Questa la seconda parte dell'intervista esclusiva a Elisabetta Cortani, presidente della Lazio Calcio Femminile. Da quasi un anno ha deciso di rendere pubbliche le molestie sessuali che sostiene di aver subito con forza dall'allora presidente della Federcalcio Tavecchio.

Come hai cominciato la tua avventura nel calcio?
«Mio fratello è stato per vent'anni nello staff della Lazio Femminile, io ero legatissima a lui anche in seguito a un lutto familiare (la morte dell'altro fratello più piccolo), le ragazze della squadra per mio fratello erano tutto, io anche uscii da un momento personale brutto e il calcio rappresentò per la nostra famiglia la salvezza. E tutto per puro volontariato. Il presidente quando sono entrata io era Tiberio Frosi».

Pare di capire che all'epoca i tuoi rapporti con Tavecchio fossero cordiali.
«Anche affettuosi. Mi incaricò, dopo la morte di mio papà, di girare l'Italia per spiegare alle varie commissioni regionali la necessità dello sviluppo del calcio femminile attraverso l'apparentamento con le squadre maschili, come poi è avvenuto in questi ultimi anni».

Di che anni parliamo?
«Fine 2012, inizio 2013».

Lavoravate in grande armonia. Mai un indizio del comportamento che avrà in seguito?
«La delusione più grande nasce proprio dal fatto che mi fidavo di lui, c'era un rapporto di stima reciproca. Finché è stato in Lega Dilettanti, non ha mai avuto un comportamento sgradevole. Poi per noi alla Lazio e per la Divisione Calcio Femminile arrivarono momenti difficili. Io ebbi qualche ritardo nei pagamenti e fui deferita e quindi non potei prender parte all'attività federale per un certo periodo. Al governo fu nominato Belloli».

Quello che disse "Basta con i soldi a queste quattro lesbiche". Un'altra felice scelta di Tavecchio...
«Esatto. Poi arrivò Rosella Sensi e con lei cominciai a collaborare seriamente, raccogliemmo le firme per chiedere di passare sotto l'egida della Figc, così scrissi al presidente Tavecchio per ottenere un appuntamento e portargli le firme».

Parliamo del vostro primo incontro con lui presidente federale.
«Sì, mi ricevette in Federcalcio, ma nella sala d'aspetto perché disse di avere altre persone nel suo ufficio. Lì chiuse la porta e dopo poco ricevetti le sue sgradevolissime avances».

Di cui però c'è solo il tuo ricordo, ovviamente nessuna registrazione.
«Logico. Chi poteva aspettarselo?».

La tua reazione?
«Sconcertata. Riuscii a balbettare qualcosa, ma ero imbarazzata e sorpresa. All'interno del Palazzo federale, il santuario del calcio, con le foto della Nazionale in bianco e nero appese alle pareti. Poi mi alzai e me ne andai».

Che periodo era?
«Maggio 2015».

Ok, poi?
«Scesi in strada, ad aspettarmi c'era il mio compagno: gli avevo chiesto di accompagnarmi perché parcheggiare a via Allegri di mattina è impossibile, mi ha atteso lì, e appena entrata si accorse subito che qualcosa di strano era accaduto. Inizialmente ero imbarazzata, non sapevo se dirlo o no, poi scoppiai a piangere al semaforo prima del Muro Torto».

Le sue reazioni quali furono?
«Quelle di ogni maschio, voleva tornare indietro, colpito nell'orgoglio, abbiamo persino litigato perché io non volevo, mi incalzava, mi chiedeva se fosse già accaduto in precedenza, insomma, non fu facile. Ero lì per parlare del mio progetto, ma era accaduto tutt'altro».

E il progetto che fine fece?
«Il mio imbarazzo fu anche per quello. Io ero stata investita di un compito da tutte le società, non potevo fare un passo indietro, io alle società avevo sempre parlato un gran bene di Tavecchio, arrivai persino a giustificare le sue frasi infelici, come quella davvero indicibile sulle "donne handicappate rispetto agli uomini", lo giustificai con il suo eloquio piuttosto limitato, figlio forse anche di un'antica cultura maschilista. Ma lui per il femminile ha fatto sempre molto. Come potevo fare un passo indietro? Lo feci però mollando l'attività con la Lazio Femminile, lasciando gratuitamente al presidente Lotito il titolo della società, ma proseguii nell'impegno di rappresentare gli altri club che mi avevano dato fiducia affidandomi quel progetto».

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