Da punto interrogativo a punto forte a punto fermo. La parabola di Kostas Manolas nell'arco di soli dodici mesi la dice lunga su quanto le indicazioni estive possano essere non soltanto cambiate, ma capovolte nel giro di poco tempo. La scorsa estate il greco è stato a un passo dalla cessione. Destinazione Zenit, trattativa quasi portata a termine con soddisfazione di tutte le parti in causa, e proprio quando le penne erano pronte a firmare i contratti tutto saltato. Capita, in quella pazza fase del calcio che è il mercato. E quando succede che un affare salti alla fine, spesso sovverte le storie personali.

A Manolas è accaduto. Dal suo arrivo nella Capitale nell'estate del 2014 è sempre stato una colonna portante del reparto arretrato, ma lo scorso anno la sua consacrazione è stata totale. Abbandonati quegli atteggiamenti che segnalavano una soglia del dolore piuttosto bassa - e stridevano tanto col suo fisico portentoso, quanto con la durezza espressa in marcatura - il rendimento di Kostas è cresciuto progressivamente. Fino a quella rete epica con il Barcellona, che lo ha consegnato definitivamente ai cuori romanisti. Portando in contemporanea il suo, di cuore, in orbita giallorossa.

Tanto da annunciare fin dai primi chiacchiericci estivi che lo tiravano in ballo suo malgrado, che non avrebbe fatto valere la clausola rescissoria sul suo contratto. Fiducia ricambiata da parte della società, che una volta scaduta la finestra della clausola, ha avuto la forza e la voglia di rifiutare una ricca offerta del Manchester United, poco più di una settimana fa. Rilanciando una corrispondenza di amorosi sensi che a questo punto è totale.

Il suo futuro è ancora a Roma. E comincia da un presente che lo propone in un ruolo che più centrale non si potrebbe. In campo, certo. Ma anche in senso lato: le chiavi della difesa gli sono state affidate da Di Francesco con reciproca soddisfazione. È lui il pilastro che sostiene la costruzione difensiva. Quella che nell'ultima stagione ha costituito il settore più continuo della squadra (sovvertendo i pronostici all'arrivo del nuovo tecnico), con soli 28 gol subiti in campionato e un cammino casalingo in Champions a rete inviolata fino alle semifinali. Anche se la preparazione che volge al termine e soprattutto la tournée americana con le sue amichevoli di lusso hanno mostrato qualche scricchiolio di troppo.

Nuovo ma non troppo

Eppure la linea che sembra essere - almeno al momento - quella titolare, riparte dalla conferma in blocco del reparto: Florenzi, Manolas, Fazio e Kolarov. Oltre a Jesus, che si è dimostrato un'alternativa più che affidabile. L'argentino e il serbo si sono aggregati al gruppo soltanto in un secondo momento per gli impegni ai Mondiali russi e per loro il ritardo di condizione è fisiologico. I veri cambi di rilievo sono in porta, dove Olsen raccoglie la non facile eredità di Alisson. Lo svedese ha però mostrato subito di potersi integrare senza particolari scompensi: la padronanza delle parole chiave per comandare il reparto, acquisita dopo pochi giorni di ritiro (per uno che non conosce ancora l'italiano) è sintomo evidente di buona volontà e serietà. Le manone di Robin non sono però le sole nuove ad essere affidate alla cura-Savorani. Alle sue spalle Monchi ha puntato su Mirante - che di esperienza ne ha da vendere - e su Fuzato, giovane brasiliano poco noto al grande pubblico ma che ha ben impressionato fin dal suo arrivo a Trigoria.

Le novità però non finiscono tra i pali. La difesa è stata arricchita dagli arrivi di Marcano, Santon e Bianda. Il primo è considerato l'alter ego di Fazio: per corporatura; esperienza internazionale con i tanti anni trascorsi fra Olympiacos e Porto; piede più che educato (anche se nel suo caso quello prediletto è il mancino) che gli permette di impostare l'azione da dietro e fungere da primo regista della squadra; senso della posizione; e tranquillità nella giocata, che lo rende un ancoraggio sicuro per il compagno in difficoltà. In assenza del Comandante, è stato lui il centrale di manovra al quale Di Francesco si è affidato, venendo ripagato da una qualità che sembra aver convinto, al di là di qualche estemporanea defaillance durante l'International Champions Cup negli Usa.

Per Bianda l'investimento è stato di quelli importanti, considerata l'età (è un classe 2000): sei milioni più cinque, fra parte fissa e variabile, per un ragazzo sul quale tutti gli osservatori prevedono un futuro luminoso. Mentre Santon è arrivato nell'ambito dell'affare che ha portato anche Zaniolo con Nainggolan in direzione opposta. Accolto da qualche scetticismo, è stato lo stesso Monchi a prenderlo fin dall'arrivo sotto la sua ala protettrice, dando a tutti un segnale forte: la Roma è pronta a scommettere sul suo ritorno ad alti livelli.

Chi ha tutto per tornarci, dopo una stagione in chiaroscuro dovuta anche ai postumi del grave infortunio, è Alessandro Florenzi, forte di un rinnovo di contratto a lungo sospirato e da poco ottenuto. Con lui, gli altri due reduci da lunghi stop: il promettentissimo prodotto del vivaio Luca Pellegrini e soprattutto Karsdorp. L'olandese era stato uno dei gioielli del primo mercato di Monchi, prima di essere fermato dalla sfortuna. Ma adesso è finalmente arrivato il suo momento.