Quando Daniele Piervincenzi parla a qualcuno, sia che stia intervistando il suo interlocutore sia che ci stia semplicemente intrattenendo una qualsiasi conversazione, avvicina il suo viso per stabilire immediata empatia e lascia che siano i suoi occhi azzurri a fare il resto. Ma quel giorno gli occhi non bastarono e quella scena è rimasta nell'immaginario (nostro) e nella vita (sua) più di quanto si possa pensare. Ma Daniele Piervincenzi prima e dopo quell'infame testata era ed è tanto altro: è uno sportivo, un papà e un grandissimo giornalista che ha trovato nel format televisivo di Nemo su Rai2 la sua più naturale e logica collocazione editoriale. Perché a lui piace raccontare storie e ai lettori del Romanista ha scelto di raccontare la sua, a partire proprio dall'esperienza in quella talentuosa redazione del programma di Alessandro Sortino. «Mi chiamò Paolo Pagliaro quasi dieci anni fa a Otto e mezzo, feci circa 500 puntate in redazione ed è stata la mia palestra, era una vera trasmissione di approfondimento politico».

Facendo solo redazione?
«Sì, anche se ho avuto l'onore di firmare quello che credo sia stato l'unico servizio mai mandato nel corso della trasmissione, la storia di un padre e un figlio entrambi direttori d'orchestra nella Parma di Pizzarotti, dopo la chiusura del Teatro Regio. A me è sempre piaciuto raccontare storie. E appena ho potuto ho raccolto l'opportunità di farlo».

Chi te l'ha data?
«Alessandro Sortino, l'anima di Nemo. Che conobbi dopo una furiosa litigata».

Perché?
«Lui lavorava a Piazzapulita. Io convinsi il primo "disertore" dei 5 stelle, Giovanni Favia, a farsi intervistare da Lilli Gruber. In quel periodo lo cercavano tutti e Alessandro venne fuori alla sede de La7 insieme con altri cronisti per provare a beccarlo. Io dissi a tutti: "Ragazzi, va bene tutto, ma adesso deve essere intervistato dalla Gruber. Vi prometto che appena finisce l'intervista ve lo porto qui". Ma Lilli lo spolpò, e lui alla fine non volle saperne di farsi intervistare anche dagli altri. Così la macchina della produzione lo venne a prendere dentro gli studi e uscì dal garage. Sortino la prese male, mi coprì di insulti».

E finì lì?
«Sì. Poi a distanza di tempo mi chiamano da Freemantle, una società di produzione, per un non meglio specificato progetto. Entro e me lo trovo davanti. Allora scherzo: "Va bene, grazie, arrivederci, vado via". E lui invece mi invita a restare: "Io so come lavori, sto cercando gente motivata che abbia voglia di scardinare il linguaggio televisivo imperante, che rompa tabù, svestendo i panni dei giornalisti raccontando la realtà, senza sbandierare il microfono per fare le classiche domande". Parlava di Nemo».

Da dove partiste?
«Da Tor Bella Monaca, un quartiere complicato di Roma. Rimasi lì un paio di settimane, finché uno non mi mise un fucile in faccia».

Se sei qui finì bene.
«Io credo che funzioni proprio il fatto di non andare in questi posti con il carico di preconcetti del classico giornalista, non mi interessava solo il degrado o lo spaccio, ma raccontare il quartiere per quello che era, con le sue contraddizioni, e cominciarono tutti ad aprirsi».

Pure quello col fucile?
«Sì, all'inizio si copriva con una bandana, poi la tolse, tanto dai tatuaggi sul viso era riconoscibile. Fu il primo pezzo di Nemo».

Una trasmissione che è cresciuta col tempo, una delle più autentiche e ben scritte della tv.
«Grazie, ha funzionato la formula evidentemente. Enrico Lucci era l'anima più pop, Valentina Petrini quella più giornalistica».

Bravissimi.
«Ti dò una notizia, nella prossima stagione Valentina non ci sarà e faremo meno attualità politica. Ma la formula sarà la stessa. La cosa bella è che ogni servizio abbiamo tre o quattro giorni di tempo per girarlo. Spesso partiamo con un'idea e poi il servizio viene centrato su altro».

