«Non ero un fenomeno, facevo della forza fisica la mia caratteristica principale. Non ero quello che risolveva la partita, ma al 70', quando gli altri calavano, io avevo ancora benzina». Così si descrive Danilo D'Ambrosio, consulente del lavoro e a tempo perso terzino dello Sporting Genzano. Classe '88, dieci anni a Trigoria, prima di una breve avventura a Grosseto. «Dopo due mesi un infortunio in allenamento: dalla radiografia scoprirono un tumore al calcagno». Un'operazione sperimentale: rischiava di rimanere zoppo, tornò in campo dopo 18 mesi, ma non era più quello di prima. Oggi viaggia spesso, guadagna bene, si è comprato casa con la fidanzata. È felice. Ma la passione per il calcio non l'ha mollata. «La sera torno stanco da lavoro, parto e vado ad allenarmi. L'ambiente dilettantistico è quello che è, ma va bene così. Adesso gioco per divertimento».

I primi anni alla Roma?
«Giocavo col San Lorenzo. Dopo una partita contro la Lodigiani, Bruno Conti mi chiamò per un provino. C'erano quasi 200 bambini dell'88, sapevamo che ne avrebbero presi solamente otto. Io, Pace, Suppa, Ferri, Ciasca Lorini... andammo sotto età con gli ‘87, c'erano Cerci, Marsili, Giacomini, Freddi. Sono stato a Trigoria 10 anni, dai 9 ai 19».

E poi la Primavera.
«Il primo anno non giocavo, è normale, ma De Rossi è stato sempre corretto con me. Ha i suoi difetti, è molto permaloso, ma molto preparato. Ed è una bella persona, lì dentro si contraddistingue: c'entra poco e niente con quel mondo. E infatti spesso non si trova bene».

E poi?
«Bruno Conti e Stefanelli volevano mandarmi all'Olbia, in C1. Ci andai a parlare. Mi avevano offerto 70.000 euro, ma non mi interessava dei soldi, preferivo giocare in una categoria superiore. A fine agosto andai in prestito al Grosseto. Avrei guadagnato 40.000 euro ma sarei stato in serie B. Mi giocavo il posto con Virga, altro ex Roma. L'allenatore era Stefano Pioli».

Prospettive interessanti.
«Già. Ma dopo 2 mesi mi sono infortunato in allenamento, uno scontro con Garofalo. Andai a fare la radiografia perché non riuscivo a poggiare il piede. Mi tennero più di un'ora in sala d'attesa, ancora in tenuta da gioco, non capivo perché. Quando entrai il dottore mi fece vedere la lastra, c'era una massa nera cerchiata. ‘Riesci a capire cos'è?' ‘Ma che ho, un tumore?' Sì, ma mi rassicurarono: avevano già mandato tutto al centro tumorale specialistico di Firenze, era benigno. Per quello che mi avevano fatto aspettare. Probabilmente l'avevo da 2 anni: è asintomatico. Nella sfortuna sono stato fortunato perché avrei rischiato di farlo scoppiare senza conoscerne l'esistenza».

Ti hanno operato?
«Dopo 6 mesi, con una tecnica nuova. Entravano con due chiodi, sopra i quali c'erano dei tappetti, iniettavano una sostanza che si chiama Norian, che si attacca alle pareti del tumore, così da non permettergli di espandersi. Ha una doppia funzionalità: tenerlo bloccato e non farlo scoppiare. Fosse scoppiato, sarebbe saltata la corticale, cioè l'osso madre del piede, quello che collega tutti i tendini. Le alternative sarebbero state farmi ricostruire il piede - operazione difficilissima - o farmelo amputare. Con questa operazione non può più scoppiare, è come un palloncino riempito con un sasso fatto su misura. Tutti gli anni devo fare il controllo. Ho dovuto aspettare 6 mesi perché nel mondo era stata operata solo una persona con questo metodo, in Belgio. Hanno aspettato una seconda operazione: sono andati ad assistere per replicarla su di me. Potrei essere stato il terzo al mondo, di sicuro tra i primi cinque».

