Sono (ancora) i giorni di Totti perché è ormai vicina la presentazione del libro autobiografico scritto con Paolo Condò per Rizzoli (giovedì al Colosseo, nel giorno del suo compleanno) e nell'attesa escono qui e lì chicche sul tema, interviste e anticipazioni. L'orgoglio romanista sbandierato e rigenerato, in un momento in cui Roma si interroga su se stessa tra fuoco (amico) e fiamme, e almeno Daniele De Rossi prende per mano la squadra e prova, senza riuscirci, a portarla fuori dalle secche in cui s'è impantanata. Dopo la buona prova di Madrid (il migliore degli uomini in campo, secondo solo al portiere Olsen), domani a Bologna molto probabilmente toccherà ancora a lui indossare la fascia (stavolta quella abnorme e graficamente grossolana scelta dalla Lega) e scendere in campo dal primo minuto. Roma si interroga su se stessa, ma non mette in discussione i suoi profeti. Totti e De Rossi, De Rossi e Totti, in attesa che i loro "figli" (Florenzi e i due Pellegrini) si ritaglino lo spazio che la loro provenienza (geolocalizzazione, si direbbe oggi) richiede.

È di ieri peraltro anche il bel racconto che l'ex arbitro Pier Bergonzi, opinionista per un'emittente radiofonica, Tele Radio Stereo, ha regalato agli ascoltatori proprio in riferimento al rapporto che in attività ha avuto con i due re di Roma: «A Daniele sono legato per uno dei momenti più belli della mia carriera quando in occasione della partita con il Messina (19 marzo 2006) confessò di aver toccato la palla con la mano quando nessuno se n'era accorto e mi aiutò ad annullare un gol e quindi a rimediare a una possibile ingiustizia. In serata alla domenica sportiva era ospite anche il capo degli arbitri che fece i complimenti a tutti e la mia carriera decollò. Totti? Di lui invece non posso dimenticare l'atteggiamento generale, tendeva sempre a sdrammatizzare con le battute. E non dimentico un episodio: un giorno in un derby, ad inizio partita, Klose viene lanciato a rete e dopo un contatto con Stekelenburg crolla a terra. Era una classica situazione al limite da giudicare, ma io decisi per il rigore, con conseguente espulsione. Ci furono proteste, io chiesi anche a Klose che mi confermò di essere stato toccato. E quando lo dissi a Totti, lui si calmò: "Se te lo ha detto lui allora ok, Klose è uno serio". Apprezzai molto questo atteggiamento».

Materiale di cui andare orgogliosi, Roma che spinge all'estremo la sua romanità e la sua sportività, che poi è quasi intrinseca nel concetto. Roma che storicamente ha vinto poco, ma quel poco lo ha vinto bene, perché un gol irregolare è un gol attraverso cui non è bello vincere e un rigore che c'è è meglio che venga dato, anche se è contro.

Totti che quando giocava non ha mai avuto problemi a denunciare le oscure trame del palazzo calcistico - allora governato da Moggi - che solo il coraggio di giudici ed inquirenti poco sensibili al sistema ha saputo smontare. E chissà nel libro scritto con Condò come avrà deciso di trattare questo ed altri argomenti scivolosi che hanno riguardato la sua carriera. Intanto però cominciano ad uscire le anticipazioni. Ieri la Gazzetta ha diffuso in anteprima un brano tratto dal capitolo sull'infortunio che ha rischiato di pregiudicare la sua presenza al Mondiale del 2006 e sono state davvero gustose le parti relative al rapporto in quel periodo con i suoi due "mister", Lippi e Spalletti, l'uno, il primo, pronto a visitarlo la mattina dopo l'infortunio, appena operato, solo per rassicurarlo sul fatto che lo avrebbe aspettato per portarlo al Mondiale: «Francesco, sono venuto a dirti che tu verrai al Mondiale senza se e senza ma, perché per vincerlo ho bisogno di te, anche al trenta per cento. Mi servi, ci servi. Non pensare negativo nemmeno per un istante, e fidati della tua capacità di recupero. Sarà un lavoro duro, certo, però io lo vivrò accanto a te».

Poi Francesco/Condò raccontano nel libro che di sera, intorno alle 11, si presentò in clinica Spalletti, con un cavalletto che montò davanti ai suoi occhi e dei grossi fogli bianchi: «Adesso, caro Francesco, disegniamo la Roma del prossimo anno. Ti scrivo le varie opzioni, poi studiamo assieme i pro e i contro di ogni giocatore». Poi Totti spiega il suo stupore: «Per quattro notti Spalletti arriva alle undici e se ne va alle tre del mattino, notti lunghissime nelle quali il mister mi concede grande confidenza e, attraverso il gioco del mercato, mi fa restare con la testa ben dentro alla Roma in un momento nel quale si sarebbe potuta creare una certa distanza anche perché fino a ad agosto di giocare per il club non se ne parla. Ho il ricordo di una grande unione fra noi, in quei momenti, persino di affetto, e anni dopo la cosa accentuerà la mia incapacità di comprendere il suo comportamento. Ma c'è stato un momento in cui con me Spalletti è stato straordinario ed è giusto rendergliene atto».