L'intervista con Damiano Tommasi - ex presidente dei calciatori italiani, ex calciatore, ex campione d'Italia con la Roma, neoscrittore, ma soprattutto uomo sereno e compiuto che prima o poi rivedremo di sicuro in qualche club, e speriamo che sia quello giusto - è come una seduta dallo psicologo. Ci si immerge nel suo mondo, virtualmente sdraiati su un lettino, e le risposte offrono sempre spunti di ulteriori riflessioni, che chiamano nuove domande, che stimolano nuovi pensieri, senza capire chi sta intervistando chi. E alla fine ci si ritrova in uno stato di condivisa serenità, sdraiati sulla superficie di una sorta di liquido amniotico, a guardare verso il cielo, ora davvero sereno, finalmente sgombro di nuvole, ma con una sola, grave incombenza: quella di riordinare tutte le chiacchiere senza tradire la sequenza e il senso degli argomenti trattati sintetizzando nella maniera più corretta possibile i suoi pensieri. Difficile. Di sicuro siamo partiti dalla domanda più banale.

Vista la Nazionale l'altra sera? Segui ancora il calcio?
«Certo che seguo. La Nazionale, la Roma, l'Hellas, il Levante, le mie squadre. E a Roma come va?».

Bene, grazie. E avremo modo di parlarne di Roma e della Roma, Intanto però raccontaci di te. Il campionato di seconda categoria è fermo, no? Il tuo Sant'Anna non gioca. E tu che fai?
«Ho iniziato a giocare a tamburello. Curiosamente è considerato uno sport di contatto, ma per "interesse nazionale" possiamo giocare».

Perché curiosamente?
«Perché si gioca in 5 contro 5 su un campo grande come uno da calcio e non ci si sfiora mai. Il padel invece non è uno sport di contatto: ma si sta in quattro in pochi metri quadrati. Non capisco, ma vabbè».

Da qualche parte è uscito che avresti potuto diventare presidente federale del Tamburello.
«Per noi è una tradizione di famiglia. Me l'avevano chiesto, ma avrei accettato solo se non si fosse ricandidato il presidente. Invece si è ricandidato ed era giusto che venisse confermato».

E il calcio?
«Ora più spettatore che praticante. Sono ancora nel board della Fifpro, l'associazione calciatori mondiali. Mi manca giocare col Sant'Anna».

E la tua scuola come procede? L'ultima volta che ci eravamo sentiti stavi portando avanti il corso di Scienze della Formazione Primaria.
«Proseguo, anche oggi ho fatto lezioni di laboratorio. Sto recuperando un po' di esami che non avevo fatto. Mi devo dividere tra la sede di Padova e quella nuova di Verona, in base al piano di studi che purtroppo è diverso. Io sono un anno fuori corso, ma prima o poi riuscirò a laurearmi. Ho già la responsabilità legale della scuola, da laureato potrò fare anche ufficialmente il dirigente scolastico».

Conosciamo la tua determinazione... Della scuola e del vostro piano di studi di ispirazione internazionale parlammo nell'ultima intervista. Come procedono le cose?
«Il prossimo anno avremo 350 tra ragazze e ragazzi».

Bella responsabilità. È previsto anche lo sport?
«Diciamo che la mia presenza a volte diventa un ostacolo perché magari la gente si aspetta una cosa diversa. Non facciamo calcio, siamo una scuola. Ma già dal nido e dall'infanzia facciamo attività motoria strutturata, equilibrio, giocoleria. Stiamo facendo uno studio anche sui bambini della primaria che sono stati da noi rispetto ad altre scuole per verificare che tipo di differenze possano esserci dal punto di vista dell'educazione motoria. Lo sport è benessere, ma se uno si approccia allo sport solo sperando di diventare un campione rischia di farsi solo male».

Hai sottolineato di nuovo l'ingombrante presenza del personaggio Tommasi nella quotidiana di Damiano. Anche all'Aic fu così, se non sbaglio.
«Nella zona non sono in tanti ad aver giocato in nazionale e ad aver fatto la mia carriera, è quasi inevitabile. Ma dopo un po' sono io stesso a riportare tutti con i piedi per terra».

