Adesso se ne sono resi conto più o meno tutti. Ma che la Roma in attacco contasse su tre campioni difficilmente eguagliabili, era intuibile da tempo. Quantomeno da quando la permanenza di Dzeko nella Capitale è risultata sicura. Eppure in estate l'ingaggio di Pedro e la conferma di Mkhitaryan sono passati quasi sotto silenzio, come fossero operazioni di secondo piano, o comunque scontate. Non lo erano.

Tre pezzi da novanta (anzi da cento, sommando le età) di quella risma in una squadra non è roba che si vede tutti i giorni. E forse per ritrovare un tridente così ben assortito - fra classe, strapotere fisico, fantasia, esperienza - bisogna andare molto indietro nel tempo. Senza scomodare l'anno di grazia 2001 (facilmente fraintendibile il paragone, qui si resta sottotraccia), si deve risalire almeno a Dzeko-Salah-El Shaarawy della seconda stagione spallettiana.

I numeri per un confronto a distanza sono ancora lontani, ma anche la stagione è appena all'inizio e se quanto si è visto finora rappresenta il prologo, la Roma può proseguire il proprio cammino almeno con rinnovata fiducia. Ne è consapevole Fonseca, che dosa quasi col bilancino le apparizioni dei tre tenori fra campionato e coppa, attirando su di sé anche le critiche più pretestuose. Ma ormai è sport praticatissimo e il tecnico portoghese non sembra risentirne più di tanto: i risultati - che difficilmente mentono così a lungo - parlano di un cammino stagionale da imbattuto sul campo. Sommando anche la striscia dello scorso campionato, i risultati utili consecutivi sono arrivati a quota 14. Mica male per un allenatore che non si sa bene per quale motivo viene descritto a giorni alterni sulla graticola. Dopo aver espresso la propria soddisfazione per la sontuosa gara vinta con la Fiorentina, ha voluto ribadire il concetto anche su Instagram: «Questa Roma così unita e determinata può ancora crescere. Continuiamo a lavorare così. Bravi». Per la foto di accompagnamento al post, non poteva che scegliere quella in cui i suoi tre assi bada-bene-di-due-colori-soli festeggiano la rete del raddoppio rifilata ai viola, frutto di una manovra orchestrata da ognuno di loro.

Con un'intesa talmente naturale e reiterata in ogni partita che li fa sembrare compagni da una vita. Dalla regia di Dzeko, alla rifinitura di Micki, alla finalizzazione di Pedro. Ovvero il culmine di una sinfonia vicina alla perfezione e impreziosita dagli acuti di un trio che insieme vanta qualcosa come cinquanta trofei, circa milleottocento presenze e oltre seicento reti.

Curricula che bisognava mettersi d'impegno per farli passare inosservati, o nella migliore delle ipotesi sminuirli chiamando in causa l'anagrafe, come se per gli altri "maturi" che reggono le sorti di mezza Serie A il teorema vertesse su regole differenti. La prova dei fatti riesce però sempre a mortificare i pregiudizi. Così gli acuti dei tre tenori hanno raggiunto ogni udito. E forse la stessa Roma comincia a incutere qualche timore.

Anche perché alle spalle dei fuoriclasse d'attacco propone una genia di talenti ancora da testare con continuità ad alti livelli, ma che già manifestano sintomi di possibile grandezza. Su tutti, il terzetto di difensori appena raggiunti dalla chioccia Smalling. L'ultimo arrivo è Kumbulla, una stagione a Verona e il grande salto in un club di vertice finora a stento avvertito. Tanto da occupare i vertici della classifica del Cies sui nati dopo il 2000 più costosi d'Europa. In Italia è secondo. Almeno oltre confine lo hanno notato.