Può sembrare paradossale che il tanto atteso semaforo verde al nuovo stadio della Roma con tutta probabilità arriverà in un periodo come questo in cui gli stadi dovranno rimanere deserti a causa dell'emergenza sanitaria per il coronavirus. Eppure nonostante il calvario di più tremila giorni, quelli passati dal momento della presentazione del progetto, l'iter sembra davvero arrivato a un punto di svolta. Negli ultimi mesi si è arrivati all'accordo sulla Convenzione tra istituzioni e proponenti che sarebbe dovuta finire in aula a maggio, se non ci fosse stata la pandemia, ulteriore elemento di rallentamento, certo, per causa di forza maggiore, ma che non ha interrotto lo scambio di vedute e di documenti per giungere alla definizione pressoché totale del documento che assieme alla Variante al Piano regolatore generale rappresenta il più importante tra gli ultimi gradini che porteranno i tifosi della Roma in una nuova casa, moderna e costruita a misura di calcio e più consona per un club tra i primi 15 d'Europa.

Avanti in ogni caso

Il progetto stadio è un percorso già tracciato, che prosegue la sua strada indipendentemente da chi sarà il proprietario della Roma nel prossimo futuro e da chi sarà il proprietario del terreno di Tor di Valle dove sorgerà il nuovo impianto. Sì, perché che sia Pallotta, padre e promotore della grande opera, o che sia Friedkin, per il quale lo stadio rappresenterebbe ovviamente una discreta, anche se non determinante, parte del business, la volontà, con il benestare della politica, è andare avanti e non potrebbe essere altrimenti visto che la nuova casa della Roma sposterebbe anche e non di poco il valore stesso del club.

Per quanto riguarda i terreni, nelle ultime settimane c'è stata una progressiva ritirata di Radovan Vitek, l'imprenditore ceco che opera nell'immobiliare e che avrebbe dovuto rilevare l'indebitato impero Parnasi con la benedizione di Unicredit e del Campidoglio (che non vede l'ora di chiudere il capitolo con il costruttore romano). Tuttavia per Vitek nell'attuale scenario Covid non ci sono le condizioni per alcuna acquisizione (almeno alle cifre già discusse), anche se resta in piedi un certo ottimismo per la parte riguardante il terreno dell'ex ippodormo, minoritaria tuttavia rispetto al pacchetto di business che il re del mattone ceco aveva adocchiato. Terreno che la Sais, società della famiglia Papalia in regime di fallimento, aveva venduto a Parnasi senza però ricevere per intero il pagamento delle cifre pattuite. Per questo i Papalia, che hanno agito in tribunale per far valere la clausola risolutiva espressa, di fatto torneranno in possesso dei terreni.

Un cambio d'interlocutore che sposta relativamente poco alla Roma, ma che adesso potrebbe rappresentare la via più praticabile - al tavolo ci sarebbe la Roma, il curatore della Sais e i Papalia - per velocizzare un aspetto che non preoccupa ma che resta delicato. Le parti in causa si sono già aggiornate e c'è tutta l'aria di una soluzione che Pallotta aveva già immaginato quando, poco tempo dopo l'arresto di Parnasi nel giugno del 2018, aveva intenzione (e aveva un accordo di massima entro i 100 milioni) di rilevare Eurnova, la società di Parnasi socia della Roma nell'opera. Un altro tassello, dunque, che si andrebbe ad allineare in un mosaico che sta resistendo a tutto nel corso del tempo. E soprattutto questo vorrà dire qualcosa.