Però hai un vantaggio pubblicitario. La gente si fida di te.
«Ma io sono stato un calciatore, non un educatore. Anche se il fatto di avere sei figli mi aiuta... In realtà la pubblicità vera la garantisce mia moglie. Il motore vero è lei. La scuola la fanno le persone, non i cartelloni pubblicitari».

Torniamo al calcio. Non è un momento facile.
«Anche il calcio è in fase di assembramento. Partite e date e impegni che si rincorrono. Mancano i tempi distesi. I motivi li conosciamo, la necessità di fare profitto impedisce di rinunciare alle competizioni».

In Italia, ha scritto la Gazzetta riportando i dati di uno studio, c'è il record di infortunati quest'anno. Il confronto con altri paesi è preoccupante.
«E non è ancora finita. Perché non ci sono pause, poi ci saranno gli Europei poi il calendario che porta al Mondiale d'inverno del 2022. Si gioca troppo, si perde interesse. Ma l'alternativa non c'è, se non rivedere i calendari internazioni e rinunciare al profitto».

E in tutto questo l'Italia deve dare garanzia entro il 7 aprile di poter ospitare le gare degli Europei a giugno con almeno il 30% del pubblico. Come farà?
«Ma io non capisco come l'Uefa possa pretendere una garanzia del genere in questo momento».

E secondo te come si può ritrovare l'equilibrio finanziario in un calcio ormai così sbilanciato verso il baratro?
«Confido nella riforma del neo-rieletto presidente Gravina. Ha davanti un quadriennio per portare avanti una riforma che deve essere sui numeri, sui controlli finanziari. Dal punto di vista personale sono anche molto sorpreso di come non si trovino le soluzioni per permettere alle società che lo vogliono fare di costruire uno stadio. Certi ritardi sono intollerabili. E anche le società che non hanno saputo investire nelle strutture hanno sbagliato. In più resta assurdo lo scalino di ricavi tra una competizione e un'altra o tra serie A, B e C. Bloccano tutti gli investimenti perché non si hanno certezze di ritorni».

Un quadro poco rassicurante.
«Beh, diciamo che c'è anche qualcosa che mi lascia qualche speranza. Finalmente le parole abolizione e vincolo sono inserite nella stessa frase. Da genitore prima che da sportivo e dirigente sono convinto che sia una grande conquista verso uno sport che possa diventare "diverso"...».

Torniamo sul campo. Non hai mai pensato di allenare?
«Intanto per allenare devi smettere di giocare e io non ne ho alcuna intenzione. La domenica ho da fare».

Giusto. Ma che tipo di allenatore saresti?
«Non sarei un grande allenatore».

Ma saresti più per un calcio vecchia scuola italiana "risultatista" o ti piacerebbe vedere la tua squadra giocare a pallone?
«Come diceva Zeman la strada più breve per arrivare alla vittoria è giocare bene. Anche se non ho mai capito che cosa significhi giocare bene. Diciamo che ho sperimentato sulla mia pelle che fuori dall'Italia hanno una percezione diversa dalla nostra. Da noi se vinci con una sola azione in contropiede ti esaltano per la concretezza e l'efficacia. Altrove è quasi un dramma».
Forse qualcosa sta cambiando anche da noi. Ci sono tanti allenatori che propongono un calcio "giochista".
«Sì, è vero. La mentalità sta cambiando. C'è una visione più europeista, diciamo così. È un bene. Tutti gli allenatori studiano molto più di prima».

A proposito di allenatori. Hai letto la lettera di Prandelli?
«Sì».

Che effetto ti ha fatto? In qualche modo anche tu non ti sentivi a tuo agio in questo calcio?
«Ma io non sono uscito dal calcio e non voglio uscirne, anzi, forse sono più sereno oggi rispetto a qualche mese fa. Diciamo che è tutto più compresso, più veloce, più stancante. E torniamo al discorso di prima. Prandelli ha fatto tanto per questo mondo e non è neanche giusto che ciò che ha fatto venga commentato. Mi sembra una decisione lineare e responsabile. In tutti noi c'è una tensione latente per il momento che stiamo vivendo e a volte il peso può essere complicato da portare».

