Attenti a quei due. Lorenzo Pellegrini e Gonzalo Villar sono i volti della Roma che vince e diverte, che cresce gara dopo gara e regala spettacolo. Sono i piccoli già grandi: 46 anni in due, 24 l'italiano, 22 lo spagnolo, futuro che appare luminoso a entrambi, mentre conquistano il presente a suon di colpi sopraffini e prestazioni altisonanti. Nient'affatto scontate. Uno ingoiando anche qualche boccone amaro, l'altro in punta di piedi, si sono ritagliati i rispettivi spazi. Che fanno di Pellegrini uno degli uomini-chiave della seconda Roma fonsechiana, schierato anche quando non al top della condizione, indicato dal tecnico come «esempio da seguire». E di Villar qualcosa in più di un succedaneo di lusso, sempre più difficile da relegare in panchina, quasi un equivalente calcistico del sesto uomo nel basket. Fino alla partita contro il Sassuolo sono apparsi alternativi fra loro, in lizza per un posto da creatore di gioco accanto al maratoneta Veretout, ma con gerarchie ben definite: Lorenzo titolare, Gonzalo dietro. E ai nastri di partenza dietro anche a Cristante e Diawara. Ma l'ex atalantino è tornato utilissimo nella difesa falcidiata dalle assenze e il guineano non sta vivendo il momento più brillante della sua avventura romana. Così Villar si è ritagliato spazio, interpretando nel modo più proficuo le possibilità che gli sono state concesse in Europa League, fino a diventare una risorsa anche in campionato, al fianco dei big. Tra i quali lo stesso Pellegrini, che Fonseca ha utilizzato da elastico fra la mediana e la trequarti, ricevendo sempre massima disponibilità e risposte più che confortanti dal numero 7. Fino all'esplosione di Bologna, che ha ricordato per molti versi la sontuosa gara disputata a Firenze circa un anno fa. Anche allora era dicembre e la Roma tramortì i padroni di casa con un 4-1 senza appello, col talento cresciuto in casa sugli scudi. Villar non era ancora a Trigoria, dove sarebbe arrivato di lì a poco, in un mercato di gennaio che ai più era apparso dai toni sommessi e invece oltre al regista, ha regalato anche Perez e Ibanez. Non ha impiegato poco l'ex Elche per prendersi lo spazio che merita, ma ogni volta che gli è stato concesso ha fatto intravedere grandi qualità. Caratteriali prima di tutto: il triplo carpiato dalla seconda serie spagnola ai vertici del calcio italiano lo ha affrontato come fosse un saltello su una sola gamba: sempre sicuro dei propri mezzi (proprio come in campo), anche la scorsa estate, quando senza presunzione ma ambizioso annunciava di mirare a giocare molto di più. E il confronto con la passata stagione gli ha dato ragione su tutta la linea: 11 presenze contro le 15 attuali, 311 minuti a fronte dei 746 del 2020-21. Un vero e proprio titolare aggiunto, in grado eccome di giocare anche con Pellegrini. Distanziati di pochi metri, al Dall'Ara hanno dato spettacolo, sublimando la manovra con colpi di classe pura e conquistando lodi sperticate. Premio meritatissimo per il 7, arrivato dopo settimane non facili, fra la positività al Covid, gli inqualificabili attacchi personali subiti sui social da qualche disadattato e il colpo di Obiang che per un po' di giorni ha tenuto tutti in ansia. Nel momento più critico la società non ha mancato di fargli sentire supporto e stima, dalle parole di Fienga in giù. E quel rinnovo di contratto che ancora non è stato proposto, sarà nella lista di Pinto da gennaio in poi. Sotto la voce priorità. Perché è dai talenti fatti in casa che parte la grandezza della Roma. Sempre.