Ne è passata di acqua sotto i ponti, da agosto ad oggi. Da quel giorno di fine estate in cui la Roma vinse 1-0 a Bergamo (una trasferta sofferta ma vittoriosa che per certi versi ricorda quella di domenica scorsa a Cagliari), ad oggi, con i giallorossi proiettati verso la gara contro la Juventus che potrebbe sancire l'aritmetica qualificazione alla prossima Champions, sono trascorse 49 partite. Le nozze d'oro (e porpora) di Eusebio Di Francesco sulla nostra panchina combaciano con la gara più attesa dai tifosi, quella con i rivali di sempre ad un passo dall'ennesimo Scudetto. A cui la Roma ha dovuto smettere di pensare forse proprio nella gara d'andata a Torino, un 1-0 che ci mandò di traverso le feste di Natale. Le emozioni del cammino in Europa sono invece ancora fresche sulla nostra pelle e nella nostra mente: Di Francesco ha riportato la Roma in una semifinale di Champions League/Coppa dei Campioni dopo 34 anni. Sembrava una Mission Impossible già da agosto, quando i giallorossi si erano ritrovati nel "girone d'acciaio" con Atletico Madrid, Chelsea e Qarabag. Di Fra, senza scomporsi, con la sua proverbiale calma, aveva detto: «Sarà dura, ma ci proveremo. Affrontare squadre di questo calibro deve essere uno stimolo». Tre mesi dopo, battendo il Qarabag all'Olimpico, la Roma si qualificava agli ottavi di finale da prima, costringendo il Chelsea al secondo posto e l'Atletico alla "retrocessione" in Europa League. Quindi le indimenticabili notti contro Shakhtar Donetsk, Barcellona e Liverpool. E se contro gli inglesi non si è festeggiata la qualificazione, sicuramente si è avuta la sensazione della nuova dimensione di questa squadra. In grado di giocarsela contro chiunque, anche ai massimi livelli. La Roma si è esaltata e ha imparato a soffrire, ha commesso errori e vissuto momenti difficili, ma si è rialzata sempre. Spesso adattandosi alle circostanze avverse, piegandosi senza mai spezzarsi: insomma, per usare un termine caro al tecnico abruzzese, una squadra resiliente.

Il cammino

Monchi lo ha scelto e Monchi lo ha incoronato dopo l'accesso alle semifinali di Champions: «È la vittoria di Di Francesco», ha detto il ds dopo il 3-0 al Barcellona. E pensare che più di qualcuno aveva storto il naso, al momento dell'annuncio della società. Eusebio ha risposto sul campo: lavorando, costruendo mattone dopo mattone, dando non solo un'idea di gioco, ma anche una mentalità ben definita alla squadra. In tal senso, il fatto di aver conosciuto la Roma da calciatore lo ha aiutato. Del resto, fin dalle sue prime dichiarazioni ci aveva tenuto a mettere le cose in chiaro: «So che lavoro faccio e so che devo accettare di essere incudine e martello, ma la mia forza è l'equilibrio. Spero lo sia anche per la Roma». Resilienza ed equilibrio: due concetti che raccontano forse meglio di qualsiasi altra cosa Di Francesco e la sua Roma. Perché dopo il periodo nero a cavallo tra la fine del 2017 e l'inizio del 2018, i giallorossi hanno compiuto un'impresa storica. In campionato ci sono alti e bassi, che di certo serviranno da lezione per il futuro. Intanto c'è da blindare l'Europa del prossimo anno: Eusebio da Pescara può riuscirci nel giorno della sua cinquantesima panchina romanista, in una partita che non potrà mai essere come tutte le altre. Sarà la sua decima contro la Juventus: i precedenti parlano di sette sconfitte, un pareggio e una vittoria. L'unico successo risale al 28 ottobre 2015, quando il Sassuolo si impose sui campioni d'Italia per 1-0 grazie ad un gol di Sansone. Un'attesa decisamente troppo lunga per Di Fra.

L'arte di rialzarsi

Il 28 gennaio scorso, dopo la sconfitta casalinga contro la Sampdoria, la Roma non vince da più di un mese. È stata eliminata agli ottavi di Coppa Italia e in campionato è quinta a -3 dall'Inter. Si tratta del momento più difficile per Di Francesco, che però riesce a farsi artefice della rinascita: chiede pazienza, si addossa le responsabilità e rispedisce al mittente le critiche. Perché conosce Roma e la Roma. Annichilito il Napoli al San Paolo con un 4-2 che sa di lezione di calcio, dichiara: ««Io sono sempre orgoglioso di essere l'allenatore della Roma sempre, sia nelle vittorie sia nelle sconfitte. Bisogna metterci un grande senso di appartenenza per giocare con questa maglia». Quello visto nelle magiche serate romane contro Shakhtar, Barça e Liverpool. Quello che ti fa capire che la Roma non può (e non deve) aver paura di nessuno. Eusebio lo conosce bene, questo sentimento: lo chiederà anche domenica sera, per festeggiare nel migliore dei modi la sua cinquantesima panchina romanista.