Stai seguendo la serie su Totti?
«Sì, con i miei figli che mi riempiono di domande. Mi fa strano vederlo. È spiazzante, è un po' romanzata. Forse è troppo presto per vedere la storia raccontata in tv. Tra vent'anni avrebbe fatto un senso diverso. La storia con Spalletti è forse l'unico grande scontro che Francesco ha avuto nella sua carriera, forse era persino inevitabile che dal punto di vista cinematografico scegliessero quello».

Invece con Eusebio Di Francesco dopo l'esonero hai parlato?
«Sì, certo. Mi è spiaciuto tanto, avevo davvero apprezzato la mossa di Giulini di rinnovargli il contratto nel momento complicato. Eusebio ha le carte in regola per fare molto bene. L'ho sentito dispiaciuto, ma è già pronto a tornare».

Daniele De Rossi invece sta cominciando adesso.
«Sicuramente sarà un allenatore efficace, ma l'efficacia non basta, dovrà farsi le ossa, avere vicino persone positive, competenti, di supporto. Ho parlato con lui quando è tornato con l'Argentina».

Gli consiglieresti di fare prima un po' di esperienza su panchine più leggere o di cominciare da una grande, tipo Pirlo?
«Ma a certe proposte come fai a dire di no? A qualsiasi livello ti poni, quando fai l'allenatore le dinamiche sono le stesse. E Daniele non è uno a cui bisogna dare consigli».

Non ti piacerebbe lavorare con lui un giorno?
«È come se mi avessero chiesto di giocare con Maradona. Certo, ma mi accontenterei anche di uscire per bere una birra».

Dei Friedkin che ne pensi? Qualcuno sussurra che ci sia stato pure un contatto con te.
«Nessun contatto. Ho parlato una volta di loro con Guido Fienga, ma ci eravamo sentiti per altre cose, non per parlare del mio futuro».

Che impressione ne hai tratto?
«Dei Friedkin? Da quello che ho capito vogliono fare le cose sul serio».

Di proposte dal mondo del calcio ne hai ricevute?
«Sì, ma non tali da intrigarmi e da indurmi ad accettarle. Ma una in realtà l'ho accettata. Finalmente una proposta interessante...».

Boom. Spara.
«Dall'editore Gribaudo per Feltrinelli: mi hanno chiesto di raccontare 50 campioni della Roma, un po' come ha fatto anche Demetrio Albertini per il Milan. E ho accettato. Scrivendo di mio pugno 50 ritratti».

Tommasi racconta la Roma. Bello. Aneddoti inediti?
«Certo, cose che non avevo mai raccontato, qualcuna presa dal rapporto personale, altre sono semplicemente il mio punto di vista. Esce a fine aprile, se non sbaglio».

Controlliamo... Sì, in uscita il 29 aprile. Ci regali uno spoiler?
«Diciamo che quando parlo di Cassano ho ricordato una cosa che gli avevo detto giocando con lui. Antonio mi diceva che ero scarso e che lui invece era decisivo anche contro le grandi squadre. Dopo il famoso Roma-Juventus 4-0 in cui fece la doppietta, gli dissi che quello era anche il suo limite. Perché uno come lui doveva far la differenza sempre. E infatti la partita dopo andammo ad Ancona e pareggiammo 0-0, contro una squadra già retrocessa. Gliel'ho ricordato recentemente».

Vi sentite?
«Quando dice stupidaggini da Vieri gli scrivo. E infatti questa cosa di Ancona l'ha ridetta proprio lì. La realtà è che aveva ragione Baldini: "L'errore più grande che si fa con Cassano è volerlo cambiare"».

Grazie Damiano. C'è una cosa che non ti ho chiesto?
«Sì, di quello che è accaduto a Schwazer e Donati. Voglio che resti agli atti che sono completamente dalla loro parte. Tifo per loro».

È agli atti.