«All'esame di maturità, alla commissione che mi chiedeva i miei progetti, ho detto che volevo fare il calciatore: mi guardarono malissimo. Ho recitato in un film mentre giocavo in D, smesso e ricominciato perché mi mancava il campo, proprio adesso che ho già due lavori». Una vita di corsa per Guglielmo Amendola, classe '93, terzino sinistro. Uno scudetto da titolare con gli Allievi di Stramaccioni, che lo voleva portare all'Inter: la Roma non lo liberò, due anni dopo era a spasso. Vive all'Eur, lavora in una società di produzione cinematografica, il pomeriggio scappa a Cerveteri per gli allenamenti, e la sera fa il barman vicino casa. «Mi sono ritrovato ad avere tanto e a perderlo in pochissimo. All'inizio avevo continuato a spendere i soldi che avevo guadagnato. A 18 anni mi sono comprato la Smart, pagata in contanti. Merito di mio padre che mi ha fermato: volevo farmi l'Audi A3, la macchina dei miei sogni. 50.000 euro di macchina. Invece adesso giro con la Smart comprata allora, faccio il barman fino alle due di notte, ma alle 9 attacco l'altro lavoro, contando pure il calcio non ho neanche il tempo di spendere quello che guadagno».

Guglielmo, raccontaci i primi anni alla Roma.
«Giocavo all'EurOlimpia. Mi chiamarono per fare un provino a Trigoria, sul momento non mi dissero nulla. Mia madre un giorno mi chiama e mi dice: ‘Guglie', ti ricordi il provino alla Roma? Ti hanno preso'. Io, che portavo la maglia giallorossa da quando ero nato, non ci credevo. Mio padre, tifoso sfegatato come me, uguale. Ero ancora incosciente del fatto che mi stava per cambiare la vita. Ci allenavamo al Tre fontane. L'anno più bello è stato sicuramente quello degli Allievi Nazionali: eravamo una squadra fortissima. Abbiamo vinto tutto ciò che si poteva vincere e io ho giocato sempre».

Gli allievi di Stramaccioni.
«Ci sono due allenatori a cui devo tutto, che mi hanno dato la possibilità di crescere e di emergere: Di Livio e Stramaccioni. Il primo mi ha insegnato tanto. Il secondo per me era e resta un fenomeno, uno dei più forti in circolazione. Con lui è stata un'annata clamorosa. La prima volta che un allenatore mi ha davvero responsabilizzato, lo devo solo ringraziare. Per lui il calcio era una scienza: è giusto che sia arrivato in alto, anche se poi è stato sfortunato. Mi ricordo in ritiro ad Arco veniva a giocare alla play station con noi e pure lì faceva mille schemi mai visti: un fenomeno. Sapeva tutto degli altri, preparava talmente tanto bene le partite che poi, una volta in campo, noi andavamo da soli, veniva tutto in automatico ».

Poi sei salito in Primavera.
«Avevo un grande giocatore davanti, Paolo Frascatore, fortissimo. Gran fisico, alto ma veloce, e con un gran piede: dove lo trovi un terzino così? Stava al Sassuolo nell'anno della promozione, ora gioca in Lega Pro: mi aspettavo qualcosa in più, che giocasse in B, se non in A. Quell'anno ho avuto modo di farmi vedere solo quando lui si è infortunato. Ricordo un Roma-Grosseto, 8-0: feci un assist per Florenzi, palla dietro, tiro al volo e gol. Ricordo una volta che aveva nevicato a Roma: arriviamo a Trigoria per l'allenamento e Flo dice scherzando al mister di non allenarci. Beh, alla fine non ci siamo allenati davvero. È stato un bel periodo anche quello. Ho vinto un altro scudetto, ho fatto una bella esperienza a Viareggio, e soprattutto ho avuto la possibilità di giocare all'Olimpico. Roma-Fiorentina, finale di Coppa Italia, 20.000 persone allo stadio. Potrò raccontarlo ai miei figli, se mai ne avrò».

Ti sei mai allenato in prima squadra?
«Con gli allievi, ero piccolo. Feci una partitella: io terzino, con Mexes al mio fianco, sul centro sinistra, Pizarro e poi vabbè... ho il ricordo più bello della mia vita. Alzo il braccio, e il Capitano, che stava dall'altra parte del campo mi lancia una palla, morbida, precisa, proprio qui sul petto. Poi sono stato chiamato anche qualche altra volta, con Spalletti e Montella».

Mai stato in nazionale.
«Mi ricordo che dopo un derby a Formello contro la Lazio, vinto 2-0, Stramaccioni mi disse che quella settimana mi avrebbero chiamato in Nazionale, insieme ad altri Ma poi quella convocazione non è mai arrivata. Sono poco presuntuoso, per me quello sarebbe stato solo un premio, mi sarebbe piaciuto fare una partita con la Nazionale certo, ma ero contento del mio percorso. E ancora incredulo che dopo tutti quegli anni di gavetta, in cui avevo giocato poco, un allenatore come Stramaccioni mi avesse dato tutta quella fiducia».

