Pubblichiamo, per gentile concessione della casa editrice, un brano del libro di Sebino Nela, scritto con Giancarlo Dotto, Il Vento in Faccia (e la tempesta nel cuore), Mondadori Editore per il marchio Piemme. Scrive Giancarlo Dotto nella prefazione: "Sebastiano si racconta come nessun calciatore aveva fatto prima. Sincero con se stesso ai limiti dell'autolesionismo. Schifato alla sola idea di autocelebrarsi, mai bonario o indulgente. Si è preso il suo tempo ma poi, una volta deciso, non è più tonato indietro. Non si risparmia e non ci risparmia nulla. «Picchia Sebino!» lo incitavano i tifosi allo stadio. Era arrivato il momento di raccontare il Sebastiano picchiato. "L'incredibile Hulk" (lo chiamano ancora così i tifosi per la sua sfacciata esuberanza) si strappa le vesti, ma questa volta per trasformarsi nell'inverso del supereroe invincibile. Proprio per questo, un eroe definitivo e credibile. Le vittorie, ma soprattutto le sconfitte, i tributi della folla e le mascalzonate del destino, l'ebbrezza e le donne, gli abbracci ricevuti e quasi mai restituiti. L'impeto e le debolezze, la salute che scoppia e la malattia che annienta. La gioia impossibile da manifestare e le lacrime che non si vergogna di versare". In questo capitolo Sebino racconta Dino Viola.

Di Sebino Nela con Giancarlo Dotto

Aproposito di nostalgia. Anni meravigliosi, i miei in giallorosso. Nessuno si offenda, ma la verità è che negli anni Ottanta finisce la Rometta e comincia un'altra storia. Cominciano i risultati, nasce una società rispettata e vincente, in Italia e all'estero. Dino Viola era un uomo speciale. Signorilità, classe e ca- pacità fuori dal comune. Avrebbe potuto gestire alla grande qualunque altra azienda. Una testa speciale, con una donna speciale al suo fianco, la moglie Flora. Il nostro era un rapporto bellissimo. Alla vigilia della partita mi prendeva il polso, faceva finta di sentire i battiti e mi diceva: domani farai benissimo o così così. Attaccato in modo viscerale alla sua Roma, nonostante non fosse romano. Ma aveva una faccia bellissima, da senatore dell'antica Roma. Di quelli che non pugnalano alle spalle. Si arrabbiava di rado, ma quando succedeva c'era da tremare. Ho assistito a un litigio telefonico con Boniperti, allora presidente della Juventus, nel suo ufficio a Trigoria. Non avrei voluto essere nei panni di Boniperti. Lo prese a male parole. «Non parlo con te che non sei nessuno» gli diceva.

Generoso e sempre presente. Dovunque andavamo in trasferta ci precedeva con la sua auto, lui al volante con i suoi guanti di pelle traforati, Donna Flora al suo fianco. Arrivava due ore prima e ci aspettava davanti all'albergo. Avrà anche avuto i suoi pupilli, io ero uno di loro, ma era talmente intelligente che non lo faceva vedere. Trattava tutti alla stessa maniera. Mai una scenata nello spogliatoio, come abitudine di certi presidenti. Anche perché il Barone non voleva nessuno. Non voleva persone né fiori nello spogliatoio, diceva che portavano male. Il massimo, parlo di Viola, era vederlo scuro in volto.
Il calcio è un'azienda anomala, fatta di persone e di passioni. Per una gestione vincente servono capacità, competenza, ma anche una corretta gestione dei rapporti e un senso della storia. I problemi della Roma di oggi si spiegano anche così. L'assenza fisica del leader. Sappiamo che uno come Viola non tor- nerà più, il calcio è troppo cambiato, mi aspetto solo che nel passaggio di mano da Pallotta a Friedkin ci sia più attenzione per i tifosi e per la città. L'ingegnere era una presenza fissa a Trigoria, non lasciava nulla al caso, controllava tutto, contava i palloni a fine allenamento. Lasciati a se stessi, i giocatori sono portati a credere che lo stipendio a fine mese sia l'unica cosa che conta.

