Loro di Roma stanno portando il nome ai vertici del calcio europeo: squadra e tecnico, uniti verso un obiettivo storico e insperato. L'oro della Roma porta ancora il nome di Edin Dzeko, bomber, trascinatore, firma d'autore con straordinaria puntualità nelle partite che schiudono le porte della leggenda. I suoi gol hanno significato due semifinali in tre anni, impresa riuscita a sole sette squadre nello stesso periodo: Bayern, Psg, Liverpool, Chelsea, Manchester, Arsenal, Real. Ovvero il gotha del calcio continentale, veri e propri colossi anche dal punto di vista finanziario. Oltre a loro c'è però la Roma, troppo spesso descritta quasi come una squadra allo sbando. Narrazione ai confini dell'antinomia con la realtà, come anche il ranking Uefa certifica.

Nei resoconti un ruolo di rilievo è sempre necessariamente occupato dal centravanti bosniaco, che di questo club è diventato simbolo a suon di reti a valanga (con quella all'Ajax è arrivato a quota 117 in giallorosso). A lui sono state addebitate di frequente anche responsabilità che travalicavano gli eventuali demeriti, ogni volta che le cose non andavano come sarebbe stato lecito attendersi. Onori e oneri delle figure iconiche. Dzeko ha incassato, senza mai sottrarsi alle proprie incombenze, anche dopo essere stato degradato in seguito al dissidio con Fonseca. «Per me la fascia da capitano della Roma è un onore, ma io gioco per la squadra, non per la fascia - ha detto al termine del match di giovedì - Certe cose sono state difficili da accettare, ma la cosa più importante è la Roma. Non la fascia, né io, né nessun altro». Parole da romanista. Parole da leader, ben oltre la designazione da capitano.

E da leader si è caricato la squadra sulle spalle nelle due sfide toste che sono valse l'accesso alle semifinali. Tanto da meritarsi un posto nella top 11 della settimana di Europa League. Non soltanto per la rete, che pure ha restituito tranquillità in un momento in cui la qualificazione appariva pericolosamente in bilico; ma anche per il suo sempre più consolidato ruolo alla "Mister Wolf" di tarantiniana memoria, colui che risolve problemi. Palla alta o a terra, in situazioni di difficoltà è lui il totem cui rivolgersi. Ha cominciato da tempo anche a vestirsi da regista offensivo, dopo la scorpacciata di gol nella gestione spallettiana.

Ma a fare centro non ha certo rinunciato e nei quarti ha centrato un altro traguardo, l'ennesimo di una carriera scintillante: la trentesima rete europea da romanista lo colloca con Shevchenko, Pippo Inzaghi e Del Piero nella ristretta cerchia dei giocatori che hanno toccato il fatidico traguardo con una sola maglia. Champions o Europa League, fa poca differenza: Edin ha diviso esattamente a metà fra i due tornei il suo invidiabile score di coppa. Tre anni fa ha impresso il proprio marchio su quel fantastico cammino a partire dal girone (gol a Baku, doppietta di strepitosa fattura a Stamford Bridge), per poi timbrare con regolarità nei confronti a eliminazione diretta, compreso il penultimo atto della coppa col Liverpool, andata e ritorno. Adesso alla Roma toccherà un'altra inglese, che per Dzeko è sinonimo di derby. Anche se allo United - sua terza vittima prediletta in carriera con 7 centri in 9 incroci - ha iniziato a segnare quando era ancora al Wolfsburg. Ma è con la maglia del City che vanta due epiche doppiette in altrettante vittorie memorabili a Old Trafford, per 6-1 e 3-0. Fra avversario e posta in palio, l'uomo d'oro della Roma ha cominciato a scaldare i motori.