Lui i suoi test vuole sfruttarli fino all'ultimo minuto. Tanto ormai s'è capito, quest'anno Eusebio Di Francesco non vuole lasciare niente d'intentato. Sì, è così sempre ed è così per tutti, soprattutto d'estate. Ma lui stavolta ha un vantaggio: la conoscenza. E l'ha messa a frutto intuendo in quale direzione lavorare da subito: sull'intensità degli allenamenti. Oggi non si scherza, non si ride, non vola una mosca, e se qualcuno abbassa la tensione arrivano anche le urla di Strootman, di Kolarov, di De Rossi, di Florenzi: «È fondamentale - ha detto nel corso di una delle divertenti interviste di Simone Conte su Roma Tv - che si sia raggiunta la giusta alchimia con la squadra. Senza, sarebbe difficile portare avanti queste cose». L'anno scorso Difra è piombato come un marziano sulle ceneri della squadra sedotta e abbandonata da Spalletti e ci ha messo tre mesi solo per far capire che sbagliava chi si ostinava a giudicarlo inadatto per via di quelle lenti troppo spesse. E magari qualcuno dubitava di lui anche nella squadra o in società. Non Monchi, però, che è sempre sembrato il più convinto. Forse perché a differenza di molti tifosi, quasi tutti i calciatori e persino diversi dirigenti, il ds per mestiere le partite deve vederle e quello che aveva fatto l'ex romanista con il Sassuolo non poteva passare inosservato anche a occhi normalmente allenati, figurarsi ad un talent scout come lui.

Dunque, oggi tutti sanno che Di Francesco se vuole si incarta anche il Barcellona e lo rispedisce in Catalogna senza neanche pagare il francobollo. Ma, di più, lo hanno capito anche i calciatori e persino gli altri dirigenti. Ed è tutto più facile, così. Perché mentre corri sempre in avanti, mentre vai a pressare fino sulla bandierina avversaria, mentre alzi quella linea difensiva fino sulla mediana di centrocampo, non lo fai più con quello scetticismo che ti portava a volte a fare due passi indietro piuttosto che uno in avanti. E chi vede a bordo campo sorride compiaciuto del nuovo livello di autoconsapevolezza. Adesso sono tutti convinti: i vecchi, ed è normale, ma anche i nuovi, che Roma-Barcellona l'hanno vista da lontano e se ne sono ubriacati, e hanno capito anche loro che davvero un altro calcio è possibile: «Ma bisogna avere anche fortuna. E comunque si sbaglia: io ad esempio - ha chiuso Di Francesco - ho sbagliato sicuramente qualcosa nella preparazione della partita di Liverpool, ma non a livello tecnico o tattico, ma magari motivazionale. Di sicuro abbiamo dati tutti il massimo e, anzi, mi porto anche un rimpianto. Perché la gara di ritorno poteva andare in maniera diversa e anche in quei dieci minuti finali potevamo raggiungere il sogno della finale, loro ormai erano allo sbando. Pazienza». In ogni caso, da lì si riparte e l'utopia del 433 così smaccatamente offensivo ha ripreso colore, sostanza e carne negli ultimi 30 giorni di esercitazioni ossessive. Ora Kluivert quando va a dormire non sogna più i mulini di casa, ma il rientro sotto la punta, lo scarico per la mezzala, il taglio largo dietro l'ultimo difendente o nello spazio che tra centrale e terzino. Gli altri affideranno tutto a Ronaldo, ma i conti si fanno alla fine, dice Monchi, che Modric lo lascia (malvolentieri, sia chiaro) agli altri e cerca profili sconosciuti ai più, che per rima viene bene Samassekou.

In tutto questo, per l'appunto, il campo adesso mette di fronte i più forti d'Europa del Real Madrid che scemi non sono e pur avendo la forza di trattenere chiunque dentro casa loro, Cr7 lo hanno lasciato andare e in cambio si sono presi un signore timido e cortese, l'ex ct Lopetegui, che sta portando un vento nuovo a Madrid, puntato pensa un po' sul gioco, e da quelle parti era dai tempi di Sacchi che non sentivano certi impulsi. Chissà come andrà, intanto è un banco attendibile per la Roma che chiuderà domani notte la sua tournée americana con la certezza di aver sfruttato ogni minuto possibile per costruire la squadra più autorevole per vincere o almeno tentare di.

E in attesa degli ultimi tasselli di Monchi, si fa con quel che c'è, ed è già tanto. Di Francesco stavolta ha davvero due titolari per ruolo che sono talmente interscambiabili tra loro che in molti ruoli non ha ancora deciso che gerarchie assegnare. Ma intanto continuerà a dare spazio ai nuovi, così al Metlife ripartirà probabilmente dall'inizio con Olsen, con Marcano, con Cristante, con Pastore e con Kluivert (Ünder, provato ieri titolare, sente ancora dolore alla spalla e non è ancora chiaro se sarà a disposizione), cinque nuovi su undici. Al momento, di questi, almeno quattro sono ballottaggi che l'allenatore deve risolvere. Perché se Olsen sembra destinato ormai a vivere la certezza di una stagione da titolare, non è detto che Marcano non possa aspirare a un debutto col Toro da titolare (Fazio al momento ha un tempo sulle gambe), e che lo stesso non possano fare gli altri tre, vincendo la concorrenza di Lorenzo Pellegrini, Strootman e, appunto, Ünder. La bellezza è che chiunque giochi, già si sa che alle spalle ci sarà un'alternativa altrettanto autorevole.