Due centrocampisti, due campioni d'Italia con la Roma: Carlo trionfa nel 1983, Eusebio nel 2001. E entrambi, nel corso della loro esperienza in giallorosso, sono vittime di due gravi infortuni. Il ginocchio destro di Ancelotti cede il 25 ottobre 1981, al 10' del primo tempo di un Roma-Fiorentina, quello dell'assist di tacco di Falcao a Pruzzo. L'allora ventiduenne salta tutta la stagione (compreso il Mundial vinto dall'Italia), rientra dopo uno stop di un anno e contribuisce all'epica cavalcata che porta la squadra della Capitale al tricolore dopo un digiuno di 41 anni. Testa, geometrie e polmoni: nonostante la giovane età, il ragazzo di Reggiolo è uno dei leader di una squadra in cui non mancano certo giocatori di esperienza. Ma lui è fondamentale, sia tatticamente sia a livello di personalità. Gioca come un veterano ancor prima di diventarlo dal punto di vista anagrafico. In quella che forse è la più bella immagine della storia della Roma, c'è lui: in ginocchio, mentre abbraccia Ago e se lo stringe al cuore. L'immagine risale al 1° maggio 1983, il nostro Capitano ha appena messo a segno il 2-0 con l'Avellino che ci porta a un passo soltanto dallo Scudetto.

La sfortuna però lo perseguita durante gli anni in giallorosso: il 4 dicembre 1983 a Torino affrontiamo la Juventus con il tricolore sul petto, alla mezz'ora un duro scontro con Cabrini gli distrugge il ginocchio sinistro, impedendogli di prendere parte agli ultimi turni di Coppa dei Campioni. Con Eriksson in panchina diventa ancor di più il trascinatore della squadra: non solo le chiavi del centrocampo, ma dell'intera squadra sono nelle sue mani, anzi nei suoi piedi. In totale sono 227 le presenze con la Roma, condite da 17 gol. Nel 1987, dopo otto stagioni, si trasferisce al Milan di Sacchi, dove vincerà praticamente tutto.

Ma il legame con il giallo e il rosso non viene mai meno, tanto che dopo la conquista dello scudetto in rossonero Carlo chiama i ragazzi del Commando Ultrà e la sera va a cena con loro. In un ristorante a Trastevere, mica sui Navigli. Forse perché non sapeva bene come e dove festeggiare; forse perché, dopo i festeggiamenti visti all'ombra del Colosseo nel 1983, nulla poteva reggere il paragone.

Una volta passato dal campo alla panchina, Ancelotti manifesta più di una volta la volontà di allenare, prima o poi, la Roma. Frase detta e ridetta, forse più a beneficio dei giornalisti. Perché, per un motivo o per un altro, le due strade - quella di Carlo e dei giallorossi - si sono incrociate soltanto da avversari. Dopo nove anni passati in giro per l'Europa, senza mai incontrare la Roma, Ancelotti ha scelto il Napoli e ora ritrova la squadra che lo ha lanciato nel calcio che conta quando era "il Bimbo", come era solito chiamarlo Giorgio Rossi.

Turbo Difra

Dopo la disastrosa stagione con Carlos Bianchi, Franco Sensi nell'estate '97 affida la panchina a Zeman e la squadra viene profondamente rinnovata: tra i nuovi acquisti c'è anche Eusebio Di Francesco, centrocampista tuttofare di corsa e dinamismo che si è messo in luce con il Piacenza. È uno dei punti fermi del boemo in una mediana tutta italiana completata da Tommasi e Di Biagio. Difra diventa ben presto il "Turbo giallorosso": fa del sacrificio e della duttilità le sue doti migliori, ma non disdegna le incursioni offensive, che in più di una circostanza lo portano a battere a rete.

Come nel derby del 29 novembre 1998: con la Roma sotto 3-1 e in dieci, il numero 11 scambia con Totti e accorcia le distanze a 10' dalla fine. È la scossa che serve alla squadra: due minuti dopo è proprio Totti a firmare il pari con il suo primo sigillo in una stracittadina. Grinta, sudore e polmoni: sono queste le caratteristiche che lo fanno entrare ben presto nel cuore dei tifosi.

Eppure proprio un polmone rischia di mettere a rischio la sua carriera: nell'estate del 1999, durante il ritiro a Kapfenberg, in uno scontro con Mangone Eusebio riporta uno pneumotorace. Immediato il ricovero in ospedale. Al timone della squadra nel frattempo è arrivato Fabio Capello. Guarda caso, proprio il tecnico che ha allenato Ancelotti nell'ultimo anno di carriera del Carletto calciatore. Difra comunque si rimette ben presto in piedi: nel 1999-00 colleziona 41 presenze e 3 gol.

Ma quando salta il ginocchio, Eusebio non può fare altro che intraprendere il lungo percorso di recupero fatto di riabilitazione, sudore e dolore. I suoi compagni - a cui si sono aggiunti Batistuta, Samuel ed Emerson - cominciano a vincere senza soluzione di continuità. Torna a marzo, ma gioca soltanto qualche spezzone di partita: l'unica presenza da titolare sono i 90' alla penultima di campionato, nel 2-2 contro il Napoli andato in scena al San Paolo il 10 giugno. Ma la sua immagine-simbolo di quell'anno è di due settimane prima: a bordocampo, con la Roma che pareggia 1-1 all'Olimpico col Milan, salta in braccio a Totti quando si viene a sapere del gol di Dalmat contro la Lazio. Una rete che ci avvicina sempre più al nostro Destino, quello che si compie il 17 giugno. Seppur con poche presenze, c'è anche la firma di Eusebio sul terzo tricolore della nostra storia. Perché se in campo si vede poco, nello spogliatoio si fa sentire eccome.

Al termine della stagione torna a Piacenza. Ma la Roma è nel suo destino. Dopo l'esperienza da team manager con il primo Spalletti, Difra decide di intraprendere la strada che fa di lui un allenatore. Tanta gavetta, prima di tornare in quella che è a tutti gli effetti la sua seconda casa e portare i giallorossi tra i migliori quattro d'Europa. L'ultima volta che e unica ci erano riusciti, 34 anni prima, in rosa c'era anche un certo Carlo Ancelotti.

Percorsi diversissimi da allenatori, quelli di Di Francesco e Ancelotti: il secondo ha vinto tutto ripetutamente, il primo è ancora a caccia di un trofeo. Domenica le loro strade si incroceranno per la prima volta: perché si giocherà pure a Napoli; ma, come dice il proverbio, tutte le strade portano a Roma.