Trenta in partenza. La lode alla fine. La cifra tonda nei derby Daniele De Rossi l'ha colta già in partenza, semplicemente scendendo in campo sabato scorso. Per la trentesima volta contro l'avversario più vicino e al tempo stesso più lontano. Fascia d'ordinanza al braccio, quella imposta dalla Lega, sotto la quale però indossava la sua, bianca su maglia giallorossa, come romanismo comanda.

Il traguardo più ambito però è arrivato soltanto al triplice fischio di Rocchi, quando il numero 16 era già fuori dal campo per colpa di un ginocchio in sofferenza. Ha sofferto anche coi nervi, da spettatore, in quel quarto d'ora in panchina, ma trascorso per il maggior numero di minuti in piedi, con lo sguardo verso il lato Sud. Un occhio ai compagni che stavano già conducendo 2-1 al momento della sua sostituzione; un altro a una Curva che come sempre non ha smesso un attimo di sostenere i colori della Capitale.
Poi quei baci finali, poco accademici e molto romanisti, da tifoso e insieme da Capitano, dispensati a ogni compagno protagonista del trionfo, anche quelli che in campo hanno messo piede soltanto dopo il 90', con la pettorina tipica di chi siede in panchina. Il gruppo prima di tutto, anche di se stesso: linea guida di un'intera carriera, figurarsi di una sfida simile. Ha fatto trenta Daniele, con tanto di lode, proprio come al debutto nel 2003: anche allora una vittoria, col gol di Mancini di tacco. Stavolta ci ha pensato Lorenzo Pellegrini: esordio, magia e vittoria. Con loro Florenzi, vice del 16. Più su Totti. Se non è segno del destino, lo è di dna. Romano.