Settore Giovanile

Da Trigoria al campionato universitario a New York: Nota para e studia business

Studia business, e si paga retta, vitto e alloggio con la borsa di studio che ha vinto per le sue doti calcistiche: "Qui un calcio diverso, ma ci sono più opportunità"

PUBBLICATO DA Francesco Oddi
01 Dicembre 2018 - 12:02

«Come mai a Roma?» «C'è il Thanksgiving, il Giorno del Ringraziamento, si ferma tutto. E ne ho approfittato per venire a salutare un po' di amici. Ieri sera ero a cena da Luca Pellegrini, insieme a un po' di ex compagni, il padre ha fatto il barbecue...». Incontriamo Andreas Nota in un bar dell'Eur, in quelli che sono giorni di vacanza solo per lui. Il più bravo di quelli con cui cominciò a giocare nei Pulcini della Roma, giusto dieci anni fa, nell'estate del 2008, è Riccardo Marchizza, che ora gioca (non sempre) nel Crotone, in B. Le loro strade si separarono quattro anni dopo, ma solo concettualmente: il Futbolclub di Via degli Olimpionici e il Paglialunga di Fiumicino non sono poi così lontani da Trigoria. La vera distanza fisica è arrivata dopo, nel 2017, quando Marchizza ha preso l'autostrada in direzione Avellino, e Nota un volo per Hodgenville, Kentucky, sede della Campbellsville University. Ora ha cambiato, sta alla Seton Hall, in New Jersey, che sta a New York come Ostia (dove è nato) sta a Roma, solo con mezzi pubblici migliori. Studia business, e si paga retta, vitto e alloggio con la borsa di studio che ha vinto per le sue doti calcistiche. E ha il futuro in mano: potrà giocarsi le sue carte al draft per entrare in Mls, lasciare il calcio e mettersi a fare il manager, oppure combinare le due cose, tornare in Italia, farsi qualche annetto con guanti e calzoncini, prima di passare alla giacca e alla cravatta.

E che farai?
«Per ora studio, poi si vedrà. Voglio prendere un major in business e un doppio minor in marketing e finance. La borsa di studio dura 4 anni, mi mancano questo più altri due. Devi superare 12 crediti l'anno per mantenerla. Con quella media finisci in 5 anni, invece che in 4, mentre se ne prendi 30 puoi finire in tre. Io ne sto prendendo 18, con tutte A, il massimo dei voti. Ho una borsa di studio di 60.000 euro l'anno: con 45-50.000 ci pago il college, la casa e il vitto, e mi resta qualcosa in tasca. Pagano molto meglio qui che in serie D, dove giocavo. E dove non si può andare oltre i 750 euro al mese di rimborso spese».

Un altro mondo, insomma.
«Magari in serie C ci sarei arrivato, ma qui è davvero un altro mondo. Gioco a pallone, in un paese che presto diventerà una potenza a livello calcistico, e studio in un'università prestigiosa. Sono molto fortunato: mi sto costruendo un futuro, anche se ancora non so quale sarà».

Meglio calciatore o manager?
«Quelli che seguono il programma di business che sto facendo io, una volta usciti arrivano a guadagnare anche 500.000 l'anno. La media è 400.000. Devi giocare in serie A, per prendere certe cifre».

Pure in A c'è chi prende meno.
«E pensare che all'inizio non ero convinto di fare questo passo. Il mio sogno da bambino era fare il calciatore. E non avevo capito bene la portata di questa possibilità. Pensavo che andare in America volesse dire smettere di giocare a pallone. È la mia famiglia che mi ha convinto a ripensarci. Adesso penso anche all'MLS: quello che sto facendo adesso può essere un buon punto di partenza».

Che lavoro fanno i tuoi?
«Mio padre è nella Guardia di Finanza. Mia madre, che è svedese, ha una scuola bilingue, a Ostia, la International School. Lavora in segreteria, ma ha anche una quota. I miei mi hanno sempre dato tutto. Andare lontano per 10 mesi l'anno, a 10 ore d'aereo da casa, era una decisione importante. E un ragazzo da solo avrebbe faticato a prenderla. Devo solo ringraziarli».

