Il giorno dopo se possibile è ancora peggio. Confusione e disillusione: con questo stato d'animo la tifoseria giallorossa ieri ha vissuto il "day after" dell'addio a Tor di Valle. Per la fine di un sogno dal quale però non ci si è risvegliati del tutto. Perché la Roma ha detto addio non allo stadio, ma a quel progetto inseguito da tanto, forse troppo. Al punto da essere divenuto anacronistico, e quindi insostenibile. La dirigenza giallorossa ha preso la decisione non a cuor leggero, dopo aver valutato ogni possibile rimodulazione, accorgimento, conto, metro, tutto. E lo ha fatto non per ripudiare il lavoro portato avanti dalla precedente proprietà (lavoro infatti riconosciuto e pagato al momento dell'acquisto del club), come pure invece poteva sembrare dal comunicato del Cda di venerdì scorso. Quel «mera utilizzatrice dell'impianto» non era altro che una dicitura tecnica dovuta al mezzo utilizzato per rendere nota la decisione presa, ovvero un ratifica di un Consiglio di Amministrazione.

L'amaro resta, e non solo per la Roma e i suoi tifosi. Intanto resta per chi ha investito tempo e denaro nel progetto. Per Eurnova, che ora vede dimezzarsi il valore dei propri asset (a fronte di un debito che invece resta invariato), e per Radovan Vitek, che vede (quasi) sfumare un possibile investimento. L'imprenditore ceco non può, a questo punto, tirarsi indietro dalla trattativa con la famiglia Parnasi, e dovrà concludere comunque l'acquisto dei terreni dell'ex ippodromo entro il prossimo 31 marzo, come stabilito da accordi ormai ratificati. Cambieranno sicuramente le condizioni, e questo fa una bella differenza, per chi vende e per chi compra. Poi Vitek farà quello che prima di lui fece Luca Parnasi. Vale a dire mettersi in fila e proporre la propria area alla proprietà giallorossa, nella speranza che Tor di Valle possa spuntarla ancora una volta, come accaduto nel 2012. E con Tor di Valle torneranno a competere i soliti noti, da Tor Vergata alla Massimina (l'area che piaceva ai Sensi), dall'Ostiense a Fiumicino. Ma anche soluzioni che al momento nessuno può prevedere.

Per tante ragioni va scartata forse quella più suggestiva, lo stadio Flaminio, che al di là dei vincoli architettonici che pure esistono, non permetterebbe la realizzazione di uno stadio secondo i parametri Uefa, e che quindi non potrebbe ospitare le partite di coppa. Ed il prossimo stadio sarà sicuramente più raccolto (come indicato proprio dalla nuova proprietà), più piccolo, e senza tutto quel sistema di intrattenimento previsto nel progetto di Dan Meis. E poi sarà solo uno stadio, senza opere annesse, e su questo i Friedkin sembrano avere le idee piuttosto chiare. Non che James Pallotta volesse davvero il tanto criticato business park, che nacque più per esigenze del Comune che chiese alla Roma tutta una serie di infrastrutture offrendo in cambio cubatura compensativa. Pallotta e i suoi più volte avrebbero rinunciato volentieri all'area degli uffici, che invece interessava soprattutto a Luca Parnasi. Capiremo qualcosa di più la prossima settimana, presumibilmente venerdì, quando i dirigenti giallorossi, capitanati da Dan e Ryan Friedkin, con Stefano Scalera, incontreranno la sindaca Virginia Raggi per affrontare il tema stadio.

Il Campidoglio fa filtrare come sia disponibile a valutare da subito aree alternative, ma è probabile che questo primo confronto non entri nei dettagli, che invece verranno affrontati presumibilmente con il futuro sindaco della Capitale, dopo le elezioni. Non è un caso che da ieri continuino a piovere critiche sulla Giunta capitolina. «Un'amministrazione inconsistente che ha fatto naufragare, con i suoi ritardi le sue contorsioni e la sua arroganza, ogni iniziativa e ogni progetto di rilancio della Capitale», ha detto Francesco Figliomeni consigliere capitolino di Fratelli d'Italia. «Ennesimo fallimento dell'amministrazione Raggi - ha dichiarato il capogruppo del Pd in Campidoglio Giulio Pelonzi -. Ora mettiamoci subito al lavoro affinché la prossima giunta realizzi al più presto un progetto pensato per il post-Covid».