Anche la giornata di ieri è stata densa dello stesso pathos che ormai viviamo da mercoledì. Una giornata che era iniziata con la notizia dell'iscrizione nel registro degli indagati del Presidente del Coni Giovanni Malagò. Notizia riportata da vari quotidiani e su cui si è creato un piccolo caso. Secondo quanto riportato dai media infatti per il capo dello sport italiano la pm Barbara Zuin e l'aggiunto Paolo Ielo avrebbero ipotizzato un «atteggiamento favorevole» nei confronti del progetto del nuovo stadio della Roma in cambio di «utilità» da parte di Luca Parnasi. Secondo l'accusa, questa utilità sarebbe stata rappresentata dalla richiesta di un impiego migliore per il compagno della figlia. In realtà Malagò ha subito precisato di essere venuto a conoscenza della circostanza solo attraverso i mezzi di informazione e di aver «subito dato incarico al suo legale, avvocato Carlo Longari, di chiedere alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma di essere interrogato quanto prima per chiarire la sua posizione». Fonti, citate poi da Il Fatto Quotidiano, hanno tentato di fare chiarezza nella vicenda specificando che lo staff del numero 1 del Coni ha fatto sapere che Malagò, che compare nell'elenco dei nominativi per i quali i pm avevano chiesto una proroga delle intercettazioni telefoniche, «non è iscritto nel registro degli indagati».

Notizia che aveva seguito di poche ore quella ben più reale dell'iscrizione del direttore della Soprintendenza speciale archeologica belle arti paesaggio di Roma, Francesco Prosperetti. L'uomo che decise di togliere il vincolo sulle tribune dell'ippodromo di Tor di Valle, sarebbe accusato di aver favorito Parnasi in accordo con l'architetto Paolo Desideri (al momento non indagato), che secondo le intercettazioni risulta «amico di Prosperetti» e «datore di lavoro di sua figlia Beatrice», e che era stato incaricato di «redigere un progetto per il ricollocamento delle campate e/o della tribuna dell'ippodromo di Tor di Valle in base ad una costante interlocuzione con il Soprintendente, necessaria a consentire l'archiviazione della proposta di apposizione del vincolo». Voci da Piazzale Clodio raccontano di come in totale gli indagati sarebbero 27, per cui ne mancherebbero all'appello ancora dieci.

Primi interrogatori

Al di là dei nuovi indagati, la giornata di ieri è stata comunque caratterizzata dai primi interrogatori. Quello della sindaca di Roma Virginia Raggi, convocata in procura in quanto persona informata dei fatti. Un'ora di colloquio con i pm che avrebbero chiesto alla prima cittadina della Capitale di chiarire quali fossero i rapporti tra l'amministrazione capitolina e l'avvocato Luca Lanzalone. Gli stessi pm hanno poi ascoltato sino a tarda serata due degli indagati principali dell'operazione: proprio l'avvocato Luca Lanzalone e l'ex assessore Michele Civita (il vice presidente del Consiglio Regionale Adriano Palozzi si è invece avvalso della facoltà di non rispondere).

L'ex presidente dell'Acea Luca Lanzalone ha lasciato la Procura poco dopo le 20 al termine dell'interrogatorio. La Procura contesta all'avvocato Lanzalone l'aver ricevuto dall'imprenditore Luca Parnasi la promessa di consulenze per il suo studio legale pari a circa 100 mila euro. Il difensore ha presentato istanza di scarcerazione. «Nella mia vita non ho mai compiuto nulla di illecito, respingo con forza ogni addebito», le parole di Lanzalone. Il suo legale Giorgio Martellino ha poi aggiunto: «Il mio cliente ha risposto su tutto, è stato un interrogatorio serenissimo».

Poco dopo è stata la volta dell'ex assessore regionale all'urbanistica Michele Civita, anche lui sottoposto ai domiciliari. Anche in questo caso i legali hanno chiesto il rilascio del proprio assistito, che però davanti al gip ha usato toni dimessi: «Aver chiesto aiuto per mio figlio è stata una leggerezza compiuta in buona fede». Nel corso dell'atto istruttorio, il consigliere regionale, ha comunque respinto con forza le accuse affermando di non aver mai favorito Parnasi. «Ho chiesto se era possibile intervenire per mio figlio – ha aggiunto – tre mesi dopo che era concluso l'iter della conferenza dei servizi. Non ho mai violato la legge, le decisioni della conferenza di servizio erano pubbliche».

L'interrogatorio più importante si sarebbe dovuto svolgere a Milano, dove è in carcere proprio l'imprenditore Luca Parnasi. Interrogatorio saltato per la volontà del costruttore romano di spiegare la sua versione dei fatti agli inquirenti di Roma. Uno dei legali del manager, Giorgio Tamburrini, ha spiegato che ieri davanti al gip di Milano, il costruttore si è avvalso della facoltà di non rispondere. «C'erano veramente troppi temi, e avevamo bisogno di leggere gli atti con una minima attenzione», ha continuato il penalista.