Justin Kluivert è sicuramente uno dei protagonisti di questo pre-campionato. Il figlio d'arte olandese è uno degli elementi di maggiore interesse della campagna acquisti estiva della Roma. L'attaccante olandese, arrivato dall'Ajax, ha parlato spesso del suo rapporto con il padre Patrick, del suo sogno di giocare nel Barcellona e della sua voglia di dimostrare di essere pronto per una grande squadra. Questo uno stralcio dell'ultima intervista di Justin Kluivert, rilasciata a Il Messaggero:

Come è andata la trattativa con Monchi?
«In un primo momento ci sono stati contatti solo con il mio agente, poi ho parlato con il direttore e con i miei familiari. Ero a Ibiza e sono volato ad Amsterdam per firmare tutti i documenti».

Alcuni suoi giovani colleghi che erano alla Roma prima hanno fatto bene e poi sono stati venduti a società più blasonate. Pensa che un giorno capiterà anche a lei?
«È una politica interessante, quella di un club che scommette sui giovani. Ora sono io uno di questi ed è uno dei motivi per il quale ho scelto la Roma. Qui si può crescere bene e poi quando si concretizza una successiva vendita il vantaggio è da entrambe le parti».

Dove si vede tra 10 anni?
«Al Barcellona».

È il suo sogno?
«Sì, lo è sempre stato, ma sono aperto a ogni possibilità».

Di Francesco la sta provando esterno destro.
«Ho sempre giocato a sinistra per rientrare con il piede forte. Credo che quello sia il mio ruolo ideale, ma non mi importa».

Come si trova con Di Francesco?
«Bene, trovo positivo che a fine allenamento mi chiami da parte per spiegarmi meglio cosa vuole. Sarò pronto per il campionato».

Cose le spiega?
«Mi ha invitato a essere sempre concentrato».

Pensa che il club stia cercando un altro esterno d'attacco perché voi giovani offrite poche garanzie?
«È possibile che qualcuno sia in partenza. L'unica certezza che ho è che al di là di chi arrivi io farò di tutto per essere una prima scelta».

Sa cosa ha detto di lei Pallotta?
«No, cosa?».

Che lei è come Allen Iverson, ma con la palla tra i piedi.
«E cosa intendeva dire?».

È stato un'icona del basket, uno dei più grandi realizzatori di ogni epoca in Nba.
«È un accostamento che mi piace. Anche io sono piccolo fisicamente come lui, ma la stazza è qualcosa che hai o no. Entrambi siamo due giocatori di qualità, forse anche io posso far ricredere molte persone che ritengono che sia andato via dal mio Paese troppo presto. È mia intenzione di dimostrare che hanno torto, voglio avere successo e scrivere la storia proprio come ha fatto Iverson, rendendo orgogliosa la mia famiglia».

Ha sentito suo padre dopo la partita contro il Tottenham?
«Sì, mi ha dato qualche consiglio come spesso fa. Noi parliamo di tutto, non solo di calcio: mi dà consigli di vita».

A proposito di famiglia, che percorso segue il figlio di un calciatore per diventare un professionista?
«È una bella domanda. Molto spesso si parla di genetica, non so se è vero o no, ma forse nel mio caso sì perché mio padre è stato un grande calciatore. Io sto cercando di ripercorrere le sue orme e credo di essere sulla strada giusta. Per certi versi è positivo avere un padre che ha fatto questa professione ed ha avuto grande successo, ma a volte è anche difficile perché sin da piccolo ti accostano a tuo padre e tutti si aspettano molto. Lo vedo anche con i miei fratelli che giocano a calcio, tutti fanno paragoni e si aspettano cose da loro. Io non ho sentito questa pressione, piuttosto ho trovato bello portare questo cognome e il fatto che la gente si aspettasse tanto da me. Ha sempre prevalso il desiderio positivo di far vedere quello che potevo fare, non ho mai sentito la pressione o l'obbligo di fare qualcosa perché mio padre l'aveva fatto già prima di me».