Trentacinquemila euro, questo costa la vita della Virtus Roma. Perché trentacinquemila euro è l'ammontare di una rata Fip da pagare entro domani, altrimenti la squadra viene esclusa dal campionato. E se la Virtus viene esclusa, poi si aprirà la questione se salvare o meno il marchio e farla ripartire dalla Serie C o da una categoria inferiore.
Stiamo parlando di una follia, di una mortificazione che chiunque abbia un minimo a cuore Roma non deve permettere: imprenditori, politici, istituzioni. Forse saranno questi tempi così poco appassionati e poco riconoscenti che fanno passare un'eventualità simile come qualcosa di accettabile o addirittura inevitabile, ma chi è innamorato di Roma sa che la Virtus è patrimonio di questa città.
Per chi è romanista è qualcosa di non scindibile troppo dalla passione per la Roma. La Virtus per tanti è la seconda squadra del cuore, per tanti è impossibile e ingiusto scegliere fra l'una e l'altra; ci sono anche tifosi "puri" della Virtus perché riconoscono nella Virtus l'unica vera squadra di basket della capitale. Per quelli come me è il Banco. Non c'è niente da fare.
Io la chiamo Banco ancora facendo - credo - arrabbiare i puristi virtussini e il mio amico Luca Pelosi (lui fa parte di quelli che giustamente non scelgono fra i figli) ma perché per forza è il Banco. Perché quella "cosa" che abbiamo vissuto a inizio Anni 80 fra l'Olimpico e il Palaeur non si può scindere. Impossibile. E ancor meno dimenticare.
Si andava allo Stadio e capitava di fare la corsa dall'Olimpico all'Eur. Prima la Roma, poi il Banco. Gli striscioni della Sud li trovavi anche nel palazzo. Ed era pieno. Le squadre e i simboli, gli sponsor su Topolino, la Billy, la Berloni, la Jolly Colombani, la Scavolini eccetera. Il palazzetto di Cantù. La finale con Milano in diretta Rai. Splendido anticipo sul nostro stupore del maggio '83. E quella sensazione che il mondo fosse casa tua cresceva e diventava pericolosissima realtà per "colpa" di Falcao e Wright. Due Immensi.

Larry Wright è il correlato oggettivo, poetico, la corrispondenza di amorosi e artistici sensi di Paulo Roberto Falcao. Gli stranieri. Il numero 4 e il numero 5. In sequenza, come gli scudetti, come gli anni. I play. I registi. Il cervello. La fronte alta. La classe. La differenza. La venuta messianica: Roma campione dopo 41 anni, Banco Roma campione per la prima volta. Entrambe per sempre. Nello stesso anno. Capito di che parliamo? Ne stiamo parlando oggi, non smetteremo mai di farlo. Ora, come fate a convincere uno che ha vissuto questa "cosa" che sono "cose diverse"? E soprattutto come fate a fargli accettare che da domani tutto questo forse non ci sarà più? Si tratta proprio di estirpare ricordi. Roba da se mi lasci ti cancello. E la Virtus non si lascia, e il Banco non si cancella. E poi contro la Juve e Milano come rivali, cioè le squadre pluriscudettate, i vincenti per forza e per italica vocazione, il Nord che non sbaglia, la Juve la Billy (e poi Simac, Tracer eccetera) del calcio, la Billy la Juve (e poi sempre la Juve) del Basket.
Il Banco è stato la premessa e la promessa per la Roma. Prima lo Scudetto del 1983, poi la Coppa dei Campioni del 1984. Lì le strade si sono divise, ma ancora oggi vista da qui con gli occhi di noi ragazzini che la finale di Ginevra l'abbiamo guardata in diretta tv e abbiamo visto vincere Roma contro il Barcellona in rimonta di 13 punti (roba assolutamente paragonabile al gol di Manolas), almeno oggi un po' ci riusciamo a dire «almeno quella Coppa col Banco l'abbiamo vinta». Almeno un po'. E c'era Roma davanti ai televisori, e c'erano i tifosi della Virtus in Svizzera e per strada. Re e poi addirittura imperatori vincendo la Coppa Intercontinentale. Signori: per 35.000 euro state cancellando una squadra campione d'Italia, d'Europa e del Mondo che si chiama Roma. Ma davvero pensate che sia indolore? Non è solo questo, è che quella squadra è stata amata, è amata, fa parte della storia del basket e di quella della città, fa parte delle nostre vite. Quella storia sono uomini, come Bianchini che per noi era Liedholm (l'allenatore moderno, con metodi tutti suoi, con il Gioco, con massime e filosofie non spicciole né di maniera, il vate), le sfide con la rivalissima Caserta che per forza si chiamava Juve, i canestri all'ultimo secondo di Oscar che somigliava a Morrisey, la vittoria della Coppa Korac e poi di un'altra ancora, proprio nel giorno in cui un piccoletto come Barros ci buttava fuori dalla Coppa Coppe con un colpo di testa (il mondo alla rovescia), la grandezza di Bodiroga, quell'applauso del Palaeur per lui. L'epoca "ricca" del Messaggero di Shaw e Ferry, la Pompea, la Telemarket, la retrocessione, Verona, le finali con Siena, gli scudetti negati due volte, il trofeo che manca da troppo tempo, la promozione, il rilancio. Dino Radja. Gervin a cui si diceva bisognava affidare il tiro della vita. Tonolli e la "sua" Supercoppa. Gilardi-Bruno Conti, Polesello capitano come Agostino (e prima Castellano). Solfrini il vero sesto uomo, il Doctor J più nostro che italiano e Davide Ancilotto: loro per sempre. Tutto questo merita almeno una riflessione. E un po' di silenzio.

La Virtus è un patrimonio di uomini, di un'idea e di ricordi: è la squadra della pallacanestro di Roma. Chi la salverà sarà ricordato come chi ha avuto a cuore un pezzo di cuore di questa città, viceversa ci sarà un altro tipo di ricordo indelebile. Questo vale per chi può, per chi potrebbe, Toti o non Toti, imprenditori e politici romani, destra, centro e sinistra, persino l'amministrazione di questa città che dopo aver temporeggiato all'infinito riuscendo nell'impresa di non dare uno Stadio approvato in due conferenze di Servizi a Roma, rifiutato il grande cimento delle Olimpiadi, passerebbe anche come quella sotto la quale la Virtus è scomparsa. Non è colpa del Comune ovviamente, ma la Virtus è indubbiamente un bene comune di Roma. Ne porta il nome. Che è già tutto. Ma dentro ci stanno i sentimenti di un tempo bellissimo che continua a vivere. Levategli quella rata di dosso.

Di Tonino Cagnucci