Continuano ad emergere dettagli che spostano il focus delle indagini della procura dallo Stadio della Roma. Un lavoro che mai è stato messo in discussione dagli stessi protagonisti della procura romana, a cominciare dal sostituto Paolo Ielo, che già nel presentare l'operazione Rinascimento, lo scorso giugno, assicurò come non si stesse indagando sullo stadio e come la Roma fosse estranea ad ogni imputazione. Eppure a distanza di cinque mesi ci troviamo ancora a dover ribadire concetti che dovrebbero ormai essere più che digeriti da chiunque. Ed allora leggendo le carte depositate dai Pm nell'atto di chiusura delle indagini, quello che porterà poi al rinvio a giudizio e quindi al processo, emerge una verità sempre più evidente che delinea un sistema di potere (o presunto tale) incentrato su un imprenditore piuttosto disinvolto e un faccendiere a cui è stata data forse troppa autonomia.

Luca Parnasi e Luca Lanzalone avevano in breve tempo costruito un rapporto che, nelle intenzioni di entrambi, li avrebbe arricchiti e rafforzati. Un rapporto che parte sì dalle vicende dello stadio, su cui Lanzalone era stato chiamato a mediare per conto dell'amministrazione capitolina, ma che poi si è sviluppato su altri affari. E su questi ha continuato ad indagare la procura in questi mesi. Come il cosiddetto Campidoglio 2, un edificio che doveva unire più uffici comunali in zona Ostiense. O ancora la costruzione di impianti sportivi nell'area dell'ex fiera di Roma e dello stadio Flaminio. Affari su cui Lanzalone garantiva di poter esercitare la giusta pressione. Ma l'avvocato genovese si era spinto oltre, garantendo la propria capacità di influenza anche sul Governo nazionale. Il 31 maggio scorso l'avvocato scriveva al suo socio Costantini che lui, così si legge nell'informativa, «sulle nomine non può fare granché, i nostri amici al riguardo sono totalmente inetti e non vogliono farsi consigliare», ma aggiungeva anche che, se avesse avuto voce in capitolo, avrebbe pensato «prima a Costantini, poi agli altri dello studio Lanzalone & Partners e, se avanza a chi offre di più».

Un sistema quindi in cui si puntava ad occupare le posizioni di rilievo al solo fine dell'interesse personale. Un sistema in cui Luca Parnasi è riuscito agevolmente a trovare il proprio posto, ponendosi come finanziatore della macchina. Fatto questo ammesso dallo stesso imprenditore romano nel corso dei colloqui avuti con la procura.  Nel faccia a faccia del 14 luglio scorso, tenuto davanti ai pm, Parnasi ha raccontato per esempio come funzionasse la struttura del proprio gruppo. «Nella società Eurnova - ha detto ai pm - io ero Amministratore Delegato ed ero al vertice della società occupandomi in prima persona dell'assunzione delle decisioni che ne riguardavano l'operare». Parnasi che quindi confermava il proprio ruolo centrale nell'organizzazione, confessando anche alcuni degli obiettivi cui puntava. obiettivi costruiti sul rapporto con Lanzalone e poi ancora con Adriano Palozzi. Quest'ultimo per importanti affari immobiliari nel comune di Marino, di cui Palozzi è stato sindaco per due mandati consecutivi.

Niente a che vedere con lo stadio della Roma quindi, come di tutta evidenza. La stessa amministrazione capitolina ormai risulta essere completamente estranea alla vicenda. L'unica, e grave, responsabilità imputabile alla sindaca è quella di essere stata incauta (quantomeno) nell'affidarsi ad un faccendiere così disinvolto, con l'aggravante di averlo fatto nel pieno delle polemiche scaturite dal lavoro di altri faccendieri (Marra e Romeo) di cui Virginia Raggi è chiamata a rispondere in tribunale proprio in questi giorni. Una cautela, quella mancata alla sindaca, che avrebbe certamente evitato le polemiche e ritardi di queste settimane e di questi mesi. E che avrebbe forse permesso oggi di essere sul punto di vedere posata la prima pietra.