Il tragitto verso l'Olimpico l'11 settembre 2001, sia per chi viene da fuori Roma sia per chi abita a due passi dallo Stadio Olimpico, non è lo stesso. È velato da una pesante cappa d'angoscia totalmente in antitesi con quelle che dovrebbero essere le emozioni per il debutto della Roma nella moderna Champions League: la Roma con il tricolore sul petto, che affronta il Real Madrid galactico di Casillas, Roberto Carlos, Figo e Raul. Eppure c'è una nube plumbea, quasi nera, quella sera sull'Olimpico. E quel tragitto, quello che i bambini percorrono con gli occhi sbrilluccicanti e che gli habitué vivono come un sacro rituale, stavolta pesa. La mente, il cuore e le orecchie sono simbolicamente rivolte dall'altra parte dell'Oceano Atlantico: tutto il mondo, quel giorno, guarda agli Stati Uniti. A Roma e dintorni, fin dal primo pomeriggio. Le immagini in diretta mostrano scene che fino a quel momento avevamo visto soltanto nelle maxi-produzioni hollywoodiane. Ma stavolta è reale. Gli schianti, le fiamme, il fumo: è reale, tutto maledettamente reale. La morte è in diretta. L'orrore è in diretta, accade mentre lo vediamo.

È inutile negare che l'attentato dell'11 settembre 2001 ha cambiato le vite di tutti noi: all'improvviso, come destandoci da un sogno per ritrovarci dentro il peggiore degli incubi, in ogni parte del mondo ci siamo sentiti in pericolo. Vulnerabili. E mentre vediamo le Torri venire giù come le nostre certezze, mentre la gente scava tra le macerie a mani nude e grida e piange, capiamo - anche chi è appena un ragazzino - che qualcosa sta cambiando per sempre. D'improvviso siamo fragili, insicuri; percepiamo che le nostre vite sono appese a un filo e che persino un manipolo di folli terroristi può procurarsi le forbici per recidere quel filo.

Chi ha la radiolina attaccata all'orecchio aggiorna gli altri, mentre insieme si cammina verso lo stadio. Insieme, sì, perché in quell'inedita percezione di vulnerabilità a tutti viene naturale «stringersi un po'». Si gioca? Non si gioca? Si gioca! Ma come? Davvero?! Sugli spalti l'atmosfera è surreale; così surreale da dare un senso a quel banale ossimoro del silenzio assordante. Banale, ma chi quel giorno era allo Stadio Olimpico ne capisce perfettamente il senso: non è solo un artificio poetico. Il silenzio può essere assordante.

Carlo Zampa dà le formazioni di corsa, con freddezza. C'è chi arriva persino a sentirsi a disagio ad essere lì, e sembra fantascienza sentirsi a disagio a vedere la Roma. Perché la Roma è casa, ma quel giorno ti senti fuori luogo anche a casa. La partita comincia e l'orrore sembra quasi finire in secondo piano, ma è una pia illusione. Nella ripresa il Real segna due gol e qualcuno comincia a lasciare lo stadio. Poi Totti su rigore riapre i giochi e la squadra si lancia all'arrembaggio finale. A 5' dalla fine Balbo da due passi colpisce la traversa e tutti si portano le mani nei capelli: per un attimo hanno dimenticato tutto ciò che sta succedendo a migliaia di chilometri di distanza; l'attimo dopo se ne rendono conto e si sentono delle merde. Come fai a non sentirti in colpa a pensare a una traversa, quando dall'altra parte del mondo sembra in corso l'Apocalisse? È puro spirito di sopravvivenza, forse: la necessità di distogliere l'attenzione da qualcosa di talmente orribile e folle e insensato, al punto che il cervello non è in grado di gestirlo. La rimozione come meccanismo di difesa.

Al triplice fischio, l'uscita dallo stadio è mesta, e ovviamente la sconfitta per 2-1 c'entra poco. La fiumana lenta e incredula, adesso, non ha alcuna fretta di tornare a casa: vorrebbe che quella partita durasse altre tre ore, altri tre giorni. Si parla, si chiedono notizie: le cifre che serpeggiano di bocca in bocca non possono essere vere, devono riferirsi a qualcos'altro. Ma di cos'altro vuoi che si parli, oggi? Le persone camminano più vicine del solito, quasi consapevoli che l'orrore e la paura si combattono solo così: stringendosi un po'.