ricominciare l'azione, Giannini si abbassava ai limiti dell'area, i laziali si ritraevano nella loro metà campo, Comi e Tempestilli si spostavano, Berthold accompagnava la manovra sulla destra e Nela restava guardingo, in mezzo Di Mauro e Gerolin erano corrieri chiamati a consegnare messaggi, Rizzitelli e Conti (quasi a fine carriera) assistevano il tedesco che volò una volta di più quel giorno e portò i due punti nella dote romanista.

Accade alla mezz'ora, su un fallo laterale laziale recuperato e trasformato da capitan Giannini in una rapida incursione sulla fascia, con calibratissimo cross di sinistro (il Principe se la cavava anche col mancino) su cui Orsi salta con la mano moscia, spostando la palla dalla testa del suo compagno Gregucci a quella già indirizzata di Voeller: forse il gol più facile dei 45 segnati con la maglia giallorossa.

2000 romanisti sono stipati in un pezzetto di Tevere, ma quando Rudi va a festeggiare là sotto trascinandosi tutta la squadra sembrano 200.000 mentre in Nord si intuiscono i prodromi di una battaglia che praticamente non finirà per tutta la partita. Quando pochi secondi dopo ancora Voeller ruba un altro pallone ai suoi avversari e per tutta risposta viene steso, si sente alto anche nella telecronaca l'urlo dei tifosi romanisti «Sta a gioca', sta a gioca', sta a gioca cor core, questa Roma sta a gioca' cor core», che è una variante di quello che si cantava in quel periodo per sottolineare proprio che il tedesco era solito giocare da solo.

La Lazio prova a reagire ma proprio non sa come si fa: in campo le squadre sono lunghissime, quando rinvia un portiere i difensori avversari sono già davanti alla propria area, in mezzo si formano solo duelli individuali a cercare di contrapporsi a giocate individuali. Al 38' Baldas chiama a sé i due capitani, Pin e Giannini, dopo l'ennesima scaramuccia che porta le due squadre ad azzuffarsi, con Di Canio protagonista di ogni scontro e i romanisti a ringhiargli addosso.

Gli scontri infuriano invece in Nord: la celere è entrata sugli spalti, i laziali la respingono al suono dei tamburi, nel senso che li usano per tirarglieli contro: nel finale la Lazio attacca proprio da quella parte, ma impegnati nella guerriglia i laziali neanche si accorgono del gran tiro di Ruben Sosa bloccato da Tancredi. All'ultimo secondo del primo tempo invece c'è una punizione per la Roma dalla parte opposta: sulla parata di Orsi Baldas fischia la fine del tempo, ma Conti è ormai già lanciato verso il tiro al volo che finisce a un centimetro dal palo, tecnicamente fuori tempo massimo. Chissà che sarebbe successo se fosse entrato...

La cronaca della ripresa

Il tempo parte con un assolo di Di Canio neutralizzato da Tancredi, un minuto dopo ci prova Giannini. Al 49' lo stesso capitano romanista lancia perfettamente Voeller ma il guardalinee alza la bandierina per punire un fuorigioco (peraltro inesistente) di Rizzitelli che neanche era in traiettoria: allora il fuorigioco non faceva distinzioni.

Come spesso succedeva in quei casi, per cercare di recuperare uno svantaggio "saltavano le marcature", così a un certo punto Bergodi e Gregucci si ritrovano in area romanista a cercare gloria, e inevitabilmente sulla ripartenza Voeller parte da solo, si invola sulla destra inseguito da Soldà, che ovviamente non può impedirgli di tirare, ma la conclusione diagonale è respinta da Orsi.

Quando al 61' Conti va a battere il primo dei due corner guadagnati dalla Roma in tutta la partita, dagli spalti piovono persino delle aste. Materazzi, che aveva dovuto sostituire Sclosa con Marchegiani (Franco, non Luca) dopo pochi minuti, prova a cambiare il senso alla gara inserendo l'argentino Troglio al posto del milanese Icardi: stessi ricci ma una "garra" diversa. La userà nel verso sbagliato.

Si gioca sperando solo nell'intuizione improvvisa, per bucare il bunker da una parte, per sfruttare gli spazi in contropiede dall'altra. Sul campo si formano tanti miniduelli, con i difensori comunque sempre in superiorità numerica. Ci provano Di Canio, Amarildo e Ruben Sosa, ma sono attacchi furiosi e poco lucidi, al 75' invece Giannini aggira Soldà con un tocco magico di esterno destro e poi lancia nel vuoto Rizzitelli, ma Marchegiani "para" il lancio e viene ammonito.

La Lazio è stanca, Rizzitelli riceve da Piacentini (entrato da poco al posto di Bruno Conti) la palla del raddoppio, stoppa di petto e tocca di fino sull'uscita di Orsi, ma il palo respinge beffardo. I romanisti temono la beffa, ma sul campo saltano i nervi: Bergodi prova a trascinare Giannini in preda ai crampi fuori dal prato, già ammonito viene espulso, Troglio prova a staccare una gamba a Piacentini e va fuori anche lui. Non c'è più tempo neanche per gli attentati, si scatena la grande festa sotto la Tevere, fra i fumi dei lacrimogeni della guerra nella Nord.