Il famoso racconto del reale.
«È quello che a me piace. Il paese si sta impoverendo, si sta imbarbarendo, stanno proliferando le nuove mafie, accattone, violente, diffuse ovunque. A Reggio Emilia hanno sparato in faccia a uno, in Piemonte in un paese vivono solo latitanti, a San Luca internet è arrivato due anni fa, da lì partì il gruppo di fuoco della strage di Duisburg. Questo paese non è più raccontato».

Di certo non dai tg.
«In questo dovremmo farci un esame di coscienza. I giornalisti non vanno più in giro a fare il loro mestiere. Io non voglio insegnare certo niente a nessuno. Ma a me piace questo tipo di racconti e Nemo mi dà questa possibilità».

Gli spunti del resto sono ovunque.
«Le cronache locali pullulano di storie di grande potenziale giornalistico che magari vengono ignorate per mancanza di tempo o di voglia di approfondimento».

E non capita mai di sbagliare servizio?
«Certo e Alessandro in questo è severissimo. Se un racconto non funziona o le immagini non sono perfettamente calibrate il servizio non va. Si perdono tempo e soldi, magari, ma il rispetto per il pubblico viene prima di tutto».

Il pubblico premia la trasmissione?
«È tutto relativo. Magari avere un pubblico di poco superiore al milione viene considerato un risultato non esaltante, ma poi vediamo le statistiche su internet e magari mi accorgo che un mio pezzo è stato visualizzato da 1.800.000 persone. Perché avviciniamo due realtà diverse, quella più stabile della tv generalista e quella più imprevedibile del mondo della rete».

Raccontiamo il reale anche noi. Tuo papà Emilio è un giornalista affermato. Ti ha mai aiutato? Ti ha raccomandato?
«Sì. All'inizio mi aiutò con i miei piccoli documentari. Mi diede molti consigli su come girare, quello che potevo fare. E ancora oggi mi rivolgo a lui quando ho un dubbio o una necessità».

Parlavo di raccomandazioni vere e proprie.
«Mi aiutò ad entrare a La7 quando presero i diritti del Sei Nazioni, io ero un giocatore di rugby. Mi raccomandò a Paolo Cecinelli e io feci un po' da consulente e collaboratore, per lui, per Cristina Fantoni che veniva dal calcio. Poi quando La7 perse i diritti del rugby mi chiamò Discovery, che li prese. E nacque la trasmissione sul rugby a DMax, anche qui cercando un linguaggio di rottura, facendo vedere Castrogiovanni che sbrana delle polpette e subito dopo la serissima lavagna tattica di qualche allenatore».

Il calcio non ti ha mai appassionato? Ti ricordo centrocampista non troppo tecnico...
«Ho la frustrazione di avere due fratelli bravissimi, arrivati fino al professionismo. Uno, Andrea, ex primavera della Lazio, adesso allena nella serie A slovacca; un altro, Guido, ha smesso di giocare per via degli infortuni, dopo tanta Lega Pro. Io per fortuna capii di dovermi dedicare al rugby e sono arrivato in serie A con la Lazio, dopo varie trafile nelle nazionali giovanili. Poi mi sono rotto tutte e due le spalle e scesi in serie B, contribuendo però a portare in 5-6 anni la Primavera Rugby in serie A. Ho smesso cinque anni fa, esausto».

Sei un tifoso tiepido di calcio, vero?
«Sì, romanista. Ma la mia attuale compagna è ultrà laziale, non so se è meglio tagliare questa domanda».

È il racconto del reale.
«Capirà. Non so neanche se sa che la mia passione vera l'ho provata per la Roma di Voeller. Poi ho perso un po' di passione. Preferisco il rugby».

La tempra rugbistica ti aiutò a restare in piedi dopo quella testata presa da Roberto Spada. Questa storia, oltre alla frattura al naso e alla conseguente popolarità di cui magari avresti fatto volentieri a meno, ti ha dato o ti ha tolto di più?
«Mi ha tolto, sicuramente. Prima riuscivo anche ad alternare meglio le storie prendendomi anche il diritto di raccontare cose più leggere. Dopo Ostia è più complicato».

