Un altro passo in avanti. Questa volta in Europa. Un dolce tuffo nel passato, un'altra ex squadra piegata, dopo il Braga. La travolgente vittoria di giovedì scorso contro lo Shakhtar rimette in primo piano la figura di Paulo Fonseca. Non soltanto per la sua capacità di indovinare ogni mossa tattica utile a ridimensionare le velleità ucraine, quanto per la riaffermazione di una leadership sempre più evidente. E nella Roma che da qualche settimana sembra aver innestato un'altra marcia (appena 4 reti subite nelle ultime otto partite, a fronte di 16 nelle precedenti sette certificano una netta inversione di tendenza), l'impronta del tecnico è lampante. La squadra è propositiva contro qualsiasi avversario, non rinuncia mai a imporre il proprio credo a prescindere dagli interpreti, bypassando con eleganza su assenze e sviste arbitrali. Ma senza per questo estraniarsi dalla lotta, quando il match lo richiede.

Due qualità che probabilmente Fonseca ha tratto dalle sue principali fonti d'ispirazione, come rivelato ai microfoni di Dazn, in un'intervista concessa all'ex romanista Federico Balzaretti. «Io ho avuto Jean-Paul, una persona che ha fatto crescere la mia passione per l'allenamento. Da quando ho iniziato il mio riferimento principale è Guardiola. Sono anche cresciuto con Mourinho, che ha cambiato il modo di allenare, la leadership nel calcio. A Roma dobbiamo giocare sempre per vincere. Dobbiamo avere sempre questa ambizione. La leadership per me è fondamentale, sono sempre molto diretto con i miei giocatori. A volte per il giocatore non è facile accettare la mia verità. Ma penso sia meglio essere chiari». Un modo di essere che anche i giocatori dal curriculum lussuoso hanno dovuto imparare. Prima Dzeko, poi Pedro, ripreso proprio durante l'ultimo match di Europa League e subito dopo sostituito: «Le regole sono uguali per tutti. Ci sono ovviamente diverse personalità e diversi modi di agire. Io so che se urlo con Mancini è il miglior modo per spronarlo. Ma con Spinazzola devo fare diversamente. Poi ho giocatori a cui non ho bisogno di dire nulla. Il feedback positivo per loro è quando li faccio giocare e sentono la mia fiducia».

Il portoghese ribadisce il concetto anche parlando di capacità manageriali a Forbes: «Per essere un buon manager è fondamentale essere vero, onesto, entusiasta, oltre a essere un grande motivatore. Per dirigere un gruppo di lavoro serve anche una grande capacità di adattamento. Capita spesso che ci possano essere dei momenti delicati, ogni volta bisogna decidere in base alla situazione specifica, non c'è una regola assoluta. L'importante è affrontare le situazioni difficili e prendere decisioni tenendo sempre in considerazione in primis l'interesse della squadra». E il gruppo lo sta ripagando: è palese la crescita di diversi calciatori dall'avvento del portoghese a Trigoria. «Credo che la squadra ora sia più equilibrata anche nelle emozioni. A me piace che abbia sempre l'iniziativa, quando sono arrivato ero ossessionato dal possesso palla. Adesso per noi sono molto più importanti i momenti di transizione. Per me è il miglior modo di difendere. Mi piace la sensazione di avere il controllo, di creare stress nell'altra squadra lasciandola senza palla. Ma qui in Italia non è facile come in altri campionati. Deve esserci un equilibrio tra il cercare spazio profondo e spazio in appoggio. E anche per noi è difficile. Anche perché io non codifico. Sono i giocatori che devono capire dov'è lo spazio». E Fonseca punta solo su chi è in grado di seguirne i dettami: «Non hanno mai scelto un giocatore senza la mia opinione. Io cerco il giocatore funzionale alla squadra». Il gruppo prima del singolo. Sarà per questo che la Roma sta assumendo sempre più le sembianze del proprio allenatore.