C'erano maggiori probabilità di qualificazione in coppa Italia affrontando nel 2015 lo Spezia di Di Carlo, peraltro con la Roma in una delle versioni più forti degli ultimi vent'anni, e ai quarti di Coppa Italia tra la Roma di Fonseca con le riserve dello Spezia di Italiano nello scorso gennaio, oppure ce ne sono di più oggi di qualificarsi alla Conference League opposti ancora allo Spezia già salvo, sapendo che manca ancora un punto per difendere il settimo posto a meno che la Lazio non arrivi - chiamiamo le cose col proprio nome - a coprirsi di ridicolo perdendo di goleada a Reggio Emilia con il Sassuolo, nel qual caso ne servirebbero tre?

A pensarci era molto più facile passare entrambe le volte ai quarti di Coppa Italia, eppure non è accaduto e ogni romanista sa quanto quegli eventi siano stati poi scontati non solo nella delusione sportiva di una sera, quanto in termini di serenità minata per entrambe le stagioni. A Roma queste cose accadono periodicamente, è questo è ormai un dato acquisito. Si chiederà di intervenire anche qui a Mourinho, facendo affidamento prima alle sue doti messianiche e poi a quelle dell'allenatore, per riuscire nel miracolo intanto di poter considerare solo la questione tecnica nei ragionamenti sulla squadra, e non la capacità di restare influenzata da chissà quali influssi astrali.

Non è possibile, ad esempio, che basti il nome di una squadra di secondo livello come lo Spezia per evocare drammi sportivi e incubi permanenti. La doppia, consecutiva beffa di Coppa Italia non ha spiegazioni tecniche. Quello che è successo all'Olimpico la notte del 19 gennaio, checché ne dica Fonseca, non rappresenta la normalità in nessuna squadra del mondo. Uscire di scena perdendo la partita, perdendo l'onore per via delle due espulsioni in un minuto, perdendo la faccia per via delle sei sostituzioni, perdendo la serenità per le liti che ne sono conseguite, è inammissibile. Ma è accaduto. Di Fonseca sono state giustamente tessute le più meritate lodi per lo spessore dell'uomo ed è stato sicuramente valutato troppo frettolosamente quello dell'allenatore. Ma di quel caos fu protagonista prima che vittima. Ed è un fatto che ormai da tante settimane evita di rispondere alle questioni più profonde in conferenza stampa, approfittando, chissà quanto volontariamente, dell'asetticità garantita dalle domande trasferite. E così chissà quando si saprà mai davvero quanto i fatti di quel 19 gennaio abbiano minato le potenzialità della Roma e come si sarebbero potute almeno attutirne le conseguenze. Le varie combinazioni affinché la Roma possa chiudere al settimo posto sono sintetizzate qui sopra. Una vittoria metterebbe l'Europa al sicuro, una sconfitta condannerebbe probabilmente la Roma all'ottavo posto, e quindi alla vergogna di un sorpasso del Sassuolo di De Zerbi, tecnico che fu scartato all'ultimo ballottaggio di Fienga e Petrachi, vinto proprio da Fonseca.

Ieri il portoghese, assecondando un'abitudine rispettata per tutta la stagione, ha elogiato anche l'ultimo allenatore che si troverà di fronte in serie A, almeno con la divisa della Roma: Vincenzo Italiano. Se lo Spezia ha conquistato con un turno d'anticipo la salvezza lo deve essenzialmente a lui, uno che ha deciso di affrontare il massimo campionato esattamente come aveva fatto tra i cadetti, impostando la squadra all'attacco e con una mentalità decisamente offensiva. Non c'era quota ad inizio stagione per la sua permanenza in serie A, nessuno aveva fatto i conti con quello che certi allenatori sono in grado di dare come valore aggiunto alle squadre che hanno a disposizione. Purtroppo per la Roma il valore aggiunto di Fonseca non si è avvertito nei punti di svolta della stagione, in campionato e in Coppa Italia al bivio dello scorso gennaio, in Europa League nella partita di Manchester. Ma andrà salutato stasera con l'onore che merita l'uomo non banale e il tecnico raffinato che ha saputo essere, lasciando comunque al suo più conosciuto conterraneo la squadra in Europa.