Giornata senza particolari colpi di scena quella di ieri per quel che riguarda il fronte stadio. Del resto è abbastanza normale che ora ci sia un periodo di attesa, in cui i Dipartimenti del Comune coinvolti nelle verifiche del progetto (Urbanistica, Trasporti, Ambiente, Patrimonio e Lavori Pubblici) possano completare il proprio lavoro senza distrazioni o pressioni di alcuna sorta. Attesa nella quale i pm che seguono l'inchiesta "Rinascimento" possano continuare le indagini senza preoccuparsi di dover continuamente precisare come queste non riguardino lo stadio o peggio la Roma.

Un'inchiesta su cui in queste ore ha detto la sua anche Antonio Di Pietro, politico ed ex pm del pool Mani Pulite, lo stesso da cui proviene il procuratore aggiunto Paolo Ielo. «Sul piano penale a me pare che ci sia molto poco al di là di qualche fatto specifico. Non siamo davanti a una nuova mani pulite». La precisazione dell'ex pm, che poi ha aggiunto: «Sul piano politico, invece, vedo un mare di quaquaraqua, che per scimmiottare quel che era la tangentopoli di una volta, fatta con professionalità criminale, vanno a raccogliere gli spiccioli per strada».

Senza mezzi termini la descrizione della rete di Parnasi fatta da Di Pietro, che però serve ancora di più a capire come si tratti di una faccenda ancora tutta da chiarire sul piano processuale, ma estranea alle sorti dello stadio della Roma. E non deve far preoccupare la notizia del respingimento dell'istanza di scarcerazione per Luca Lanzalone, l'avvocato che a quanto pare esercitava un ruolo primario nell'amministrazione capitolina. Anche in questo caso, come pure in quelli del consigliere regionale di Forza Italia e vice presidente del consiglio regionale Adriano Palozzi (che resta ai domiciliari), o quelli di Luca Parnasi e di quattro suoi collaboratori (Gian Luca Talone, Simone Contasta, Giulio Mangosi e Nabor Zaffiri, su cui il Tribunale del Riesame deciderà nei prossimi giorni), pesa la mancata collaborazione con i pm. Una pratica cara proprio al pool di mani pulite e di cui Ielo è convinto sostenitore.

Nell'inchiesta continuano ad emergere particolari poi che legano i protagonisti in affari che anche in questo caso nulla hanno a che vedere con lo stadio. È il caso di un progetto nella zona di Campo Jemini, da un milione 850mila metri quadrati. Nella vicenda entrano in ballo per una consulenza, tramite Luca Parnasi, i legali dello studio di Luca Lanzalone, all'epoca dei fatti presidente di Acea. Il focus quindi si sposta sempre più lontano dallo stadio e da quanto vi è intorno. Il progetto, a tal proposito, sembra possa ripartire in tempi rapidi. Arrivano conferme della volontà di tutte le parti coinvolte di trovare quanto prima una soluzione. Come abbiamo già scritto più volte (e per primi) in questi giorni, non è escluso che a risolvere la situazione ci pensi direttamente il presidente della Roma James Pallotta. In questo senso si stanno valutando tutte le possibilità concrete di operare in solitudine. Una delle quali prevederebbe la suddivisione del progetto in due tronconi da far procedere separatamente. Da una parte il Business Park (che avrebbe dovuto sviluppare Eurnova) che resterebbe momentaneamente in secondo piano. Dall'altra lo stadio con il Convivium e la nuova Trigoria, da far marciare prioritariamente, ed il cui sviluppo era già previsto fosse pertinenza della Stadio TDV spa, la società veicolo del presidente Pallotta per il progetto stadio. Resta il nodo dei terreni, attualmente ancora di proprietà di Eurnova. Si attende la nomina del nuovo amministratore che possa riprendere l'interlocuzione con il Comune e con la Roma. Un'interlocuzione che sembra avere come unica prospettiva possibile proprio la cessione dei terreni e la conseguenze fuoriuscita di Eurnova dal progetto. Con la benedizione di tutti.