Come hai deciso quel giorno di inchiodarlo con le tue domande?
«Nasce tutto dall'esigenza di avere risposta a una domanda: com'era possibile che all'improvviso Casapound facesse il pieno di voti a Ostia soprattutto in alcuni quartieri ben identificati, soprattutto intorno a Piazza Gasparri? Così dopo aver raccontato questo strano fenomeno decisi di cercare lui, prendendomi altri tre giorni».

Con la tua solita squadra più esperta?
«Veramente no, andai con il più docile dei nostri operatori. Gli dissi che era un servizio sulle elezioni, ancora mi maledice per questo (sorride)...».

E come lo trovaste?
«Al terzo giorno, dopo che stavo ormai perdendo le speranze, arrivò. Ho il sospetto che nei primi due giorni qualcuno lo avvisò di questo strano tipo che si aggirava fuori dalla sua palestra... Il terzo giorno rimasi più coperto e arrivò, alle tre del pomeriggio. Non gli chiesi dell'usura, del narcotraffico, delle pistolettate, degli omicidi, non mi interessava la sua storia criminale, mi incuriosiva solo perché aveva detto che bisognava votare Casapound. Lui a questa domanda non poteva proprio rispondere. Ma non mi interessava sapere da lui quanto le famiglie criminali si fossero arricchite grazie al narcotraffico, da quando Ostia è stata la porta del Mediterraneo per la cocaina. A loro interessava mettere loro uomini nel consiglio comunale. Lo fecero apertamente, con i "consiglieri" dislocati nei seggi. A Roma. Da giornalista non potevo non raccontare questa storia».

Il clamore dopo quel che è accaduto ha cambiato qualcosa?
«Temo di no. La risposta è stata solo quella di accendere una luce su Ostia. Ma lì serve lo stato, non la luce. Non serve l'esercito. C'erano campi, palestre, parchi. Tutto bruciato. C'erano ragazze volontarie che facevano ripetizioni ai ragazzini, le hanno prese a schiaffi. Mettono pistole in bocca a chi si ribella».

Beh, la reazione dell'autorità è stata fermissima.
«Ma la violenza c'è tuttora. E i testimoni al processo non si presentano».

Va capita la paura. Chi può fare l'eroe? Lo sei tu, forse. Lo è Federica Angeli, la collega di Repubblica che non si è mai stancata di denunciare.
«Ma noi siamo giornalisti. Noi dovremmo raccontare, non denunciare. Ma così vince la mafia».

È la paura più grande, che ci si rassegni al terrore.
«Sarebbe peggio di prima. Ma noi non siamo crociati».

Al Processo, Spada ha preso sei anni. Tu non lo hai commentato.
«Lo faccio qui, se vuoi. Per me sei anni per una testata sono troppi. Se danno sei anni per una testata quanto dovrebbero dare per gli omicidi, per il narcotraffico, per gli attentati, per le famiglie rovinate? Cento? Io per lui non provo alcun rancore, ma lo stato dovrebbe funzionare in maniera diversa. E il clan dovrebbe essere messo alla sbarra nel processo Eclisse, nella vera indagine contro la mafia di Ostia».

Il tuo rapporto con la paura oggi com'è?
«Al di là delle minacce che mi sono arrivate e che ancora arrivano? Forse quella di non poter più fare liberamente il mio mestiere, di essere etichettato per un crociato, che vuole fare battaglie. Poi ho avuto realmente paura solo per mia figlia. Ha sette anni, ho pensato che non avesse neanche la struttura per capire quella violenza».

Ha visto quelle immagini?
«No, la mamma è stata molto brava. Ma poi a scuola inevitabilmente magari le maestre per mostrare solidarietà o le amichette qualche domanda in più gliel'hanno fatta».

E come l'hai sostenuta?
«Andai a Firenze, c'era l'Italia del rugby. Mi vide in campo con i ragazzi, vide la loro solidarietà, le pacche sulle spalle e pensò di avere un papà fichissimo. E invece sono solo un giornalista, magari mediocre. Che un giorno ha preso una testata...».