Con madre svedese e scuola internazionale, l'inglese non sarà certo stato un problema...
«Infatti. Lo parlo sin da ragazzino. E ovviamente è stato fondamentale, per questo percorso. Inglese e pagelle scolastiche, che hanno controllato prima di prendermi, e doti calcistiche».

Le stesse doti calcistiche che ti hanno portato alla Roma, per quattro anni.
«Dai Pulcini fino ai Giovanissimi Regionali. In realtà sarebbero cinque, perché l'ultimo anno ero in prestito, ma continuavo ad allenarmi a Trigoria, durante la settimana, anche se poi il sabato o la domenica andavo a giocare con l'Ostiamare. Ero arrivato a 10 anni, quando selezionarono per la prima volta il gruppo dei '98. Giocavo all'Axa Calcio, la scuola calcio di Totti, ho fatto due provini ma in realtà mi avevano già preso. Mi volevano Roma e Lazio, ma non è stato difficile scegliere: sono sempre stato tifoso giallorosso».

Il ricordo più bello, di quegli anni alla Roma?
«Il Memorial Niccolò Galli, a Firenze. Perdemmo in finale contro il Milan, mi segnò Cutrone. C'era anche Locatelli, era una squadra fortissima. Ma io venni premiato come miglior portiere del torneo, proprio da Giovanni Galli».

Chi c'era con te alla Roma?
«Marchizza, Bordin, mentre Ciavattini è arrivato dopo. Con Tumminello mi sono allenato l'anno dell'Ostiamare. E poi c'era Di Nolfo, che da un paio di mesi gioca alla Cavese, in Eccellenza, e non ho proprio capito perchè. Dalla Roma era andato al Perugia, aveva debuttato in B, segnato un gran gol in Coppa Italia, era lanciatissimo: deve essere successo qualcosa. Quando eravamo ragazzini una volta stavamo giocando un Torneo in Spagna: affrontavamo il Real Madrid, lui ha preso palla nella nostra metà campo, si è smarcato tutta la difesa e poi ha fatto gol».

E a te cosa è successo?
«Mi hanno detto che ero basso, e non mi hanno confermato. Non me l'aspettavo. Mi presi la mia rivincita l'anno dopo, quando andai al Futbolclub. Vincemmo il titolo regionale, battendo 4-1 proprio la Roma: una delle pochissime volte che il titolo è andato a una dilettante. C'era anche Nolano con me, un altro ex Roma, poi passato alla Lazio Primavera. Ora sta all'Atletico Vescovio, si è un po' perso».

Che poi al tuo posto, nei '98, presero Crisanto. Fortissimo, decisivo per la vittoria dello scudetto, Primavera, ma non era certo un gigante...
«Ma all'epoca era alto, per l'età che aveva: però non è cresciuto più. Ottimo portiere, comunque».

Quanto sei alto adesso?
«1 e 80».

Il Futbolclub, dicevamo.
«Mi allenava Roberto Baronio, che adesso sta al Napoli Primavera. Un bravissimo allenatore, lo sento ancora. Quando andò ad allenare l'Italia Under 19, che doveva preparare l'Europeo, mi fece allenare con loro: forse Meret e Audero arrivarono dopo, o volevano un quarto per le partitelle, non ricordo. C'erano Dimarco, Barella, gente che poi è arrivata in serie A... bellissimo».

Dopo, il calcio dei grandi.
«Sono andato in Eccellenza, all'SFF Atletico, che poi sarebbe il Fiumicino, dopo una fusione. Ed è stato un grande passo, specialmente per un portiere: con un errore puoi compromettere tutto, e giochi con gente adulta, che col calcio si paga le bollette. Ma la società era fantastica. Il presidente era Ciaccia, che stava nella Cisco-Atletico Roma, quando persero i playoff per la serie B. Non ero l'unico ex romanista: c'era Ludovico Rocchi, un centrocampista, fortissimo, che infatti ora sta in C con la Sambenedettese. O Leonardo Nanni, che da bambino era stato nella Roma, con Bertolacci e Florenzi. Uno che in quella categoria potrebbe giocare con la sigaretta in bocca, per quanto talento ha: a Grosseto stava per esordire in B, poi cambiarono tecnico, ma non capisco perché non stia in C. Anche se la nostra, tra quelle di D, era una gran società. Solidissima, e con un grande allenatore».

