Approfittando della sosta del campionato, abbiamo analizzato la situazione di sei giocatori della Roma che sin qui hanno dato meno di quanto ci si potesse aspettare. Dopo aver parlato di Rick Karsdorp, ora è il turno di Javier Pastore.

Condizione fisica e ruolo

La qualità. Alla fine della passata stagione, dentro e fuori Trigoria, in molti hanno sottolineato come alla prima Roma difranceschiana fosse mancata un po' di qualità, in particolare in mezzo al campo. E allora quando Monchi ha preso atto che il Psg era pronto a trattare Javier Pastore, non ci ha pensato un attimo ad andare a prendersi il talento argentino che qui in Italia avevamo apprezzato con la maglia del Palermo. Difficile, peraltro, dargli torto. Solo che a Trigoria, forse, non avevano fatto i calcoli con la necessità di riatletizzare Pastore, reduce da un paio di stagioni, complici Neymar, Di Maria, Cavani e compagnia bella, in cui non è che avesse giocato con grande continuità. Sta di fatto che il Pastore che abbiamo visto in questa primissima parte della stagione, non è stato quello che avevamo sognato quando era sbarcato a Roma.

Certo ci sono quei due colpi di tacco, Atalanta e Frosinone, che stanno lì ad attestare che la qualità c'è, ma l'impatto, anche a causa di un paio di infortuni, non è stato quello che si sperava. Il tutto peggiorato dal fatto di un ruolo non ancora definito. Di Francesco lo ha fatto giocare inizialmente da intermedio di centrocampo, poi da esterno alto offensivo, infine da trequartista centrale nel quattro-due-tre-uno. Ed è questo il ruolo in cui lo rivedremo per migliorare i suoi numeri che fin qui dicono sei presenze (cinque da titolare e una sola volta 90' in campo) per un totale di 373'. Si può fare molto di più.