C'erano alternative?
«Potevano togliermi un pezzo di osso dal bacino e trapiantarmelo nel piede, ma comunque sarei rimasto sciancato. Togliermi il tumore, ma anche in quel caso avrei zoppicato a vita, perché mi avrebbero dovuto asportare anche un tendine. Oppure tenermi il tumore, e rischiare. Ma avrei dovuto smettere col calcio, e soprattutto stare attento a ogni movimento, per non farlo scoppiare. Mi ha operato Simonetti, a Grosseto: è stato bravissimo».

Però…
«Però dopo l'intervento avevo perso in forza, velocità, negli appoggi, nel calcio. Ero tornato bambino: dovevo abituarmi ad un nuovo modo di calciare e di correre. A 19 anni ero in serie B: sono convinto che le mie 15-20 presenze me le sarei fatte. Ero in prestito, e in scadenza con la Roma: col Grosseto ero già d'accordo, a fine anno mi avrebbero tenuto, offrendomi un nuovo contratto. E invece niente, sono rimasto fuori 18 mesi, e quando sono tornato ero svincolato. Ma la delusione più grande è stata la Roma: finito il prestito mi ha scaricato senza neanche una telefonata o una visita in ospedale, niente. L'unico che mi ha chiamato è stato Alberto De Rossi. Quando mi sono fatto male, Pioli non mi aveva ancora fatto esordire, ma mi è venuto a trovare in ospedale, il giorno dell'operazione».

Poi che hai fatto?
«Sono andato al Taranto, in prova. In C1. Ed è stata la dimostrazione che per me con il calcio professionistico era finita. Ero in difficoltà, mi trovavo ragazzi del '92 che mi sfrecciavano vicino: io, che avevo sempre puntato tutto sul fisico, non riuscivo più a tenere il passo. A fine allenamento capii che dovevo ripartire dal basso: andai in Serie D, al Darfo Boario. Feci un buon campionato, con 15 partite da titolare, avevo ripreso la condizione. Da lì Aprilia, con 7 gol da terzino, e poi C2, all'Igea Virtus. Ma a metà del secondo anno è fallita la società. Tornai in serie D, a Montevarchi. Stesso discorso: fino a dicembre eravamo primi, stavamo sopra al Perugia. Poi il presidente ci disse che non aveva più disponibilità economica. Se ne andarono tutti: io provai a rimanere, ma giocavamo in D con i ragazzi della Juniores, ogni partita era una figuraccia. E me ne andai pure io. Mi ero proprio disamorato, non mi andava più di stare a perdere tempo col calcio».

Hai smesso?
«Quasi. Decisi di giocare vicino casa, più per divertimento che per altro, alla Lupa Roma. E vincemmo il campionato, in Eccellenza. Sarei dovuto andare in D, ma mi capitò un problema personale molto grave. Non avevo più la testa, sono sceso direttamente in Promozione, con il Futbolclub, a Tor di Quinto. Ero entrato nell'ottica di dover iniziare una vita nuova. Non volevo più prendere il calcio come un impegno ma solo come un divertimento, uno sfogo dopo una giornata di lavoro. Da lì me ne andai al Città di Ciampino, a Marino e poi alla Valle del Tevere. Dove è successa una cosa molto strana».

Cosa?
«All'improvviso mi era tornata la voglia di togliermi qualche soddisfazione sul campo. Mi sono messo a dieta, in un mese ho perso 7 chili, ho spinto al massimo. Ho fatto 32 assist in un anno, abbiamo vinto il campionato e siamo saliti in Eccellenza. A centrocampo c'è un gambiano, Tamsir Jammeh, che per me può giocare in A. L'anno dopo abbiamo fatto gli spareggi per la D a Budoni, in Sardegna e abbiamo perso, 1-0. Se guardi gli highlights su YouTube conta le occasioni che abbiamo creato: saranno state una quindicina, prendendo gol al primo tiro. Sai cosa è successo, dopo quella gara?»