Raffaele Scudieri. Un passato nella Roma: nei Giovanissimi Florenzi e Bertolacci li ha avuti, e non li faceva giocare.
«Io di lui posso solo parlare bene. Ci ho lavorato per anni, e l'ho visto crescere tanto. Specialmente quando, con la fusione, ha lasciato il posto da presidente a Ciaccia: prima gestiva tutto lui, faceva presidente e allenatore. Non ha mai giocato, e forse un po' la soffre questa cosa. Ma è uno che si è fatto tutto da solo: nel calcio ha cominciato pulendo gli scarpini. E fuori, ha costruito un impero economico. Quando gli ho detto che andavo in America, mi ha fatto gli auguri. E quando sono tornato per qualche mese in Italia, mi ha ripreso di corsa, accontentandomi in tutto. Avevamo vinto l'Eccellenza, tornai a metà stagione, e mi affidarono subito il posto da titolare, in serie D. Un campionato molto equilibrato, l'ultima può vincere con la prima. Quando giocammo noi c'era il Latina, che era appena sceso dalla serie B: perdemmo all'ultimo secondo, davanti a 5.000 spettatori».

Come mai eri tornato?
«Perché il campionato, negli Stati Uniti, finisce a dicembre. Io ero partito dopo la maturità, avevo chiesto di cambiare università, passando dal Kentucky a New York. E nell'attesa sono tornato in Italia, giocando qualche mese in D, e proseguendo i miei studi online. E a luglio sono tornato negli States. Ora gioco in NCAA, che è il livello più alto».

Come è iniziato tutto?
«Devo ringraziare la College Life Italia, che mi ha aiutato tantissimo. È una società che si occupa di mettere in contatto i giovani calciatori e le università americane, anche organizzando degli Showcase in Italia, una sorta di stage. Ce ne sarà uno il 27 e il 28 dicembre, con i tecnici delle università più importanti, persino Harvard. Io però gli showcase non li ho fatti: mi avevano visto al Futbolclub, e avevano contattato mia madre. Ma ho dovuto mandare le pagelle, prima...».

Come sono strutturati i campionati universitari negli Usa?
«Si basano sul prestigio delle università. È difficilissimo essere promossi: ci riesce solo una squadra l'anno, quella che vince il titolo nazionale, battendo tutte le altre università degli Stati Uniti. La Campbellsville University, con cui ho iniziato, era nella NAIA, la seconda divisione: abbiamo fatto le finali per la promozione, perdendole. Ma io sono andato bene, sono entrato nella top 11 del campionato, e mi sono meritato la chiamata della Seton, che gioca in NCAA. Avevo anche qualche altra opzione, mi voleva pure San Diego, ma l'idea di vivere a New York mi attirava».

Il prossimo passo?
«Continuare a giocarci, finché non finirò il master. Il campionato universitario lo puoi fare dai 18-19 anni fino ai 23-24: se non hai finito gli esami, puoi andare avanti con l'università, ma senza più giocare. Anche se alcuni si fermano prima della laurea, e si rendono eligibili per il draft. Le società di MLS pescano i migliori giocatori, con lo stesso meccanismo dell'NBA, chiamando a turno i migliori: la maggior parte dei giovani calciatori si mette in lista dopo aver finito gli studi, ma qualcuno lo fa anche prima, lasciando l'università. Ovviamente sono quelli che, tramite degli agenti, hanno già trovato l'accordo con una società, e sono certi di essere chiamati. Anche perché all'università non puoi essere pagato, anche se con la borsa di studio, detratte le spese, qualcosa ti rimane sempre. Ma c'è gente che deve tirarci su una famiglia, e quei soldi non bastano. Anche perché non tutti prendono la borsa di studio per intero. Io sto nella fascia alta, e prendo il 100%, alcuni prendono percentuali inferiori. Decide l'allenatore, in base al tuo livello come calciatore».

