Pare di vederli, gli sciacalli. Escono preferibilmente quando è buio e si avventano sulle carogne. Stanno lì ad aspettare solo quello: che il progetto dello stadio della Roma deperisca, si smonti come un soufflè, si sfarini affastellando nuovi detriti alle macerie che deprimono l'intera area di Tor di Valle. Sembra Suburra. Anzi, è Suburra. Da 2606 giorni è così, da quando un signore di Boston ha bussato alle porte del Campidoglio chiedendo il permesso di regalare alla città un investimento di più di un miliardo di euro, interamente finanziati, per dotare la sua squadra, l'As Roma, di una nuova casa, imprescindibile condizione per renderla realmente competitiva (e, ovvio, più redditizia: mister Jim non è mica Babbo Natale).

Ed è da 2606 giorni che ad ogni "sì" corrisponde un "ma" che invece di essere la naturale obiezione di qualche difensore civico giustamente preoccupato che si faccia ogni cosa secondo le regole - e tutto nei (diversi) progetti presentati è stato realizzato ottemperando ad ogni prescrizione - è solo il pretesto che consente agli squali di ogni colore della politica e dell'imprenditoria romana e nazionale (quell'allineamento, la "congiunzione astrale") di ritagliarsi uno spazio per aggiungere un posto alla tavola imbandita. E ad ogni rimando, c'è qualcuno che esulta, che l'"aveva detto", che vuole fermare tutto in nome di chissà quale giustizia: non certo quella delle leggi e delle regole.

Ieri mattina Roma s'è svegliata come quel 13 giugno 2018, con i cellulari impazziti a ribattere notizie inquietanti dietro l'inevitabile e ormai scontata introduzione acchiappaclic: «Stadio della Roma...», e giù con l'elenco dei provvedimenti, stavolta incentrati soprattutto sopra un nome grosso, quello del presidente dell'assemblea capitolina, Marcello De Vito. E sin dalle prime ore della mattina s'è scatenato l'immancabile flusso di informazioni fuorvianti sulla «pietra tombale» al progetto, sulla «fine del sogno», sul «disastro annunciato» e via drammatizzando. Radio, edizioni online dei giornali, semplici tifosi, giornalisti, opinionisti. E cittadini, oltretutto. Persino i ragazzini, all'uscita da scuola, se ne sono preoccupati: «Papà, ma allora lo stadio non si fa più?».

Poi, con il passare delle ore, e soprattutto dopo l'intervento del Pm Ielo, esattamente come in quel 13 giugno, è apparso evidente a tutti quel che già dalla lettura dell'ordinanza doveva essere chiaro e cioè che il progetto non può essere messo in discussione solo per un (uno) voto favorevole espresso da De Vito in virtù della sua contiguità con Parnasi: «La Roma non c'entra niente», ha ribadito chiaramente Ielo. Già, la Roma non c'entra niente. È bello sentirlo ed è bello leggere ogni volta le ordinanze (288 pagine era quella "Rinascimento" un anno fa, 260 questa "Congiunzione astrale" oggi) senza che il nome della Roma venga mai sporcato. Un record del mondo, considerando quanti telefoni sono stati intercettati. Una traccia di Baldissoni un anno fa peraltro c'era: quando fu intercettato Parnasi che gli chiedeva dei biglietti per la partita Barcellona-Roma. «Non c'è problema - rispose Baldissoni - ci sono quelli a pagamento». Sciacalli, alla Roma funziona così. Fatevene una ragione.