Ci apprestiamo alla ripartenza dell'intero Paese ed inevitabilmente ci si interroga su come l'Italia potrà affrontare le conseguenze di uno stop così brusco ed inatteso. Una sospensione da tutto, che non solo è valsa per ogni singolo cittadino, ma anche per il sistema produttivo. Alcuni settori rischiano seriamente di non farcela e quindi gli investimenti, soprattutto dei privati, rappresentano una sorta di manna. E così, dopo un silenzio che è sembrato durare mesi (ed in effetti così è stato), è tornata a parlare di stadio della Roma anche la sindaca della Capitale, Virginia Raggi. Parole che hanno lasciato spazio ad interpretazioni mettendo in allarme molti tifosi, ma che nascondono una verità molto semplice: Roma non può fare a meno dello stadio della Roma.

Ma veniamo alle parole della prima cittadina. Intervistata da La Repubblica, la sindaca ha detto: «Quello di Tor di Valle non è un cantiere come gli altri». E qui il passaggio più significativo. Perché è vero che non si tratta di un cantiere come un altro. Il lockdown che ha vissuto il nostro Paese potrebbe generare una perdita complessiva del Pil (il prodotto interno lordo) di oltre il 10%. Ad oggi siamo già ad una perdita di circa il 9% secondo il Fondo Monetario Internazionale. Il Governo sta cercando di immettere liquidità nel Paese, anche a rischio di un indebitamento inedito da decenni. Ed un investimento da oltre un miliardo di euro di denaro proveniente da fondi privati stranieri non si può rifiutare. Come non si può rifiutare un progetto che dovrebbe generare un aumento del Pil della Provincia di Roma di oltre 18,5 miliardi di euro in 9 anni dalla sua realizzazione. Senza dimenticare le oltre 4.000 persone che dovrebbero trovare un lavoro stabile nelle strutture dello stadio. E quindi ha ragione la sindaca, non si tratta di un cantiere come gli altri.

Ma torniamo alle parole della Raggi, che poi purtroppo ha aggiunto: «Vorrei ricordare che sullo stadio è intervenuta la Procura». E qui la prima cittadina si è lasciata andare ad una verità che però detta in questi termini genera confusione. Perché la Raggi e tutta la sua Giunta sanno benissimo che la Procura ha in effetti indagato sullo stadio, salvo però, proprio alla fine di importanti indagini, escludere alle proprie inchieste proprio lo stadio, e con esso la Roma ed ogni suo dipendente. Le inchieste della Procura hanno riguardato e riguardano esclusivamente il giro d'affari di un imprenditore, Luca Parnasi, che proprio sul successo del progetto stadio ha tentato (l'ipotesi accusatoria) una scalata sociale ed economica utilizzando mezzi illeciti. In realtà la Raggi ha voluto solo tentare di giustificare un'attesa eccessiva, frutto più che di prudenza, di una situazione all'interno della maggioranza 5 Stelle in Campidoglio a dir poco burrascosa. La sindaca da tempo teme di non avere più il controllo dei propri consiglieri e finora ha preferito attendere per l'approvazione del progetto, come si dice in questi casi, tempi migliori. Non ha caso ha poi dovuto ammettere che «a breve scioglieremo le riserve». Riserve che riguardano, altro fatto più che noto, ormai la sola Convenzione Urbanistica, il contratto che legherà il pubblico con il privato.

C'è poi la questione della proprietà dei terreni, che va definita, e di cui evidentemente Eurnova non è più in grado di farsi carico. Sfumato o quasi l'imprenditore ceco Radovan Vitek, resta sullo sfondo Gaetano Papalia, il vecchio proprietario dell'ippodromo, che potrebbe (dovrebbe) a breve rientrare nella titolarità dell'area. Papalia certo non è contrario allo stadio (come confermato proprio al nostro giornale in passato) e spazzerebbe via dal campo la famiglia Parnasi e l'ombra della Procura di Roma. Cosa che questa che contribuirebbe a rasserenare la sindaca e la sua maggioranza. Anche perché questo non è un cantiere come gli altri.