Se un marziano capitasse oggi da queste parti, avrebbe serie difficoltà a districarsi fra la due realtà che marchiano il momento romanista. Le pettorine con le stellette della Champions, la famosa musichetta che si fa strada (se non nelle orecchie, nell'immaginario), la conferenza al Bernabeu. Aria da grandi. Non solo perché in Spagna. E non solo perché al cospetto di quelli che più grandi di tutti lo sono davvero, storicamente come attualmente, albo d'oro alla mano.
Atmosfera importante perché colossale è quel torneo che ha (ri)fatto grande anche la Roma. Mica (soltanto) 34 primavere fa. Anche l'anno scorso. O meglio, pochi mesi fa. Un battito di ciglia, calcisticamente parlando. Allora che ci fa lì la squadra che in queste prime quattro partite ci ha fatto passare dallo stupore all'incazzatura alla mortificazione, per finire con la depressione? Il marziano di prima sarebbe già in preda allo smarrimento. Ai confini della realtà.

Come nella celebre serie di fantascienza l'incontro con l'ignoto faceva diventare credibile anche l'impossibile, così oggi chi segue la Roma incrocia eventi che sembrano lontani anni luce perfino dalle aspettative, oltre che dalle speranze. Cercando di darsi una spiegazione razionale proprio alla vigilia del faccia a faccia con gli extraterrestri. Quelli veri, vestiti di bianco e armati di una serie infinita di coppe e di campioni che soltanto a pensarci viene il mal di testa.
Eppure non dovrebbe esserci alcun timore reverenziale, con la testa giusta. Non dopo aver eliminato Chelsea, Atletico Madrid, Shakhtar; non dopo aver ribaltato il Barcellona; non dopo aver fatto tremare il Liverpool e gonfiare il petto d'orgoglio a tutto un popolo. Ritrovato, unito, anche grazie a quell'entusiasmante cavalcata. E ancora entusiasta e colorato e rumoroso come solo questo popolo sa essere perfino dopo le prime indigestioni di delusione - pensa - addirittura in una settembrina mattina bollente contro una squadra che in classifica ha ancora oggi, nonostante il regalo a tinte gialle e rosse, un numero negativo accanto.

Anche se a dirla tutta quello della Roma è positivo esclusivamente per questioni algebriche. Non potrebbe essere altrimenti dopo quattro partite giocate per metà. Dalle quali mica per caso sono arrivati la metà dei punti che sarebbe stato lecito attendersi, anche evitando voli pindarici. A metà della classifica, sotto squadre che valgono molte metà in meno (tecnicamente come finanziariamente) e altre piacevoli nemmeno da pronunciare. Tutto finora è valso la metà.
Motivo per cui questo gruppo è chiamato fin da subito a raddoppiare (quantomeno): sforzi e forza, concentrazione e volontà, punti e punteggi. A risorgere dalle proprie ceneri. Felice più che fenice. Ad attraversare il confine della realtà fuori confine e a riportare il proprio destino in quella che più le compete. Deve farlo su un campo che un tempo sarebbe stato proibitivo, almeno prima di violarlo due volte. Ma che anche in questo tempo sembra tornato più che proibitivo, proibito. Facendo travalicare il paradosso nell'iperbole: proprio quando ci siamo riappropriati di un ampio respiro europeo, della grandezza di un nome che è internazionale per definizione, arriviamo nella tana dei padroni del continente accompagnati dallo sconforto. Ma proprio quando lo scoramento appare ineluttabile, la Roma è capace di sorprendere. Anche i marziani.