Difesa d'ufficio. L'ha fornita il reparto arretrato nel corso della stagione: 51 gol incassati in 38 gare sono decisamente troppi, anche in un campionato sui generis come l'ultimo. Pur con qualche eccellenza, il computo resta deficitario. Anche se il dettaglio certifica le debite differenze fra i vari interpreti.

PAU LOPEZ
Stagione a due volti per lo spagnolo. Approdato con le stimmate del giovane capace di insidiare il posto da titolare di De Gea nella Spagna, all'inizio sembra confermare la buona fama che lo accompagna. Capace di far partire l'azione col suo sinistro da giocatore di movimento; attento fra i pali, dove sfodera anche qualche intervento pregiato; sicuro nelle uscite. Qualcosa scricchiola dopo Natale, quando tutta la squadra è preda di inaccettabile rendimento al ribasso. Il gol subito nel derby è una macchia (favorita dalla disattenzione arbitrale), ma è nel post Covid che sembra un altro: la frattura al polso può essere un valido alibi, ma gli errori sono sequenziali.
ANTONIO MIRANTE
L'usato garantito. Relegato fin dall'anno precedente al ruolo di alternativa sicura, accetta la parte di comprimario e recita senza sbavature quando è chiamato in causa. Ovvero non troppo di frequente. Ma quando occorre, su di lui si può sempre contare. E nello spogliatoio si ritaglia una veste di rilievo.
DANIEL FUZATO
Se ne sarebbero perse le tracce, se Fonseca non gli avesse concesso il brivido dell'esordio al fotofinish, contro la Juventus. Ovviamente ingiudicabile, fino a prova contraria. Che raccoglierà altrove.

CHRIS SMALLING
Smalling di nome, extralarge di fatto. Arriva accompagnato da incomprensibile scetticismo, come se un decennio di Man Utd fosse concesso a chiunque. Ma Chris converte i miscredenti fin dal debutto, a suon di prestazioni impeccabili: per trovarne una poco convincente bisogna accendere il classico lanternino. In breve invece si accendono i riflettori e scrosciano gli applausi: fra l'inglese e la piazza nasce una corrispondenza di amorosi sensi rara da riscontrare in una sola annata. In campo e fuori rasenta la perfezione. Ma è dentro che ci interessa: nel gioco aereo è un catalizzatore di palloni, in marcatura un francobollo, della difesa il lider maximo. Tanto da lasciare mille rimpianti per la sfida contro il Siviglia in Europa League e diventare il primo obiettivo per la prossima stagione.
GIANLUCA MANCINI
Il suo precampionato alimenta qualche dubbio illecito: e se non fosse tutto oro quello che è luccicato a Bergamo? Ma quando il giocosi fa duro lui comincia a giocare. In crescendo. Fino al periodo di massima emergenza, quando Fonseca lo riporta agli anni dell'adolescenza in mediana: e lì il luccichio diventa bagliore. Quando torna dietro, non arretra di un millimetro la propria incidenza. A tre o a quattro è quasi sempre garanzia. Deve soltanto frenare l'irruenza che gli costa qualche giallo di troppo.
FEDERICO FAZIO
Il Comandante delle magiche notti di Champions è stato degradato. La velocità non ha mai rappresentato il pezzo forte del repertorio, se però manca anche di concentrazione (come accaduto diverse volte), non può certo ambire a spodestare la coppia di centrali titolari. Tanto che in breve si ritrova habitué della panchina.
ROGER IBANEZ
La sorpresa della ripresa. Arrivato in sordina a gennaio, in estate si fa largo fino a conquistare spazi inattesi, più encomi meritati per la personalità sfoderata. Qualche pecca d'inesperienza, ma il ragazzo si farà (fortissimo), anche se ha le spalle larghe.
JUAN JESUS
Non fosse per la costante attività sui social, sarebbe desaparecido. Vede il campo (col contagocce) a inizio stagione, poi nemmeno per errore, perfino nel momento di massima allerta. Se c'è uno che il tecnico non vede, è lui.
MERT CETIN
Ruvido come carta vetrata, tosto come un difensore vecchio stampo, si rende utile a sprazzi, quei rari che gli vengono riservati, da riserva designata. Già designata la prossima esperienza a Verona, dove più che farsi le ossa (strasolide), sarà chiamato a dimostrare che la sua era è nel terzo millennio più che negli Anni 80, pur favolosi.

ALEKSANDAR KOLAROV
Piede indiscutibile, attitudine a ricoprire l'intera corsia più opinabile, almeno per l'anagrafe. ‘Sto mancino poesse ferro o piuma a seconda delle necessità e non a caso è terzo cannoniere di squadra, ma la continuità non alberga più qui. Nel modulo a tre senza obbligo di arare la fascia, ritrova ruolo di guardiolana memoria e smalto. Roba da allungare la carriera con profitto.
ALESSANDRO FLORENZI
Il caso dell'anno. Capitano designato a inizio stagione nel solco della tradizione dei talenti cresciuti in casa, a differenza dei predecessori Totti e De Rossi per lui non scocca la scintilla con buona parte della piazza. O meglio, la breccia aperta in gioventù sembra richiusa. La Sud gli si riavvicina, ma il tecnico lo vede lontano dalla sua concezione di terzino. Chissà, forse il sistema adottato da luglio in poi avrebbe potuto trovarlo interprete ottimale. La sensazione però è che quel prestito a Valencia sia stato preludio di un addio definitivo, all'insegna dei rimpianti.
LEONARDO SPINAZZOLA
Corsa e sostanza. L'esterno arrivato dalla Juve non avrà il piede vellutato, ma possiede generosità da vendere all'ingrosso. Qualche grattacapo di natura fisica ereditato dal passato non lo aiuta, soprattutto nella prima parte. A gennaio è sul punto di finire alla corte di Conte, rimandando Politano alla casa natia, ma l'affare salta last minute. Lui dichiara pubblicamente la sua predilezione per la fascia sinistra e in effetti da quel lato il rendimento cresce a vista d'occhio, fino a farlo diventare uno dei migliori del girone di ritorno.
BRUNO PERES
Dall'inferno al paradiso, con finale in purgatorio. Il brasiliano torna a Roma a gennaio col marchio del pacco postale difettoso e indesiderato. E direttamente dalla sua terra. Nessuna punterebbe un centesimo sulla sua rinascita, ma la simultanea partenza di Florenzi gli concede più spazio del previsto, fino a farlo assurgere a insostituibile nel singolare finale di campionato, quando si permette anche il lusso di una doppietta extralusso nella goleada di Ferrara. A tutta fascia come era esploso a Torino va che è un piacere. Fino alla sfida europea di agosto, quando riemergono gli antichi limiti, in soffitta per un po'.
DAVIDE ZAPPACOSTA
Diventa suo malgrado archetipo delle sfortune fisiche che attanagliano la Roma. Undici minuti in campo, crociato ko e stagione compromessa, che sarebbe anche finita con largo anticipo senza il lungo stop per la pandemia. Ma al rientro non è lo stesso. Peccato.
DAVIDE SANTON
Da possibile jolly a comparsa il passo è breve. Soprattutto se i muscoli tradiscono più volte.