«Vigilia, amici miei, è dir poco. Io non so quel che succederà tra poco, né ci voglio pensare. Io, tifoso romanista (…) so soltanto che Shakespeare era grandissimo».

Perché – avrebbe scritto poche righe più in là quell'8 dicembre su «Il Messaggero» Fulvio Stinchelli – Shakespeare è stato il poeta che ha descritto la notte della vigilia per antonomasia, quella delle ansie, delle incertezze, delle paure di Riccardo III prima del giorno della verità. Non c'è mai stata una vigilia come Roma-Colonia perché fino a quel momento non c'era mai stata una partita come Roma-Colonia. Non era solo il ritorno degli ottavi di finale di Coppa Uefa, si trattava di definire un'altra volta la Roma.

Di conferire – termine cavalleresco che dà meglio l'idea del gesto da compiere – a quella Roma romana, romanista, capitale e finalmente davvero Capoccia, una dimensione internazionale. Un rango europeo.  Il Colonia era la Germania, vestiva pure di bianco come i bianchi battuti in Spagna; il Colonia era la Germania di Schumacher, Bonhof, Littbarski, Allofs, e la Roma era l'Italia. Era ancora il 1982, Roma-Colonia era come fosse una riedizione di quella finale. In tribuna c'erano Bearzot, Berlinguer, Agnelli, persino tutta la Lazio (compreso Chinaglia) a osservare lo spettacolo che era la Roma. Sin dal momento del sorteggio la sfida era apparsa più grande dei suoi stessi orizzonti di andata e ritorno. All'andata la Roma aveva perso 1-0 ma aveva giocato bene, era tornata con qualche rimpianto ma con più speranze, e ancor più promesse. Al ritorno, il senso era che non ci sarebbe stato ritorno per noi, in un senso o nell'altro: Roma Caput Mundi o Roma Kaput Mundi. E Roma, quell'8 dicembre dell'Immacolata, si presenta bellissima all'appuntamento. D'una bellezza da star male.

Lo stadio pieno, l'Olimpico gonfio, lo striscione bianco, immacolato con scritta rossa «non passa lo straniero» e la Sud che mormora: «Falcao, Falcao». Mentre Stinchelli su «Il Messaggero» racconta la vigilia di Riccardo III e di Shakespeare, i ragazzi della Curva Sud scrivono e divulgano questo:

"(…) Ognuno deve fare l'impossibile perché la partita si trasformi in una trionfale festa: sciarpe, bandiere, stendardi, non un solo oggetto giallorosso deve restare a casa. Andrà bene anche un tricolore. Dobbiamo far vedere il nostro entusiasmo a tutta Italia e a quell'Europa che sarà collegata all'Olimpico attraverso la radio e la tv. Non cantate prima, ma solo durante la partita, per non perdere forza. Noi daremo il "la" alla conquista del Vecchio Continente".

Vigilia, amici miei, è dir poco… Io, tifoso romanista, so soltanto che è stata una delle giornate più belle della nostra vita. Ricordo tutto. Il tempo brutto, che però non metteva tristezza. Era più la luce della Torcida: tutta Roma aveva passato la stessa nottata di Stinchelli («Nella lunga interminabile notte m'è venuto in sogno Renato Sacerdoti il presidentissimo per dirmi: "Furvie', che fai, tremi? Nun è da te… Da ragazzino non avevi paura de gnente e mo' da vecchio te cachi sotto. È segno de rincoijonimento sicuro. Svejieate Furvie', che domani la Lupa passa…"») e probabilmente aveva letto quello che aveva scritto il Cucs perché non un solo oggetto romanista era rimasto a casa. La gente ci è andata col cuore allo stadio. Ricordo tutto. Il tempo brutto ma Ancelotti che è un sole in mezzo al campo, Conti con la fascia bianca al polso e le discese di Nela, una finita sulla linea di porta loro.

Lo zero a zero del primo tempo sembra un contorno. Non frustra, sa di premessa. La promessa viene mantenuta quasi subito, una decina di minuti e Pruzzo si prende la punizione dal limite dell'area, va Agostino. «Oh Agostino, Ago-Ago-Agostino»… non gol perché Schumacher prende pure questa, ma la respinge verso Maurizio Iorio che di testa segna sotto la Sud. Vola, impazzisce, esplode, lui e lo stadio. Adesso siamo pari. Adesso possiamo vincere il Mondiale. Vola, impazzisce, esplode, ma niente al confronto di quello che accade all'88': angolo dalla sinistra di Conti, palla che arriva verso il cuore di Falcao, stop di petto come solo lui sapeva e poteva fare, un solo rimbalzo, poi tiro-gol e l'urlo più forte di tutti gli anni Ottanta.

La corsa di Falcao sotto la Sud getta un ponte fra quello che c'era prima e tutto quello che sarebbe venuto dopo. Anche lo Scudetto, anche la Coppa dei Campioni dell'anno successivo devono molto a quel Roma-Colonia. Vigilia, amici miei, era dir poco. Anche per Shakespeare. Non per il Cucs.