Chissà quante volte Paulo Fonseca sarà salito a bordo del traghetto che dalla minuscola città di Barreiro, distretto di Setubal, attraversando un tratto di acqua mezza dolce e mezza salata, lo portava a Lisbona. Chissà quante volte, il giovane calciatore del Barreirense, società gloriosa e orgogliosa della Liga portoghese, su quel traghetto si lasciava andare a tattiche e sogni, già probabilmente consapevole che la sua carriera di calciatore non avrebbe avuto sviluppi indimenticabili.

Anche Paulo, un po' come il protagonista di "Requiem", uno dei libri più suggestivi di Antonio Tabucchi sulla capitale portoghese, uscito nel 1991, stesso anno in cui Fonseca esordiva con la maglia del Barreirense, anche Paulo, dicevo, tradiva le sue allucinazioni mentre traversava il Tago, lasciandosi alle spalle il paesino e un presente che non faceva presagire nulla di speciale, per raggiungere le strade antiche della Bica e di Cais do Sodre, dove i cittadini del mondo si ritrovavano e si divertivano, si mischiavano tra whiskey e ginjinha (il liquore tipico portoghese, semplice succo di ciliegia). Certamente amava, il giovane Paulo, il folle e multiodore Mercato di Ribeira: se lo ritrovava di fronte, appena sbarcato a Cais do Sodre. Profumi e colori, che lui, cittadino del mondo, nato a Mozambico e ora calciatore della Barreirense, amava molto.

Di quella multi razzialità, quella babele di linguaggi e di colori, di usi e costumi, di progetti e sogni, Paulo ne ha fatto il suo tesoro. Chi sa apprezzare la diversità, poi se ne appropria e la usa. Lo fanno gli artisti, e a suo modo Paulo è un artista. Per compiere il percorso che porta da Rua de Sao Paulo, dove una chiesa meravigliosa benedice tutti i Paulo portoghesi del mondo, a Rua de Loreto devi salire a bordo della Funicolare della Bica, una specie di trenino giallo costruito alla fine dell'Ottocento, tirato da un sistema di cavi d'acciaio. E ti ritrovi in uno dei quartieri più antichi di Lisbona e in una delle discese più spericolate della città (fortemente sconsigliate agli ubriachi, che soprattutto di notte, alla Bica, abbondano), dove emozioni e colori, linguaggi e idiomi, mode e tradizioni si mischiano mirabilmente e cupamente. Va infatti in scena qui il terzo tempo della movida: ecco i disco pub come il Jamaica e il Tokyo, le discoteche come il Music Box, gli squallidi night per scapoli attempati come il Liverpool e il Copenaghen, oppure il Sol e Pesca, un invito alla lussuria più truce.

Il giovane Paulo, sognatore di grandi stadi e folle di tifosi, questo crogiolo di emozioni lo ha vissuto a lungo, perché Lisbona non poteva non essere stata la città delle sue allucinazioni. Lisbona è questo, è anche questo. E lui se la porta dentro. Solo così mi spiego, ma forse è un mio limite, la sua sorprendente capacità di cambiare. Cambiare modulo, cambiare ruolo ai giocatori, cambiare la loro mentalità. Tutto cambia, oltre il fiume Tago, dove l'acqua dolce del fiume si mischia all'acqua salata dell'Oceano Atlantico, e tuttavia il risultato resta lo stesso di sempre: il fiume resta lì, placido e implacabile nel suo destino di sfociare verso il mare. È questo che don Paulo ci ha portato in dote.

Fonseca, di cui in pochi e distrattamente parlano ma che sta compiendo lo stesso miracolo che al British Bar di Cais do Sodre si perpetua ormai da decenni (le lancette dell'orologio che scorrono al contrario), non può non essere considerato l'allenatore top del calcio italiano di oggi. Sì, nonostante la brutta botta al "Maradona", dove una Roma troppo brutta per essere vera è scesa in campo. Undici calciatori immaginari, incapaci di tutto, personaggi che Paulo, al rientro negli spogliatoi, deve aver considerato letterari, dunque irreali, come lo fu il giornalista Pereira per Tabucchi. Sono certo che li ha perdonati.

Conte, Pirlo, Gattuso, Inzaghi, Gasperini – per citare squadre di alta classifica – e con le eccezioni Pioli e De Zerbi, nonostante la batosta casalinga con l'Inter, stanno facendo peggio o come lui, del ragazzo di Barreiro. E tuttavia i commentatori tv lo trascurano, lasciano intendere che sì, la Roma gioca bene, sta lassù, e poi scivolano verso Conte e i suoi saliscendi, Pirlo e le sue strampalate scelte, Gattuso e i suoi problemi di spogliatoio, Inzaghi e quanto è stato bravo a gestire l'emergenza... Come se Paulo Fonseca nell'emergenza non avesse vissuto e combattuto per settimane e settimane, senza un lamento e senza una scusa. Come se non continuasse a conviverci (basta riavvolgere il nastro e tornare al "Maradona").

Il provincialismo del giornalismo televisivo porta a questo, a parlare di Milano e Torino, con rare eccezioni. Da sempre. Ma Paulo Fonseca di Barreiro è una meravigliosa realtà. L'ultima scelta tattica vista in quel di Cluj, inserire Veretout quarto a destra di centrocampo, contiene tutti i sapori forti e i profumi seducenti del Mercato de Ribeira, il suo approdo preferito. È un progetto tattico esaltante, è un accrescimento del tasso tecnico e qualitativo della squadra, è l'inizio di una meravigliosa allucinazione: far giocare assieme in mezzo al campo due calciatori di qualità come Pellegrini e Villar, lasciando ai loro lati due incursori offensivi e di gamba come Spinazzola e Veretout.

Non so se don Paulo, nato in Mozambico e calcisticamente cresciuto nella piccola Barreiro, continuerà a cavalcare su sentieri inesplorati e pericolosi, a inciampare e a rialzarsi, come ha fatto finora, cambiando tutto quel che poteva cambiare nell'assetto tattico della squadra. Ma Paulo è portoghese, discende da Vasco de Gama, nel suo sangue scorre la voglia di avventura e la ricerca dell'ignoto.

Il sottotitolo di "Requiem", il libro di Tabucchi già citato, è "Un' allucinazione", ovvero un viaggio senza logica topografica attraverso la città. Un viaggio che alla fine si compone meravigliosamente, mettendo tutte le tessere del mosaico al loro posto. Come siamo certi farà Paulo Fonseca, nato in Mozambico, tornato da bambino in Portogallo, calciatore del Barreirense, allenatore della Roma.