Forse c'è stato un momento della nostra vita recente di romanisti in cui siamo stati felici, ma non lo sapevamo. O forse potremmo esserlo oggi, ma ce ne renderemo conto tra quattro o cinque anni. Basterà che Fonseca, o Villar o Ibanez o Veretout o Borja Mayoral o magari Calafiori andranno a vincere un titolo in un'altra lega e si ripenserà a quell'anno in cui erano tutti insieme a lavorare a Trigoria e invece di seguirne il lavoro apprezzandone i progressi si passavano le giornate a formulare nuovi hashtag per mandar via questo o quello, in un circuito autoalimentato in cui le informazioni passano dai social ai giornali e viceversa, fino ad assumere la forma di notizia.

Sono queste, almeno, le considerazioni emerse via via più nette, mentre l'altra sera, approfittando di una pausa del programma del calcio internazionale (giocavano solo il Leeds in Premier e l'Atletico Madrid in Liga, ci perdoneranno Bielsa e Simeone se li abbiamo trascurati), ci siamo appassionati all'ascolto delle belle chiacchierate fatte con Daniele De Rossi e Walter Sabatini, uno ospite di Bobo Vieri e della sua gang (Cassano, Ventola e Adani) in un'app (Twitch) ormai non solo più appannaggio dei più giovani, l'altro intervistato da alcuni colleghi (tra cui il nostro Piero Torri) in una nuova, piacevole trasmissione su Tele Roma 56 (Al Circo Massimo, felicissimo titolo che rimanda al gruppo di lavoro del compianto Massimo Ruggeri).

Ritenendo molto significative le loro parole, già nell'edizione di ieri Il Romanista ne ha dato conto ai propri lettori. Ma non è tanto sul dettaglio dei contenuti che oggi ci torniamo su, quanto sul punto di vista decisamente diverso che i due ex romanisti (ma si può mai definire ex romanista uno come De Rossi?) hanno saputo esprimere nei loro discorsi. Uniti soprattutto da un grido quasi di dolore, per la ferita ancora aperta sulla loro pelle: «Fate lavorare la squadra, date fiducia a Pellegrini, fate lavorare Fonseca. È folle, oggi, metterlo in discussione». Che non significa certo non poterlo criticare.

Lo ha fatto lo stesso Sabatini, indirettamente, quando ha parlato di Dzeko: «Per come conosco Edin - ha detto l'attuale responsabile dell'area tecnica del Bologna - non può aver fatto nulla di così grave da doverlo degradare, nulla che non sia rimediabile. Con lui la Roma può raggiungere la Champions». Chiaro, secco, argomentato. A rendere invece l'aria irrespirabile è il rumore del dibattito infinito, sfiancante, montato sempre sull'onda emotiva dell'ultimo risultato, poggiato su concetti vacui che si pretendono scientifici.

E ci fa pensare che qualche anno fa, quando il rimpiantissimo Sabatini o l'amatissimo De Rossi lavoravano per la Roma, in una squadra in cui c'erano pure Dzeko, Totti e Nainggolan, Strootman e Alisson, Salah e Manolas, Paredes e Rüdiger, eravamo felici, ma non lo sapevamo. Eravamo forti, ma imperfetti. E anche allora il rumore del malcontento superava qualsiasi melodia tecnica o tattica. Qualcuno in quei giorni avrebbe dovuto dirci, un po' come hanno fatto Sabatini e De Rossi lunedì, o come magari ha fatto Juric la settimana scorsa, «Ma guardate che la Roma sta facendo grandi cose, è da pazzi contestarla». Sarebbe stato utile.

Se parla il calcio, il rumore si spegne all'improvviso. Che poi sia chiaro: non è il rumore a determinare una sconfitta, né la musica melodica accompagnerebbe alla vittoria, ma senza il rumore non si perderebbe il gusto del dibattito. Per andare sopra al rumore bisogna solo alzare la voce, spararla più grossa, urlare sguaiati, alzare il livello, così diventa una guerra tra chi ti spiega perché Fonseca è più bravo di Guardiola e chi invece lo avrebbe già cacciato, e i mezzi toni di chi magari ne individua gli errori senza mai sognarsi di chiederne l'esonero si perdono nel frastuono. Così per una sera hanno vinto loro: hanno parlato De Rossi e Sabatini, hanno parlato di calcio, ci hanno detto che la Roma è forte. E intorno, finalmente, silenzio.