Si dice che la mela non cada mai lontano dall'albero e Gianluca Mancini non fa eccezione. Per lui il frutto è familiare in ogni senso (i genitori ne sono produttori) e Montopoli in Valdarno, dove cresce, dista appena 50 chilometri da Firenze, dove cresce calcisticamente. Ma per il difensore la Fiorentina è il passato, ormai anche piuttosto remoto, che torna d'attualità domani, soltanto perché il calendario la mette di fronte alla Roma.

È nella Capitale che Mancini si sta consacrando giocatore di livello: nella linea a quattro come in quella a tre, dietro come a centrocampo, pre o post Covid, è uno degli inamovibili di Fonseca, che a lui rinuncia poco e malvolentieri, soltanto se costretto da infortuni o squalifiche.

Dal giorno del debutto da titolare (nel derby d'andata), esclusivamente un paio di indisposizioni e il giudice sportivo riescono a relegarlo fuori, ma quando è disponibile comincia sempre dal primo minuto, collezionando 30 presenze in campionato, 38 totali in questa stagione.

Quando nel periodo di massima emergenza è schierato da mediano, il tecnico ne incensa pubblicamente intelligenza, spirito di sacrificio e duttilità tattica, rendendo palese la predilezione per un giocatore dal rendimento costantemente elevato. E il primo picco stagionale arriva poco più di un girone fa, quando tornando dietro realizza il suo primo gol in giallorosso (al Brescia) e disputa gare eccellenti a Milano, Verona e Firenze.

Il ritorno da avversario nella città in cui è sbocciato fa da prologo a una tappa importante della vita privata di Gianluca, che poco prima di Natale sposa Elisa. Mentre risale alla settimana scorsa la nascita della primogenita Ginevra. Questa volta poco prima di affrontare i viola e chiudere ogni cerchio.

La Fiorentina ormai appartiene all'adolescenza e anche se Mancini ha appena 24 anni, il modo di stare in campo e il carisma ne fanno un "giovane vecchio", nel senso migliore del termine. Eppure quella vicino casa, oltre a essere l'esperienza formativa per eccellenza, rappresenta un passaggio fondamentale anche dal punto di vista tattico.

Il club all'epoca in mano ai Della Valle nel 2006 investe in quel ragazzino che si è rivelato prodigio già a 7 anni (tanto da farlo letteralmente strappare dall'allenatore del Valdarno ai giochi tipici dell'infanzia, perché il piccolo è nato «per giocare a pallone»). In viola percorre tutta la classica trafila delle giovanili, realizzando la bellezza di 80 reti nel primo quinquennio e vincendo da protagonista lo scudetto con i Giovanissimi. In una delle primissime interviste, rilasciata a Il Tirreno, ancora quindicenne, ammette: «Tifo Inter, ma il giocatore a cui mi ispiro è Boateng del Milan». Ovvero un trequartista atipico, che fa della progressione e del senso del gol le sue armi vincenti. E lo stesso Gianluca, fino a quel momento centrocampista più propenso ad attaccare la porta avversaria che a difendere la propria, come spesso accade, crescendo arretra il raggio d'azione.

Montella (sì, proprio lui) lo convoca anche in prima squadra, ma qualche tempo dopo la Fiorentina smette di credere in lui e lo manda in prestito a Perugia, dove la stagione dopo viene ceduto a titolo definitivo senza troppe esitazioni. Da lì alla corte di Gasperini, alla Roma e alla convocazione da parte del suo omonimo in Nazionale, i passi sono brevi e forse qualche rimpianto sotto Fiesole sarà cresciuto.

Ma intanto Mancini ha seguito il suo percorso, è diventato uomo e calciatore. Carismatico, in grado anche da difensore di avanzare a testa alta, impostare il gioco, senza timori reverenziali e col piglio del leader. Come dimostra il recente episodio che lo ha visto co-protagonista insieme a Zaniolo, guarda caso un altro ex viola (gli altri sono Veretout e Kalinic). Ha sgridato Nicolò nel finale della gara col Verona: questioni di campo, che lì finiscono, come sancito pubblicamente a Ferrara e sui social. Entrambi sono pezzi importanti della Roma. Di oggi e domani.