Che ti è passata la voglia.
«Esatto. Se avessimo vinto sarei rimasto anche in serie D. Mi sono reso conto che volevo vivere di nuovo una giornata da calciatore vero. Andare in trasferta con l'aereo, trovare 3000 persone allo stadio, un po' di insulti, un po' di adrenalina. Vissuta quella giornata, mi sono scese le motivazioni. Ora gioco in Promozione con lo Sporting Genzano. A inizio anno l'allenatore era Marco Pedini, che avevo avuto negli Allievi della Roma. Va bene così».

E ti sei messo a lavorare.
«Mio padre - che dovrò sempre ringraziare perché non ha mai voluto mettere bocca nelle mie scelte calcistiche, al contrario di quelli di tanti compagni - ha un banco al mercato, vende borse, cinque paesi diversi a settimana. Per un certo periodo gli ho dato un mano: sveglia alle 4, lavoro durissimo. Alle 14 sei a casa, ma sono durato poco».

E ora che lavoro fai?
«Sono consulente commerciale per un'agenzia del lavoro che a oggi gestisce 9.000 dipendenti. Abbiamo 16 filiali in tutta Italia, aiutiamo più di 3.000 aziende nella ricerca di personale. Lo faccio da due anni, è un bel lavoro. Sempre in giro ma si guadagna bene, non posso lamentarmi. Sono soldi sicuri, ogni 10 del mese arriva lo stipendio. Nel mondo del calcio, dalla Lega Pro in giù, non sai mai se avrai il pattuito».

Hai qualche rimpianto?
«Uno sì: non aver mai giocato in Nazionale. Francesco Rocca mi ha chiamato più di una volta, in Under 17: per quello che voleva lui, sarei stato il suo giocatore ideale. Ma ogni volta che arrivava la lettera a Trigoria, il mio nome era sbarrato e sostituito a penna con quello di un compagno. Piangevo come un bambino ma poi pensavo a fare il giocatore: quello che c'era dietro non mi interessava. Sapevo che mi volevano in Nazionale, e già questa era una vittoria. Ma nel calcio ci sono cose che col campo non c'entrano niente, sono sempre esistite, e continueranno a esistere. Le eccezioni sono persone come Rocca, che tanto poi fanno fuori».

Ci sono ex compagni che pensavi avrebbero fatto strada?
«La più grande delusione, pure se gioca in B, è Simone Palermo, poteva fare tanto davvero. Tanti infortuni, ma l'80% delle colpe sono sue: è un fratello, lo sento quasi tutti i giorni, glielo dico sempre. Simone è così: se incontra un tifoso alle 3 di notte gli dice ‘ciao bello, se prendemo da beve?' Andava contro le regole, e la Roma glielo permetteva perché in campo faceva la differenza: tipo Nainggolan. Solo con Rocca, in Nazionale, non sgarrava mai: Francesco lo adorava. Ed era l'unico che riusciva a farlo rigare dritto».

Altri?
«Simonetta, che aveva grandissime qualità tecniche: ci ho giocato contro di recente, stava col La Rustica. Lo ha fregato la testa, poca cattiveria. Mi piaceva molto Marsili, che ha pure esordito in A, mi aspettavo ci tornasse. E Lorini, che era dell'88 come me, abbiamo giocato insieme da bambini. Nei Giovanissimi aveva i capelli con la fascetta, come Totti all'epoca, e faceva la differenza. Bastava dargli la palla, faceva tutto lui. Ora ha smesso».

Visto che te ne occupi, nessun ex compagno ti ha mai chiesto una mano a trovare lavoro?
«Mai, nessuno. Sono tutti calciatori. In Promozione...».