Orgoglio e dignità, dignità e orgoglio, ripeteva quello di "Ricomincio da tre" a un attonito Troisi. Ma qui le espressioni perplesse hanno ceduto il passo a quelle sconfortate. L'orgoglio sembra volato via da un pezzo. E i tre punti da cui ricominciare sono azzerati. In attesa di un domani che mai come oggi somiglia a ieri. Per ciclicità di eventi e senso d'ineluttabilità della sconfitta. Inaccettabili. L'una e l'altro. In quest'atmosfera da mesta smobilitazione, da sguardi vitrei e persi nel vuoto, da dichiarazioni prestampate e stantie, la domanda che aleggia è una: «E adesso?». Adesso c'è una caduta libera da frenare. A ogni costo. Preso coscienza che la Roma è in picchiata, l'urgenza è trovare il paracadute. Attutire l'entità del colpo. Dopo tutti quelli subiti in serie come fossero d'assestamento, esiste il serio rischio di assuefazione alla sofferenza. C'è quasi riuscita questa squadra, a far mollare gli ormeggi. È arrivata a un passo dall'inibizione di ogni difesa immunitaria, perfino dall'istigazione all'abbandono, almeno in certe frange più predisposte al tifo "social". Ce l'ha o forse ce l'aveva quasi fatta, perché in situazioni simili è facile smarrire anche la cognizione spazio-temporale. I suoi malanni, da quelli endemici agli stagionali, sono evidenti. Più gli effetti delle cause a dire il vero, ma conta poco perché le soluzioni non possono arrivare che dall'interno.

Visti dall'esterno, gli addebiti alla Roma attuale possono essere altri. In primis l'aver compromesso una stagione che avrebbe potuto e dovuto essere differente. Abbandonando però questa sorta di stato catatonico che l'ha avviluppata per (quasi) tutto il 2021. Un mood che ha dato implicitamente ragione a chi la collocava fra settimo e ottavo posto già a settembre scorso, preda di un campionato mediocre. Chi ha indovinato il pronostico anziché mostrare finto stupore, dovrebbe riconoscere ora che i risultati sono in linea con le aspettative. Non con le nostre, o di chiunque abbia pensato a valori differenti. Almeno sulla carta, mai come stavolta smentita dai fatti. L'altra colpa se possibile è anche più grave: la privazione di argomenti nei confronti di uno stuolo infinito di entità lontane anni luce da noi. Da Lei. Quelle che godono a vederla ridotta così. Tanto per fare l'esempio più vicino (e doloroso): il primo tempo di Manchester avrebbe dato diritto a una serie infinita di attenuanti. Completamente azzerate da quella ripresa scellerata. Andando a ritroso, le recriminazioni sugli episodi arbitrali "controversi" con Milan e Parma (quando era ancora possibile il sogno Champions) nel primo caso sono state indebolite da un approccio sconcertante, nel secondo annullate da una prestazione inguardabile.

Per ritrovare il minimo sindacale di dignità, resta ancora un piccolo ma sufficiente spazio: una gara decorosa con lo United, a prescindere dagli interpreti; un'altra testa nei restanti 4 turni di campionato; e soprattutto ferocia inedita nel penultimo di questi. Di scorte dovrebbero esserne rimaste in abbondanza, visto l'utilizzo. Soltanto allora la Roma potrà restituire un cenno di sorriso a chi la sostiene a dispetto delle delusioni e anche per questo lo meriterebbe. Poi ritorno al futuro. Lontano da questo assurdo presente. Chiaro. Forte.