Un anno di primavera e poi?
«Ricordo che la Roma aveva preso Nego, mio stesso ruolo: guadagnava 500.000 euro, Luis Enrique non lo vedeva, e da qualche parte doveva giocare. Sabatini voleva mandarmi in prestito, senza vendere il cartellino. La Lega Pro era inavvicinabile con sole 15 presenze in Primavera. Chiamai mister Stramaccioni, che era andato alla Primavera dell'Inter, e mi disse di andare a fare la preparazione con lui. Ero contentissimo: sarei tornato dal mio allenatore, in un settore giovanile importante. Ma anche lì non si concluse niente: Sabatini disse al mio procuratore che la società non faceva prestiti tra Primavere. Avevo il triennale al minimo di stipendio firmato a 16 anni, ne erano passati due: chiesi di essere liberato, mi dissero di no. Andai alla Pistoiese, che era fallita, e giocava in D, ma era una gran bella squadra. C'era Ceccherini, in prestito dal Livorno: fece un anno lì, e l'anno dopo era titolare in B, ora sta in serie A col Crotone. Ma dopo aver fatto la preparazione, mi dissero che guadagnavo troppo e non potevano tenermi. E me lo vengono a dire a fine preparazione? A distanza di tempo penso che la soluzione si sarebbe potuta trovare. Forse anche per andare all'Inter Primavera. Avrei dovuto fare scelte diverse ».

E quindi?
«Mi chiama il mio procuratore e mi dice che il papà di un mio compagno di squadra, Cristofari, mi voleva per un progetto ambizioso a Palestrina, squadra che aveva appena vinto l'Eccellenza. Faccio un anno di serie D, in prestito dalla Roma. Inizialmente ero scoraggiato, speravo in una Lega Pro. Mi sono ricreduto quando alla prima giornata di campionato contro la Salernitana ho visto 10.000 persone allo stadio. All'Arechi, lo stadio della serie A. Sono entrato e mi sono detto: ‘Mi sa che anche qui si può fare calcio...'. Mi sono divertito tanto. Finita la stagione, saluto tutti e vado via con la consapevolezza di aver fatto bene».

Poi però ci sei tornato.
«Dopo aver fatto un film. Mi mandano a fare la preparazione col Poggibonsi: stava in C2, ma il livello, a parte 2-3 giocatori, mi sembrava davvero basso. Ero convinto di potermela giocare. E invece anche lì non si è raggiunto l'accordo economico. Mi dicono che non erano convinti delle mie caratteristiche, poi tempo dopo ho visto che hanno preso un ragazzo dell'Empoli che sembrava la mia fotocopia. E che, fatemelo dire, visto che ci ho giocato contro, non era più forte di me. Poco prima, avevo ricevuto questa stranissima proposta da parte di un regista, fare un film. Non l'avevo neanche presa in considerazione: volevo giocare a calcio. Ma dopo l'ennesima delusione decido di smettere. Contatto il regista, gli chiedo se la proposta è ancora valida, mi risponde di sì. Il calcio però mi mancava, tantissimo. Finito il film, chiamo Cristofari e gli chiedo di farmi tornare: porte aperte, anche se la stagione era iniziata, sarà stato ottobre. L'allenatore era Sergio Pirozzi, il sindaco di Amatrice. Duro, durissimo, ma grande allenatore. Gli ho mandato dei messaggi dopo il terremoto: conoscendo lui quello che è successo mi ha colpito ancora di più. Giocavamo a Roma, al Francesca Gianni. Era una squadra costruita per vincere, e salire in Lega Pro: c'era Perrulli, quello dell'Ascoli, uno che aveva esordito in serie A a San Siro contro l'Inter. Manchiamo la promozione, firmo il modulo e mi svincolo. Avevo 60 partite in D a vent'anni, ero soddisfatto. In Lega Pro potevo ancora giocare da Under, ero convinto che avrei trovato squadra. Tante voci, alla fine niente di concreto. E smetto. I primi mesi certe volte mi svegliavo alle tre del pomeriggio. Il calcio mi mancava, torno a Fregene, in Eccellenza, qualche problema con l'allenatore, smetto di nuovo. E di nuovo mi manca il campo: adesso gioco per divertirmi, a Cerveteri, in Promozione. Con un allenatore preparatissimo, Cotroneo, che mi dice sempre: ‘Ma tu cosa ci fai qui? Non c'entri niente con questa categoria...'».

Guglielmo alias Mattia, sul set di "Niente può fermarci".
«Quando giocavo, se mi avessero detto che avrei fatto un film non ci avrei mai creduto. E invece mi sono divertito tantissimo. Lo rifarei di corsa. Il regista aveva visto delle mie foto su internet, mi disse che il personaggio che aveva scritto lo immaginava proprio con la mia faccia. È stato una di quelle poche persone che mi ha dato una possibilità, peraltro in un qualcosa che non era assolutamente nei miei progetti. Ho lavorato con un cast d'eccellenza, Massimo Ghini, Serena Autieri, Gerard Depardieu, Carolina Crescentini, con cui ho fatto una scena di sesso. È stato difficile, imbarazzante all'inizio, ma poi è andato tutto bene: merito suo, una grandissima professionista. E di una bellezza...».

Chi senti, degli ex compagni?
«Sabelli e Ciciretti: ci siamo visti, quando sono venuti a Roma a curarsi. Caprari, Verre, Scardina, e Falasca, che è un altro che pensavo avrebbe giocato tranquillamente in B. Florenzi, con cui abbiamo degli amici in comune, quelli che ho conosciuto col cinema. Sono stracontento per loro, si meritano tutto quello che hanno conquistato».

Rimpianti?
«Non ho mai fatto una presenza da professionista. Ci sono andato vicino e invece niente. Sfortuna, scelte sbagliate, per certi traguardi non ero all'altezza. Ma credo che una carriera in serie C avrei potuto farla. È andata così. L'unica cosa che mi fa male è il fatto di aver in parte deluso mio padre, che aveva fatto tanti sacrifici per me».
Secondo noi no, non è rimasto deluso.