L'anno dello scudetto con la Roma. Un avvicinamento progressivo. Ci credevamo tutti, eravamo consapevoli di essere forti. Mi capitava a volte una specie di sdoppiamento. Stavo in campo, ero uno di loro, ma restavo estasiato a vederli giocare. Ero il loro compagno, ma ero anche uno spettatore ammirato. Me li gustavo. Franco, Ago, Pietro, Paulo, Herbert, Bruno, Roberto, tutti gli altri. Mi sentivo or- goglioso di farne parte. "Quanto siamo forti!" mi dicevo. Sempre in pieno controllo della situazione. Sapevamo sempre cosa fare, dove andare. Una consapevolezza che aumentava di partita in partita. Mi chiedono spesso di fare una mia classifica degli uomini decisivi per lo scudetto. Impossibile. Eravamo una squadra diversa dalle altre, la nostra forza stava nell'espressione del gioco che mettevamo in campo. Ovvio dire Falcão e Bruno Conti. Come fai a non dire che è stato importante Pruzzo o altri giocatori. Tutti. Di Bartolomei, Prohaska, lo stesso Tancredi o Bimbo Ancelotti. Carletto era allora come lo vedete oggi, aveva in più alle guance questi pomelli rossi da campagnolo ruspante. Non parlava tantissimo, ma in campo si faceva sentire, eccome. Nessuno poteva immaginare che sarebbe diventato un allenatore così importante. Ci metto anche Sebino Nela dentro quella impossibile classifica degli uomini decisivi.

La brutta sconfitta all'Olimpico contro la Juve, a cinque giornate dal termine, non incrinò un bel niente. Ho letto allora e sento dire ancora oggi di un'atmosfera drammatica, delle sicurezze perdute, delle gambe che ci tremavano, che sognavamo Platini la notte. Una gigantesca balla. Il martedì successi- vo, quando ci siamo ritrovati per l'allenamento, er vamo tutti sereni. Anche perché non eravamo Juve, Inter o Milan, non eravamo obbligati a vincere lo scudetto. Zero pressione. I brividi da eventuale sconfitta erano tutti loro. Nessun contraccolpo. Falcão disse in un'intervista che si fece invitare apposta da Minoli a "Mixer" per mandare un messaggio forte, dare una scossa alla squadra e all'ambiente, prima della trasferta decisiva di Pisa. Non c'era bisogno di nessuna scossa, almeno per quanto riguardava noi. Avevamo ancora un punto di vantaggio sulla Juve e il nostro pensiero era solo uno: ce la giochiamo fino alla fine. Niente altro. Da romano esuberante, Bruno Conti era il più martellante di tutti con le parole, quello che alzava di più i toni nelle ore prima della partita.

Non avevamo nessun rito speciale, nessun cerchio magico, nessun discorso particolare, come si vede fare oggi. L'unico rito era darsi il cinque, una pacca sulle spalle e fumarsi una sigaretta prima di entrare in campo. Io, Bomber Pruzzo, Bruno, Ramon Turone quando c'era. Li vedo i calciatori di oggi con le loro cuffie enormi e non so se ridere o imbestialirmi. «Lo facciamo per concentrarci» dicono. Per noi era impensabile ficcarsi le cuffie in testa per concentrarci. Scherziamo? Ma se il bello era proprio sentire tutto quello che ci circondava. L'avvicinamento da Trigoria all'Olimpico era uno spettacolo, i tuoi tifosi che ti gridano, ti incitano, quando ti vedono passare in pullman con la scorta. C'è musica più bella di questa? E tu, che fai? Ti metti le cuffie! Ti isoli da cosa? Da ciò che dovrebbe farti sentire un leone? Dal tuo tifoso che ti inneggia? Che ti carica anche quando ti manda a 'fanculo. Isolarsi. Bah! Non so se è una moda. Se lo è, mi fa schifo. Noi giocatori nel pullman cantavamo gli inni della Roma, Antonello Venditti e Lando Fiorini a squarciagola. Davamo cazzotti ai vetri per caricarci o quando incrociavamo qualche tifoso laziale che c'insultava. C'era il proprietario di un ristorante a piazzale degli Eroi, laziale sfegatato, che ci aspettava ogni volta fuori dal locale e ci urlava di tutto: «Bastardi!» e noi rispondevamo: «Pezzo di merda!». Cose meravigliose. È questo che vi carica. E voi vi isolate. Mi piace sentire la musica, mi rilassa. Mi piace ascoltarla quando mi metto in macchina da solo in viaggio. Mi fa compagnia. Potrei andare avanti per giorni e notte intere a guidare, ascoltando la quinta, la sesta, la nona di Beethoven. Ma niente cuffie e niente musica prima della partita. Solo ambiente. Arrivavo allo stadio già con i capelli dritti, caricato a dinamite.