Per la prima volta da quando seguo la ROMA lunedì sera ho avuto un attimo di scoramento. Sconforto vero, autentico. Cominciato quando il mio telefono ha iniziato a ricevere una gragnola di notifiche: cinque, dieci-quindici messaggi. Tutti insieme. E su tutti quanti c'era scritto di Zaniolo. Che se per il primo ho pensato al classico scherzo del cazzo – non mi vengono altri termini – poi ho iniziato a capire. E allora ho acceso il televisore, non la stavo guardando, e mi sono messo ad aspettare fine primo tempo per vedere, con i miei occhi, le immagini e farmi un'idea.
E l'idea, purtroppo, me la sono fatta subito.

Perché in questa città non lampa, tuona. E, ormai da anni, ci siamo scordati il "Buone notizie in casa ROMA: solo tanta paura". Macché, crociato. Sempre. Solo che questa, di volta, è differente da tutte le altre prima perché Nicolò Zaniolo era – è – il giocatore che più di ogni altro poteva – può – rappresentare una inversione di tendenza all'apatia che sembra avvolgere questa squadra e, purtroppo, parte della sua tifoseria. E, allora, lunedì sera ho tardato a prendere sonno.

Rigirandomi nel letto manco fossi dentro una tonnara al pensiero che, ancora una volta, la ROMA dovrà fare a meno, per mesi, di una delle sue poche certezze. Già, perché siamo quasi all'inizio del campionato e ci sono, ancora, tanti-troppi punti interrogativi. E ritorno, allora, allo sconforto iniziale… quello stato d'animo a metà tra il lassismo ed il timore per quello che potrà accadere.
Non mi era capitato prima.

Io che ROMA Brasile 4-0, sempre. Pure schierando Pivotto o Rogerio Magia Vagner, che importa. Ed infatti, così rassegnato, non solo non mi ci sono ritrovato ma, anzi, non mi sono sopportato io per primo e mi sono messo a cercare una chiave di lettura differente. Vi confesso che non c'ho messo molto. E mi sono ritrovato a pensare al 7 giugno 1984, una vita fa: Stadio Olimpico, quarti di Coppa Italia, ROMA-Milan.

Solamente otto giorni dopo la finale di Coppa dei Campioni persa contro il Liverpool. Sapete una cosa? Mio padre, per quella partita, comprò il biglietto anche per mia madre che non era mai andata allo stadio in vita sua. E che non ci sarebbe andata neanche quella volta. «Ma perché devo venire?», gli chiese. «Perché mai come adesso è il momento di riempire lo stadio». Credo che dentro quella frase c'è l'essenza della ROMA stessa, il seme della sua quotidiana rinascita, l'eterno. Il senso d'appartenenza. L'idea che più grande sarà la difficoltà, maggiore sarà il sostegno: una fede, una volontà, un traguardo.

Tanto che, malgrado tutto, quella sera all'Olimpico si presentarono più di 65.000 tifosi per aiutare la squadra a voltare pagina e ricominciare a correre. Proprio come farà, tra qualche tempo, Nicolò Zaniolo. Con la speranza che, per quel giorno, gli stadi torneranno ad accogliere i tifosi regalandomi la possibilità, una vita dopo, di chiudere quel cerchio iniziato in quel ROMA-Milan in cui passai la partita a spiegare a mia madre quello che stava accadendo.
PERCHÈ LA ROMA NON MORIRÀ MAI.