Voi italiani siete ricercati?
«Beh, negli Stati Uniti il calcio è in netta espansione, ma in Italia il livello medio resta più alto. Ci sono spagnoli e inglesi, ed è pieno di brasiliani, e sudamericani. Io vivo con altri tre compagni, un inglese e due norvegesi, in una villetta a quattro piani. In MLS gli europei sono limitati, come gli extracomunitari da noi: ne possono giocare solo due per squadra. Ma noi del campionato universitario possiamo essere tesserati più facilmente, con meno limitazioni».

Differenze con il nostro calcio?
«Ci sono più cambi, un giocatore può entrare e uscire: le partite durano sempre 90', ma durante i cambi e le interruzioni più lunghe l'arbitro ferma il cronometro. È un calcio più fisico che tecnico, a livello tattico ovviamente in Italia siamo più avanti. Mentre a livello di preparazione fisica sono avanti loro: ci alleniamo tutti i giorni in palestra, abbiamo test continui. Abbiamo tre fisioterapisti, massaggi tutti i giorni, campi al coperto, strutture che in Italia non trovi neppure in serie B. Negli ultimi 20 giorni ho preso tre volte l'aereo per andare a giocare in trasferta, il campionato è diviso in gironi, ma noi arriviamo fino a Omaha, nel Nebraska. E poi ci sono le finali in giro per l'America, di solito nei posti caldi, verso Miami o Los Angeles. La stagione dura da agosto a dicembre, con tre partite a settimana, e poi ci sono i campionati estivi, da maggio a luglio, riservati ai giocatori dei campionati universitari: mi è già arrivata qualche proposta, ci sto pensando».

Resta il tempo per studiare?
«Certo... Anzi, se non studi, questa grande opportunità la perdi. Però c'è un abisso nel modo in cui trattano gli studenti-atleti. Siamo autorizzati a saltare le lezioni, per le trasferte: abbiamo dei tutor personali, che ci mandano il materiale, il giorno dopo ti sei già rimesso in pari. Qui gli studenti che fanno sport sono più considerati di quelli normali: è per questo che sono così avanti nel basket, nel football e nel baseball. Nel calcio non ancora, ma i progressi sono evidenti. Girano i soldi, qui».

Altro che la serie C...
«Un po' il rimpianto di non averci giocato ce l'ho, lo ammetto. Mi hanno detto che dopo aver fatto bene in serie D me la sarei potuta giocare: ora che non c'è più la vecchia C2 il livello della D si è alzato. Ma per me la serie C è semiprofessionismo, non professionismo vero: ti fa sopravvivere, più che vivere. Vai a prendere 1.200 euro al mese, e molto spesso non arrivano, tra società che non pagano e falliscono. In serie D ho conosciuto giocatori che devono ancora vedere stipendi di anni e anni fa. E che sono scesi di categoria perché gli conveniva».

Conosci anche tanti giocatori che non dovrebbero avere questi problemi...
«Siamo un bel giro di amici calciatori, quasi tutti ex del settore giovanile della Roma, quasi tutti classe '99. Il giro di Luca Pellegrini, che ormai è il mio migliore amico. E pensare che alla Roma ho giocato poco con lui: ho un anno in più, e quando lui ha cominciato a salire sotto età ero già andato via. Ci siamo conosciuti al mare, a Ostia: andiamo tutti al V Lounge. Con noi ci sono il bomber Scamacca, che ora gioca in Olanda, e sta facendo benissimo con le nazionali giovanili, il centrocampista Militari, ex Fiorentina e Cesena, ora al Bologna, Edoardo Bianchi, difensore del Torino, Gennari e Lommi, che gioca in serie D».

A quanti di loro hai consigliato di fare il tuo percorso?
«Non solo a loro, a tutti quelli con cui parlo. Un mio ex compagno, Macciocchi, un difensore centrale che con la Roma ha fatto fino agli Allievi, non era una grandissimo studente, ma si è messo d'impegno, ha finito le superiori, studiato l'inglese, e ora sta provando questa strada. L'ho consigliato a tutti... tranne che a Pellegrini: lui è un fenomeno, e giocherà in serie A».

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