Serve davvero uno bravo per capire la Roma. Anche Fonseca è sembrato spaesato nell'individuare il problema della sua squadra che, da quando è arrivato, continua ad avere una costante. Nell'incostanza. Quando è chiamata a fare il salto di qualità troppo spesso, per non dire sempre, la Roma fallisce. «Ansia da prestazione», ha detto l'allenatore, ma senza spiegarsi in definitiva l'esatta causa. Qualcuno vede problemi tattici, qualcuno tecnici, altri psicologici. «È una serie di concause - spiega Gianluca Panella, psicologo dello sport - che sarebbe semplicistico ridurre ad un colpevole, come spesso richiede la "piazza". Già che il tecnico della Roma parli in termini tecnici di "ansia da prestazione" è un passo avanti perché apre a una tematica a me molto cara, che possiamo ricondurre al modo in cui in una squadra di calcio si comunica, o meglio, non si comunica».

E non è un trabocchetto: «A me sembra che nella Roma ci siano difficoltà di percezione da parte del gruppo di alcuni principi. Anche nella preparazione delle partite. È vero che spesso si ha poco tempo per preparare partite di alto livello, ma se prendiamo le dichiarazioni del capitano, Lorenzo Pellegrini, alla fine della partita contro il Napoli, è come se i messaggi dell'allenatore non arrivino sempre a destinazione». Fonseca aveva parlato di una mancanza di atteggiamento da parte dei giocatori, che secondo Pellegrini invece non sarebbe mancato, e ancora Lorenzo aveva parlato di come la partita era stata preparata per «non andare a pressare alti, anche se stare leggermente più bassi non significa essere passivi», mentre Fonseca aveva chiaramente parlato di mancanza di coraggio (che in diverse partite, invece, con il pressing alto, la Roma ha mostrato eccome): «In questo senso mi sento di condividere appieno le parole di Allegri a Sky. Questi problemi, soprattutto di comprensione, non li puoi curare a marzo. A me sembra ci sia poca partecipazione, comunicazione: prendiamo ad esempio la lite finale tra Mancini e Osimhen. Solo Cristante, che si trova là vicino, va a difendere il compagno. Koulibaly parte dalla sua area di rigore per andare a vedere che succede, per non citare i quattro o cinque giocatori del Napoli che subito arrivano a fare capannello. Sia chiaro, non si deve litigare in campo, ma neanche essere anaffettivi o troppo passivi in momenti agitati della partita».

Come talvolta è apparsa la squadra anche davanti a certe ingiustizie subite (alias proteste contro gli arbitri). Il carattere, però, il coraggio, certi giocatori - quelli più esperti in particolar modo - dovrebbero trovarlo dentro di sé: «Alla Roma di fatto mancano dei leader. Ci sono tanti giocatori giovani che talvolta nel calcio moderno, o meglio nella nostra società attuale, sono un po' distolti dalle emozioni e dalle comunicazioni. Basti pensare all'isolamento da cuffie sui pullman che arrivano al campo, oltre che al mood dell'apparenza dei social network. L'esperienza serve. È chiaro che Pedro dovrebbe avere quel bagaglio, lo stesso vale per Mkhitaryan, Smalling o Dzeko». Il bosniaco però è stato protagonista di un caso eclatante, che ha tolto molto al giocatore e anche qualcosa al gruppo: «Anche più di qualcosa. Lui è uno dei giocatori più rappresentativi. Per me nella questione Dzeko la decisione dell'allenatore, con l'avallo della società, è stata estrema. L'equilibrio è una dote se attuato anche nelle situazioni più spinose: io sarei stato favorevole a una gradualità nel risolvere il problema. Dzeko è stato tenuto fuori e gli è stata tolta la fascia da capitano. Agire così con un calciatore di quel calibro, che ha una carriera alle spalle e una sua caratterialità, può significare perderlo, tralasciando che è stato sul punto di andare via tre volte negli ultimi anni e si era sempre ripreso bene. La motivazione nello sport è fondamentale per il rendimento e i primi minuti della gara con il Napoli di Dzeko, e a onor del vero di tutta la squadra, rappresentano l'essenza della Roma. Si vede dalla prima palla mal appoggiata a Ibanez all'indietro dopo il lancio di Cristante».

Santo cielo, verrebbe da dire, ma è così difficile in un calcio milionario e "multistaff" ipotizzare la presenza di "uno bravo"? «Sono di parte, ma aprire un percorso psicologico in una squadra di calcio è tutt'altro che fuori dal mondo. La Juventus, ad esempio, anche in questo è avanti. "Allenare" le emozioni è fondamentale. Diciamo anche che si parla di mentalità nella Roma da moltissimo tempo. Gli stessi problemi di Fonseca li ha avuti Di Francesco (che a Cagliari si è anche avvalso per volere di Giulini di uno psicologo dello sport, ndr). Ora, è chiaro che quando parliamo di mancanza di leaderismo, parliamo anche se non soprattutto dell'allenatore, che a sua volta dovrebbe essere aiutato, ma in maniera strutturale e non occasionale».