Era l'anno dei Mondiali, quelli del 2002. Ramón Rodríguez Verdejo era un 34enne che aveva da poco abbandonato l'attività agonistica per dedicarsi alla direzione sportiva del Siviglia. Con pochi mezzi economici e tanta competenza. Da allora di rassegne iridate ce ne sono state altre tre e la quarta si appresta a cominciare fra pochi giorni. Quel giovane dirigente è diventato uno dei più apprezzati d'Europa, ha abbandonato la sua Andalusia e si è trasferito a Roma. Il portafogli a sua disposizione per le sessioni di mercato si è ingrossato e i successi - finanziari e sportivi - sono stati numerosi.

Eppure le sue operazioni continuano ad essere in gran parte svincolate dalla vetrina della Coppa del Mondo. Fra i giocatori arrivati finora (Coric e Marcano) e quelli con i quali si segnalano trattative in fase avanzata (Kluivert, CristanteZiyech), il solo marocchino attualmente all'Ajax giocherà i Mondiali di Russia. Italia e Olanda si sono incontrate ieri in amichevole, nella sfida fra due delle grandi deluse non qualificate per la fase finale. Il mercato non è ancora entrato nel vivo e ovviamente nulla vieta di assistere a un altro genere di acquisti rispetto al passato.

Monchi e Seydou Keita

Ma nella biografia del dirigente firmata da Daniel Pinilla ("Monchi, i segreti del Re Mida del calcio mondiale"), c'è un capitolo che svela le linee guida relative alla concomitanza temporale con il grande evento: "Perché non è una buona idea comprare dopo il Mondiale". «Per diversi motivi - si legge - non sempre relazionati al rendimento in sé, il prezzo di mercato di alcuni giocatori può crescere esponenzialmente nel giro di qualche settimana grazie a un'operazione di marketing virale. [...] Si tratta chiaramente della tendenza a essere influenzati dal rendimento più recente di un giocatore, perché ciò che ha appena fatto non è necessariamente uguale a ciò che farà in futuro. Il paradigma del club che si autoimpone l'assurdo obbligo morale di acquistare il giocatore di moda per soddisfare i desideri dei suoi tifosi e di essere fedele all'immagine di club di successo».

Nella Spagna da sempre comandata da Real Madrid e Barcellona, società attentissime ad apparire di successo anche attraverso l'acquisto di giocatori "di grido", è necessario un metodo differente per non essere fagocitati dalle due grandi e avere al tempo stesso speranza di competere. Pur con possibilità molto differenti. L'acquisto di Dani Alves è quello emblematico della gestione-Monchi. Anziché farsi attrarre dalla vetrina planetaria (e dai suoi costi gonfiati), il dirigente andaluso sguinzaglia i suoi osservatori in giro per il globo, dove gli altri club non sono ancora arrivati.

Monchi con Deulofeu e Banega

Uno di questi, Antonio Fernández, viene attratto da questo terzino diciottenne con pettinatura eccentrica e apparecchio per i denti, ma soprattutto dotato di personalità straripante e tecnica sopraffina, da farlo sembrare quasi un trequartista. Lo individua durante un Sudamericano Under 20 e strappa un prestito a 400mila euro con riscatto a un milione circa. «Si tratta di qualcosa che adesso fanno tutti - ricorda Fernández - ma in quel momento per lo più i club andavano un po' all'avventura. Noi invece studiavamo la composizione di ogni rosa, quali giocatori avevano già debuttato nella massima serie, le loro statistiche recenti. [...] Altre squadre che hanno più soldi fanno semplicemente un'offerta e se serve la alzano. Al Siviglia lavoravamo molto sui dettagli e cercavamo l'innovazione per arrivare primi». Era l'anno dei Mondiali, quelli del 2002, e Dani Alves fu il primo di una lunga serie di colpi straordinari, come quelli illustrati nelle foto di fianco. È ancora un anno Mondiale, ma Monchi non ne ha bisogno per fare mercato.